Dalle radici del patriarcato alla rappresentazione delle donne nei media, passando per stigma, corporeità e sguardo verso l’alterità. Nella mattinata di venerdì 18 settembre, il Festival “Le Giuste Parole” ha fatto tappa a Vieste con un incontro nell’auditorium dell’I.C. Rodari-Alighieri-Spalatro rivolto agli studenti delle classi quinte del Fazzini-Giuliani, degli indirizzi liceo scientifico, linguistico e AFM, per poi proseguire nel pomeriggio con le attività di formazione. Moderato dalla giornalista Mariangela Mariani, l’appuntamento si è aperto con i saluti del sindaco Giuseppe Nobiletti e gli interventi introduttivi di Giusi Antonia Toto, ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale all’Università di Foggia, Eleonora Mafrolla, docente di lettere e vicepreside dell’Alighieri-Spalatro, e Barbara Patetta, presidente della cooperativa sociale Il Filo di Arianna. “Se riusciamo attraverso le parole a costruire comportamenti corretti, abbiamo raggiunto l’obiettivo principale di questo Festival”, ha evidenziato Toto.
Al centro della mattinata i contributi di tre ospiti. Marilù Mastrogiovanni, giornalista d’inchiesta, direttrice de Il Tacco d’Italia e componente di GiULiA Giornaliste, ha ripercorso le radici del patriarcato soffermandosi anche sulla responsabilità dei media. “C’è un tentativo orizzontale, diffuso e sommerso di invisibilizzare le donne”, ha commentato a l’Attacco, invitando i giornalisti a riconoscere ruoli e qualifiche femminili e a "dare spazio alle voci delle donne qualificate”. Marianna Kalonda Okassaka, nota sui social "the Influenza", content creator attiva per i diritti sociali, ha affrontato corporeità, stigma e rapporto con le nuove generazioni: “Quando si parla con i giovani bisogna mettersi al loro livello e mettersi in discussione”, ha osservato, proponendo di “co-creare insieme a loro il sapere”, perché “loro partecipano se gli viene dato il giusto ruolo”. A concludere il percorso Dany Carnassale, ricercatore e antropologo, che ha portato uno sguardo sull’alterità e sulla sessualità, mettendo in guardia dal leggere realtà lontane esclusivamente attraverso le proprie categorie. L’antropologia, ha spiegato, offre “chiavi di lettura importanti per capire il mondo attorno a noi”, aprendoci anche a esperienze “che vengono da lontano e che possono avere qualcosa da insegnarci”.
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