Nel colophon del volume ‘Siponto 1. Frammenti di una comunità portuale’, tra i crediti scientifici, c’è una piccola didascalia che indica le immagini scelte per la stampa. In copertina una protomaiolica di produzione brindisina, sul retro un pezzo di Incised Sgraffito Ware del gruppo Medallion Style. Con buona probabilità si tratta del piatto descritto nel capitolo sulle importazioni bizantine, è il pezzo forte e la sua storia spiega bene come funziona il cantiere degli scavi archeologici di Siponto. È stato rinvenuto durante la campagna 2025 - dentro un pozzo - in uno spazio scoperto contiguo alla piccola chiesa medievale impiantata sulla cavea dell’anfiteatro romano.
Risalente alla seconda metà del XII-XIII secolo, sul piede ha un foro passante, che è il sistema con cui questi oggetti venivano appesi alle pareti. Non si trattava di vasellame da mensa, bensì di oggetti d’arredo che venivano ostentati. Valenzano lo include nel volume - pur essendo fuori dal campione 2021-2024 - proprio per l’eccezionalità del pezzo. Il piatto viene da lontano, per quanto potrebbe essere che una parte delle influenze orientali che si leggono sulle ceramiche sipontine potrebbe aver preso una strada molto più corta.
Federico II deporta dalla Sicilia a Lucera una comunità saracena, e tra i deportati ci sono artigiani. Le fonti fiscali lo documentano con precisione: nel 1278, e poi nel 1279 e nel 1284, i saraceni lucerini pagano tributi relativi allo “ius quartariorum”, che era il diritto di esercitare la produzione ceramica.
Un documento del 1301 elenca i beni confiscati alla comunità da Carlo II d’Angiò e, tra questi, c’erano due abitazioni dotate di fornaci per la fabbricazione di quartarii. Secondo l’interpretazione di Ragona, “quartarius” va inteso come “vaso” e, per estensione, “vasaio”.
Al Museo Civico “Giuseppe Fiorelli” di Lucera si conserva - insieme a vasi filtro e a brocche e anfore rivestite con il monogramma di Allah e pseudo-decori cufici - una ciotola con una scritta in lingua araba dipinta in bruno. Lo studio preliminare di Marco Di Branco la interpreta come una coppa magica islamica.
Oggetti di questo tipo circolavano per secoli dal Maghreb all’Iran e, sulle ceramiche duecentesche di Siponto, Valenzano riconosce diversi segni di quella grammatica. Le campiture a puntini, che trovano riscontro in produzioni nordafricane dell’XI secolo e nelle slip-painted iraniche del X-XI. I collarini che segnano i colli e le attaccature delle code di volatili e pesci, motivi consolidati nel Mediterraneo orientale già presenti nelle ceramiche iraniane del X secolo e in quelle tunisine tra fine X e XI. Le brocche in RMR con decoro a rilievo, che richiamano le invetriate verdi a rilievo nordafricane.
È il segno che, lungo le rotte, non viaggiavano soltanto le merci. Erano anche le competenze tecniche a viaggiare, insieme ai modelli produttivi e al personale specializzato. La ceramica rivestita pugliese del Duecento - quella che a Siponto compare all’improvviso dopo due secoli di sole stoviglie acrome - nasce da quell’incrocio.
C’è un paradosso che però deve essere annotato, e non per dolo dell’autore del libro. È raccontato con dovizia di dettagli come Siponto si stia aprendo alla città - scuole, migranti, podcast, un documentario - ma non dice una sola parola su dove finiranno – fisicamente - i 6.110 recipienti ceramici che descrive uno per uno. È una domanda che l’Attacco si sta ponendo e, per ora, resta senza risposta.
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