Quella tragica mattina del 9 dicembre dell’anno scorso sembrava solo l’epilogo di una brutta vicenda che sarebbe dovuta rimanere tutta interna alle questioni familiari di Sandra Diatete, la donna nigeriana di 33 anni che fu trovata morta dal marito nella loro abitazione di Via De Peppo a Lucera. Era sul letto, quasi del tutto svestita, e con alcuni segni superficiali su braccia e gambe.
A prima vista, era stato ritenuto un suicidio o un malore improvviso, e invece, dopo nove mesi di indagini, la procura di Foggia ritiene che dietro quel decesso ci sia una brutta storia di violenze e sopraffazioni dal parte del marito, connazionale di 35 anni. L’uomo è stato arrestato dalla polizia con l’accusa di morte come conseguenza di altro reato, cioè maltrattamenti aggravati e lesioni aggravate, perpetrati per un lungo periodo di tempo. Su Newton Diatete, bracciante agricolo regolare, pende un addebito pesante, a seguito delle indagini condotte dal nucleo di polizia giudiziaria del commissariato di Via Po, basate su racconti di amici e conoscenti, sia lucerini che connazionali della coppia che ha quattro figli tutti minorenni. I testimoni avrebbero riferito di ripetuti episodi di violenza fisica e psicologica, caratterizzati da abituali percosse e da imposizioni mirate a limitare i rapporti con i familiari, e a isolarla dal proprio contesto affettivo, partendo dalla sorella della donna.
A supporto della tesi dell’accusa ci sono pure altre attività investigative, documenti e anche materiale audio e video che avrebbe consentito di ricostruire un quadro di violenza reiterata e progressiva, culminato nel decesso della donna, avvenuto ufficialmente per “sindrome disfunzionale cardiaca acuta”. Il medico legale, al termine dell’autopsia disposta all’epoca dal pubblico ministero ed effettuata all’indomani del ritrovamento del corpo, ha comunque rilevato sulla pelle della presunta vittima numerosi ematomi e ferite.
L’indagato è detenuto nel carcere di Foggia dove martedì è stato interrogato dal gip, assistito dell’avvocato Leonardo Roberto. L’uomo ha rigettato integralmente le accuse, riferendo di non aver mai usato violenza nei confronti della donna che invece faceva abuso di alcol, così come accertato dai servizi sociali che l’avevano invitata a curarsi presso il locale Serd. Questa sua condizione di dipendenza, secondo la difesa, sarebbe invece la causa della morte, mentre le ferite riscontrate sono state attribuite a gesti di autolesionismo della donna, assieme a una precedente caduta dalle scale dovuta al suo stato di ubriachezza.
Al momento, il gip non crede alla versione raccontata dal marito che ha voluto risponere a tutte le domande, e in effetti ha accolto la tesi dell’accusa che parla di pugni, calci e schiaffi e anche l’utilizzo di cavi elettrici. Nel frattempo, i figli (tutti adolescenti e bambin9) sono stati affidati a una struttura educativa della città, in attesa di nuovi provvedimenti da parte del giudice che potrebbe anche chiedere il processo con il rito immediato
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