Lunga storia di socialità e scambi commerciali: le ceramiche raccontano la vita quotidiana dell’antica Siponto

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Chi percorre l’ultimo tratto della litoranea verso Manfredonia non se ne accorge, ma sta guidando lungo il decumano massimo di una città romana e medievale. Siponto è invisibile: venti ettari dentro le mura, tagliati in tre da una strada statale e da una ferrovia, con pochissimi ruderi affioranti. Da cinque anni quel vuoto viene riempito di dati. Il progetto ArcheoSipontum - avviato nel 2020 dalle Università di Bari e di Foggia sotto la direzione di Roberto Goffredo, Maria Turchiano e Giuliano Volpe (dal 2025 anche Giovanni De Venuto) e affiancato dal 2022 dalla McGill University - ha indagato finora circa cinquemila metri quadrati su tre aree: l’anfiteatro a nord, un’insula al centro, il quartiere del porto a sud-est. La domanda che in molti si facevano - quando sapremo qualcosa di più? - ora ha una risposta materiale. Si intitola ‘Siponto 1. Frammenti di una comunità portuale’ ed è firmata da Vincenzo Valenzano: 174 pagine sulle ceramiche medievali, per Edipuglia, nella collana Insulae Diomedeae. Nella presentazione, il professor Volpe spiega il criterio: per uno scavo condotto per anni su grandi aree e con équipe numerose, non si può attendere la pubblicazione finale per rendere noti i risultati. Da qui una scelta editoriale poco consueta: i singoli contributi usciranno prima online - in Open Access -, per poi essere raccolti in volumi a stampa con cadenza almeno annuale. Le ceramiche raccontano una storia lunga e stratificata, che attraversa la Siponto tardoantica, altomedievale, bizantina, normanna, sveva e angioina. Nei saggi scavati emergono frammenti di terra sigillata africana, anfore orientali, brocche con motivi a petali, ciotole invetriate e tanto altro ancora. Ogni reperto è una prova della vitalità di una città che - pur destinata all’abbandono nel XIII secolo - continuò a vivere ben oltre la data ufficiale del trasferimento a Manfredonia. Per certi versi, è irrituale la scelta di aprire una serie di edizioni di scavo con un volume su una classe di materiali. Ma serviva uno strumento per datare tutto il resto. E il resto è già in coda: monete, vetri, materiali ossei, analisi bioarcheologiche, studi di singoli monumenti. Il volume di Vincenzo Valenzano tratteggia il ritratto di una comunità povera di mezzi e ricchissima di contatti, che continuò a vivere per quasi un secolo dopo la data ufficiale dell’abbandono di Siponto. I numeri, prima di tutto, dicono che dagli scavi condotti tra il 2021 e il 2024 - nei diversi saggi - sono stati lavati, ricomposti, classificati e catalogati 38.813 frammenti ceramici. Applicando il metodo del calcolo minimo delle forme - che conta i recipienti realmente ricostruibili e non i cocci, per non gonfiare le cifre - si arriva a 6.110 esemplari. È su questa base che Valenzano costruisce il primo quadro della cultura materiale di Siponto medievale. La partizione cronologica è netta e corrisponde a due Siponto diverse: la fase bizantino-normanna - tra XI e XII secolo - e quella svevo-angioina, dal XIII secolo alla prima metà del XIV.

Desta sorpresa, in un certo qual modo, l’assenza nell’XI e XII secolo della produzione di ceramica invetriata. Le uniche stoviglie rivestite presenti in città sono importate e sono pezzi isolati. Il grosso è ceramica acroma, dipinta a bande orizzontali con pennellate larghe più di un centimetro, che nel corso del XII secolo si assottigliano  progressivamente fino a diventare linee  sottili: un’evoluzione del gusto che prepara i decori successivi. Sporadicamente compare anche la tecnica a incisione diretta sull’argilla cruda, la cosiddetta “excisa”.

Le forme raccontano molto della tavola dei sipontini. Le stoviglie da mensa di piccole dimensioni sono rarissime, dominano invece contenitori medio-grandi con orli rigonfi o bordi a tesa. Si desume, perciò che o si mangiava in comune da un recipiente posto al centro, oppure le scodelle individuali erano di legno, che è chiaramente un materiale che non si conserva e che qui, come altrove, resta un’ipotesi robusta.  Le ceramiche da fuoco sono poche (55 esemplari sicuri) e senza decorazione. Le lucerne sono rozze, con becchi a mandorla poco sviluppati. È un panorama produttivo semplice e funzionale, coerente con un’economia di autoconsumo. Ma già alla fine del XII secolo qualcosa si muove: compaiono olle più piccole, con pareti sottili e impasti fitti di inclusi litici bianchi, segno di un affinamento tecnico.

Nel XIII secolo il corredo esplode. Arrivano le produzioni rivestite locali e regionali: 620 esemplari di invetriata monocroma, 499 di ceramica RMR, 480 di protomaiolica. Gli impasti sono più depurati, le pareti sottili e regolari, le cotture sono controllate e i decori in rosso vivace con archetti, linee ondulate, spirali. Alle grandi forme aperte per il consumo collettivo subentrano le ciotole di piccole dimensioni. È un indizio che lascia intendere che il pasto si individualizza e le funzioni si specializzano. 

Nello stesso senso va la comparsa, dal XIII secolo, delle salsiere: piccole ciotole emisferiche di 6-10 centimetri di diametro con larga tesa inclinata verso l’interno, quasi sempre in ceramica rivestita. Le fonti angioine - accanto ai mestieri del panettiere e del bottigliere - registrano la figura del salsiere. E le salse non erano solo cucina, piuttosto rappresentavano distinzione sociale.

Anche le 1.289 ceramiche da fuoco cambiano: olle piccole e medie, pareti sottilissime, impasti quasi privi di inclusi Ci sono alcuni esemplari minuscoli, che forse erano destinati a grassi o a preparazioni ridotte. Finanche l’oggetto d’illuminazione vuole una sua estetica, come mostrano le 218 lucerne che comprendono modelli in invetriata monocroma verde prodotti probabilmente in loco.

Le importazioni sono 210 esemplari: 124 di ambito bizantino, 77 di matrice islamica, 9 contenitori da trasporto. Più precisamente, dal versante bizantino arrivano Fine Sgraffito Ware, Painted Sgraffito, Zeuxippus Ware, Green and Brown Painted, Measles Ware con le loro macchie rosse su fondo chiaro, Champlevé, marmorizzate, slip-painted: soprattutto seconda metà del XII e inizi del XIII secolo, con qualche attestazione già dalla fine dell’XI. Sullo sfondo, con ogni probabilità, gli scali delle navi veneziane, dopo il trattato del 1122 tra il Principato di Bari normanno e la Repubblica.

Dal versante islamico il ventaglio è ancora più ampio: Sicilia, costa nordafricana, Egitto, area siro-iraniana. C’è un frammento di Splashed Ware con rivestimento policromo a spruzzo databile tra IX e X secolo, con botteghe tra Iraq e Persia. C’è una ciotola selgiuchide in impasto rosato con vetrina turchese, come anche un grande bacino smaltato nordafricano dell’XI-XII secolo con un pesce disegnato a tratti essenziali.

Quanto ai contenitori da trasporto, l’anfora denominata “Otranto 1” documenta l’inserimento nelle rotte adriatiche almeno dal X secolo; per il basso medioevo compare “Otranto 2 gruppo 5”, attestata in Puglia a Barletta, Canosa, Canne, Bari e diffusa lungo le coste albanesi, in Dalmazia, in Grecia.

La pietra ollare alpina - la steatite usata per pentole resistenti al fuoco diretto -, di cui si trovano frammenti in tutti i saggi, non è un bene di lusso riservato a pochi ma un oggetto di uso domestico quotidiano. Ciò significa che le reti commerciali non veicolavano solo pezzi di pregio, ma anche merci funzionali e ordinarie.

Accanto al vasellame, gli oggetti in terracotta raccontano i mestieri. I nove pesi da rete cilindrici parlano indicando come fossero pensati per tenere le reti sul fondale. Ventinove pesi circolari con foro centrale sono invece di attribuzione ambigua: pesca o tessitura, a seconda di cosa si trova accanto. Sono state rinvenute, infatti, anche trentuno fuseruole, di quattro varianti morfologiche, e alcune sono così irregolari da tradire una produzione domestica. 

Sulla pesca le fonti scritte sono molto copiose. Nel novembre 774 il principe longobardo Arechi II dona al monastero di Santa Sofia la peschiera del palazzo - lunga trecento passi - nel mare di Siponto, insieme a tre case e al diritto di raccogliere il sale. Nell’834 Sicardo di Benevento concede allo stesso monastero il diritto di pesca. Nel 1068 l’arcivescovo Gerardo di Siponto cede all’abate di Tremiti una grande salina e le acque di pesca adiacenti. Pesca e sale, per secoli, sono l’ossatura dell’economia sipontina.

Infine, c’è anche ciò che la ceramica non dice. I vetri – per quanto siano ancora in corso di studio - restituiscono più bicchieri e calici a stelo di quante siano le tazze in ceramica: segno di una preferenza precisa per il consumo individuale delle bevande. E il legno, con ciotole, taglieri, mestoli, secchi, tinozze, e le botti di cui le normative tardomedievali fissano perfino le capacità (la botte pugliese “di mezzo migliaio di libbre” stava sui 300 litri).

Nel novembre 1263, Manfredi ordina il trasferimento dei sipontini nella nuova città per la poca salubrità del luogo. Quella è la data ufficiale della fine di Siponto ma le ceramiche dicono un’altra cosa. L’abbandono non fu repentino, piuttosto fu una progressiva perdita di centralità che si esaurisce nel corso della prima metà del XIV secolo, quasi un secolo dopo il decreto regio del “Datum Orte”. In alcuni settori si continuò non solo ad abitare ma anche a costruire, perché dentro le murature e i piani di vita sono comparse monete di Manfredi in quantità elevate.

La ceramica invetriata da fuoco - la classe più recente attestata nel sito - compare in appena 19 esemplari e soltanto in due saggi contigui e collocati nella porzione più vicina all’attuale linea di costa. 

Gli ultimi focolari accesi a Siponto stavano lì. La città non si spense, si contrasse verso il mare che l’aveva fatta nascere e che nel frattempo si era ritirato.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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