“Seguiamo con interesse la vicenda del signor Lello Santoro, anche perché il dato biografico, di un appassionato collezionista che raccoglie opere tutta la vita e poi le dona alla propria città, ci pare una bella storia da raccontare. Attendiamo innanzitutto le valutazioni degli esperti della Soprintendenza e poi organizzeremo un incontro con gli studenti del DISTUM. So che il direttore del dipartimento di studi umanistici, il professor Sebastiano Valerio, sta programmando un confronto pubblico, da tenere magari in primavera”, così a l’Attacco il rettore dell’Università di Foggia, Pierpaolo Limone, sull’idea di ospitare in ateneo come relatore, il cittadino foggiano che ha manifestato la sua volontà e quella di sua moglie Carmelina Romaniello di donare al Comune i beni artistici e storici di loro proprietà affinché la comunità ne possa beneficiare e apprezzarne il valore.
Come raccontato più volte su queste colonne, il ruolo della Soprintendenza è tutt’altro che marginale nella realizzazione del meticoloso progetto messo a punto da Lello Santoro, il quale è, sì, intenzionato a donare i suoi averi alla città ma a precise condizioni che garantiscano ai beni di non lasciare mai, in nessun caso e per nessuna ragione, Foggia. Perché le opere vengano legate indissolubilmente al destino del capoluogo è necessario che siano vincolate, tramite uno specifico atto amministrativo. Solo dopo aver ottenuto un formale riconoscimento l’ente comunale può acquisire i beni nel proprio patrimonio, rendendoli automaticamente di proprietà dello Stato e quindi inalienabili, inamovibili, indistruttibili e indivisibili.
Da tempo Santoro chiedeva l’intervento della Soprintendenza che fino ad ora è rimasta per lo più silente, come peraltro avevano lamentato gli uffici del Comune. La scorsa settimana si è finalmente concretizzato il sopralluogo di tre funzionarie dell’organismo pubblico che hanno ispezionato i beni dei coniugi, anche se potrebbe non essere stato risolutivo. Oggetto della donazione, nello specifico, sono le collezioni di pregio che Santoro e sua moglie nel corso della loro vita hanno raccolto, il palazzo nel centro storico di Foggia che presenta una sontuosa scalinata vanvitelliana al suo interno e che dovrebbe divenire una vera e propria casa museo e il pezzo più affascinante e con la storia più suggestiva di tutti: il presunto autoritratto di Leonardo da Vinci.
Per avere una maggiore cognizione di quali potrebbero essere gli esiti del sopralluogo sarà importante leggere il verbale redatto dalle funzionarie. Verbale che però Santoro ha deciso di non sottoscrivere per divergenze con le conclusioni delle dipendenti pubbliche.
In particolare non condivide l’idea di effettuare un expertise (la perizia di un esperto privato) per accertare se il dipinto sia effettivamente opera di Leonardo da Vinci. Pur non avendo una nozionistica specifica, Santoro ha maturato conoscenze e competenze frequentando le più importanti case d’asta, consultando gli esperti più accreditati e osservando da vicino i mercanti d’arte. Non a caso possiede una delle collezioni più prestigiose del Mezzogiorno, con pezzi già da tempo inseriti negli archivi ministeriali come beni vincolati. Con un occhio così allenato, ha subito colto il valore del dipinto che ha fatto analizzare e valutare da addetti ai lavori di sua conoscenza, ottenendo risultati che lascerebbero pochi dubbi. Una recente scoperta sarebbe un ulteriore elemento a favore della tesi dell’autoritratto: la scritta in francese sul retro del quadro “Leonardò de Vinci”. Ma proprio perché addentrato nel mondo dell’arte, Santoro sa molto bene che i pareri dei privati non hanno alcun valore dal punto di vista legale; da qui la necessità dell’intervento di un ente pubblico, quale è la Soprintendenza, che vincoli, con suo provvedimento, il bene.
“E’ fondamentale che si impedisca giuridicamente che il quadro possa lasciare l’Italia, così come è successo in passato per casi legati sempre a opere leonardesche, al centro di intrighi internazionali, se così possiamo definirli – ha evidenziato Santoro a l’Attacco -. Mi riferisco alla vicenda della ‘Vergine delle Rocce’, su cui negli anni Ottanta molti articoli di giornale sono stati scritti. Il dipinto venne trafugato e finì a Tokio, nelle mani di una setta giapponese, violando tutte le regole relative ai beni sotto vincolo. In fondo basterebbe poco per appropriarsi di un quadro, ad ora senza vincoli, dal valore inestimabile e portarlo all’estero dove potrebbe finire nelle mani di fondazioni e organizzazioni gestite dai potenti e dai più ricchi della Terra. Questo va assolutamente evitato. E’ volere di mia moglie e mio che l’autoritratto resti per sempre a Foggia e c’è solo un modo affinché questo avvenga. Tocca al ministero fare le ricerche e gli studi del caso e tocca sempre al ministero redigere gli atti conseguenti, non certo ad un privato. Questo io mi limito a chiedere, null’altro”.
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).