Fuggono anche gli anziani, non solo i giovani in cerca di una vita migliore. Monti Dauni i più colpiti dalla nuova torsione familiare del welfare

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Di spopolamento si è sentito a lungo parlare, soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. I dati più recenti indicano che da oltre un ventennio, nelle regioni meridionali, è in atto un processo di spopolamento che riguarda i centri urbani minori e le zone rurali interne. Se questa tendenza non si inverte, nel 2056, secondo l’Istat, il Sud dovrebbe perdere 5.084.813 dei 20.625.813 abitanti attuali, cioè un cittadino su quattro: una vera e propria catastrofe demografica che contribuirà ad allontanare questo pezzo del Paese dalle aree più sviluppate dell’Europa.

A fuggire sono soprattutto i giovani, che lasciano la propria terra in cerca di migliori condizioni di vita, di occupazione o istruzione di alto livello. Si migra ancora verso Nord ma ormai è quasi scontato che in ogni famiglia ci sia almeno un componente che si sia trasferito all’estero.

Un fenomeno che riguarda anche la Capitanata, in particolare le aree più periferiche e orograficamente più complesse come Monti Dauni e Gargano. Quello a cui si assiste da qualche anno però ha (ancora di più) del preoccupante: vanno via anche gli anziani.

E’ un trend in crescita che sta interessando in particolare i piccoli centri delle aree interne, i pensionati dai 65 ai 75 anni, in buone condizioni di salute, tutto sommato autosufficienti decidono di raggiungere i figli lontani, o trasferendosi direttamente a casa loro o cercando una sistemazione che gli consenta di stare più vicini ai loro cari. Addirittura c’è chi cerca direttamente strutture sociosanitarie nelle zone dove figli e nipoti si sono trasferiti per poter rendere più agevoli le visite dei parenti ed essere meno soli.

Questo fenomeno del tutto nuovo impone una attenta riflessione e potrebbe portare ad una riorganizzazione del welfare, in particolare per i più anziani che restano in piccoli paesini sempre più deserti, privati di servizi e destinati (non troppo lentamente) a scomparire.

“Il ragionamento che fanno i pensionati di questo territorio è molto semplice: vendono casa qui e si trasferiscono nelle località dove vivono e lavorano i propri figli, in questo modo danno una mano con i bambini, con la gestione della casa, contribuiscono al menage familiare con le proprie entrate economiche, garantendo un risparmio con il taglio delle spese di asili, baby sitter, trasporti. Senza contare che, guardando al futuro, pensano che se resteranno nei loro paesini da soli difficilmente avranno assistenza”, a dipingere il quadro di quello che sta accadendo in molti centri dei Monti Dauni è Virgilio Caivano, padre storico e portavoce del coordinamento nazionale dei Piccoli Comuni.

Insegnanti, professionisti a riposo, ex dipendenti hanno fatto questo passo. “Una scelta antropologica che le famiglie fanno per un istinto di conservazione e di protezione, non è solo un fatto meramente economico”, ha aggiunto Caivano.

Questo cambiamento si ripercuote sul welfare del territorio e in particolare sta toccando un business che in passato sembrava interessare molto gli imprenditori della sanità privata e che oggi pare abbia perso il suo appeal. Qualche giorno fa l'Attacco ha raccontato della vicenda legata all’Histoire, la discoteca di Segezia di proprietà della famiglia Bonassisa, la quale aveva avviato la procedura per il cambio di destinazione d'uso, per convertire la struttura in casa di riposo. Proprio di recente, gli imprenditori attivi nel campo dei rifiuti hanno deciso di lasciar perdere perché è venuto meno, dal loro punto di vista, l’interesse economico.

“Le case di riposo sono risultate l'anello debole della catena in pandemia – ha evidenziato Caivano -, non hanno funzionato. Soltanto nel mio territorio abbiamo a Candela, Rocchetta Sant'Antonio, Anzano, Monteleone, Biccari, Casalnuovo e Celenza, 7 case di riposo ma è stata attivata, da poco, solo Villa Verde a Candela. Mentre le altre pur essendo state finanziate con 18 milioni complessivi di euro spesi dalla Regione Puglia sono abbandonate. Tutte pronte all'uso, dai cucchiaini ai televisori, dalle lenzuola agli arredi, ma i privati non investono, anche perché la Regione non accredita più queste strutture e senza l'intervento pubblico hanno costi enormi per i privati”.

Con la nuova legge del 2019 la Regione Puglia ha avocato a sé la gestione delle Rsa socio sanitarie, quelle che prima si chiamavano Rssa e che rientravano nel regolamento 4 del 2007, per le quali, una volta individuato l'immobile, si poteva chiedere l'autorizzazione al funzionamento senza previo parere di compatibilità della Regione. Da 2019 chi vuole avviare un'attività di tipo socio sanitario deve prima ottenere l’autorizzazione della Regione che si esprime mediante parere di compatibilità, legato a criteri di fabbisogno, ovvero se c'è necessità di quel tipo di struttura in quel territorio, la Regione dà l’ok; altrimenti la richiesta viene rigettata. Le case di riposo sono rimaste nell'alveo del regolamento 4 per cui ottenendo il classico permesso a costruire se ne può aprire una. “Chiaramente non va in convenzione con il sistema sanitario nazionale – hanno spiegato a l’Attacco alcuni imprenditori foggiani del settore -. La struttura si mantiene essenzialmente con le rette pagate dagli utenti, determinate dal gestore. Mediamente un utente in casa di riposo dovrebbe pagare una retta che si aggira intorno ai 1400 euro al mese. Quota a dire il vero per l'imprenditore insufficiente a fare dei margini apprezzabili, a meno che non venga portata a 2 mila euro. Il problema è che nel nostro territorio non c'è quella capacità di spesa che consenta agli utenti di sostenere tali costi, salvo essere aiutati dalle famiglie. Ma è molto difficile, tanto più se parliamo di anziani autosufficienti. Per i non autosufficienti invece ci sono le Rsa che vivono per il 50% di contribuzione pubblica, a cui va aggiunta la compartecipazione privata”.

A conti fatti quindi un imprenditore di buon senso non avrebbe nessun interesse ad acquisire le strutture, perché non c'è domanda. “Negli ultimi anni c'è stata una corsa ad entrare nel settore però ci si è resi conto che non erano tutte rose e viole, vanno offerti dei servizi importanti ma la capacità reddituale media qui è troppo bassa: nel Foggiano su 100 mila anziani pochissimi percepiscono una pensione di 2 mila euro. Non a caso, c’è qualche utente nelle case di riposo dei centri più grandi come Foggia, Cerignola, Manfredonia e al massimo San Severo e Lucera ma non altrove”, hanno concluso gli imprenditori.

“Le pensioni dei nostri anziani non possono assolutamente coprire questi costi – ha confermato anche Caivano -, a differenza di quello che accade al nord. E quindi le famiglie pensano bene di tenersi a casa gli anziani che fanno in qualche modo da moltiplicatore economico e offrono servizi, tengono i bambini, li accompagnano a scuola, preparano un pasto caldo mentre madri e padri sono a lavoro e così via. Questo sta modificando anche l'atteggiamento antropologico dei nostri anziani, che decidono ad esempio di sacrificare la loro vita sociale: basti pensare che anche in una città come Foggia si scende in piazza e si incontrano persone, cosa che non succede nei grandi centri, in cui gli anziani sono socialmente morti. Purtroppo la politica è lenta su questi temi e fa fatica a rispondere ai cambiamenti così repentini a cui stiamo assistendo. Sto lavorando proprio a questo: a ricostruire una rete di welfare sui Monti Dauni, sto provando a convincere i Sindaci che non basta l'opera pubblica, la strada o il ponte, che pure sono importanti, la vera economia sono i servizi sociali, quella che porterà i nostri ragazzi a rimanere, perché avremo bisogno di infermieri, fisioterapisti e di tutta una serie di professionisti fondamentali per poter svolgere quelle funzioni. Un lavoro sui servizi è un lavoro sul futuro, potremmo diventare il Portogallo della montagna garantendo alle persone anziane, del posto ma anche di fuori, di vivere dignitosamente”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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