In precedenti articoli ho evidenziato i redditi del 2022 dichiarati dalle famiglie di Capitanata e pubblicati dal MEF e sono emersi livelli di povertà assoluta che a prima vista risultano inverosimili. Si ha la sensazione che ci troviamo in un territorio le cui condizioni sono da terzo/quarto mondo e non in una provincia che appartiene ad un Paese dei G7. Il 56,69% delle famiglie dichiara redditi annui medi lordi di 6.894 (euro 574 al mese), e il 25,94% dichiara in media euro 20mila lordi (euro 1.660 mensili). In altre parole, l’82,63% dei nuclei familiari della provincia di Foggia vive con un reddito medio annuo lordo di euro 11.059 (euro 921 mensili lordi), e solo il 17,37% dichiara redditi annui superiori a euro 26mila. E’ completamente sparita la classe media, vive in povertà assoluta e relativa quasi l’80% della popolazione, di contro vive dignitosamente appena il 20% della persone. Chi sono i poveri che lavorano?
Molti hanno un lavoro part-time per lo più involontario (30%), soprattutto donne, altri sono uomini e donne occupati in maniera non continuativa (stagionali), e vivono in famiglie dove sono gli unici occupati e lavorano in attività amministrative e di supporto per le funzioni di ufficio e altri servizi alle imprese, altre attività di servizi e servizi di alloggio e ristorazione (classificazione Istat). Sono lavoratori sia del privato che del pubblico. La parte privata è quella sfruttata da aziende appartenenti a imprenditori spregiudicati che competono sul mercato riducendo fortemente il costo del lavoro, e beneficiano inoltre anche di contributi pubblici, non fanno alcun investimento volto alla crescita della produttività. Sono imprenditori con la barca da 20 metri e più, i cui lavoratori portano a casa redditi netti inferiori a euro 800 mensili. Il fenomeno riguarda anche imprese per lo più piccole e medie, che per sopravvivere hanno come unica leva la riduzione del salario a meno della sussistenza, l’imprenditore vive un po' al di sopra dei suoi dipendenti, tutto regge ancora su prezzi di mercato bassi il tutto a discapito del valore del lavoro.
Il lavoro povero ha colpito anche il settore pubblico, coinvolgendo tantissime persone per lo più giovani e donne. Sono impiegati a tempo determinato, quali le supplenze nella scuola pubblica, peggio ancora è il caso delle cosiddette Mad (messa a disposizione) candidature spontanee di persone disponibili a fare supplenze alle quali non serve alcun requisito specifico quali l’abilitazione all’insegnamento, la laurea o uno specifico diploma. Il blocco delle assunzioni del 2008 nella pubblica amministrazione ha contribuito ad incrementare precarietà e povertà attraverso il ricorso a esternalizzazioni di molti servizi, pratiche con le quali l’amministrazione pubblica acquisisce servizi sul mercato (non di qualità) che comprende lavoro di personale assunti da società esterne (quasi tutte cooperative sociali o di produzione), con gare al massimo ribasso. L’effetto di questa pratica è costo del lavoro basso e servizi di scarsa qualità.
L’economia del non valore del lavoro è costituita da settori quali quello dell’accoglienza, delle pulizie, dell’assistenza, della sanità (Rsa), dell’agricoltura che sfrutta, e diretta da caporalato, l’alloggio e la ristorazione, il commercio al dettaglio (commesse e impiegati), le professioni, l’industria agroalimentare. Lo scenario attuale è desolante, quello futuro è cupo e apparentemente senza speranza. Una società di fronte a questi numeri non può oggettivamente reggere, la conseguenza sarebbe il caos e la mancanza di coesione sociale, fenomeni che ancora non si intravedono grazie alla solidarietà familiare (genitori che aiutano i figli), ai risparmi accumulati e in continua erosione, ai prestiti contratti e non onorati, all’usura, all’emigrazione di massa di giovani, alla denatalità e alla preminenza ormai delle famiglie unipersonali che hanno raggiunto livelli che vanno oltre il 30% del totale oltre che a pratiche illegali quali evasione fiscale dilagante, corruzione, criminalità diffusa. Questi livelli di povertà sono presenti sia in comuni di piccole dimensioni, che in comuni quali Foggia, Manfredonia, Cerignola, San Severo e Lucera.
La povertà è diventata epidemia, e l’assurdità è che nessuno la racconta e tutti facciamo finta che non ci riguarda personalmente. Reagiamo alla mancanza di lavoro e al lavoro povero con l’emigrazione della gioventù migliore, con la solitudine, con la rinuncia e la privazione dei bisogni primari quali la salute, dei bisogni di sicurezza quali l’amore, gli affetti, l’amicizia (bisogni associativi di appartenenza). La società sta diventando sempre più esclusiva e estrattiva, il senso di appartenenza e di identità sta progressivamente sparendo, li abbiamo sostituiti con l’isolamento, l’apatia, il piccolo branco di appartenenza. Non diamo più valore alla politica, alle istituzioni, alla comunità perduta, all’economia percepita come truffa e sfruttamento.
Abbiamo bisogno come non mai di voci che suonano tanto più stonate quanto più sono limpide, che siano credibili e attente, sincere e pure, che abbiano dimostrato con il proprio vissuto che le cose si possono fare solo insieme, con l’etica, la conoscenza e la competenza, con attività e processi di coinvolgimento collettivo. Abbiamo bisogno di leader che hanno a cuore il bene comune e le generazioni a venire. Più volte ho sottolineato proprio dalle pagine di questo giornale che la soluzione al sottosviluppo economico e sociale è nella qualità delle istituzioni, la pratica e la ricerca economica hanno dimostrato come paesi vicini geograficamente e con le stesse risorse hanno situazioni economiche e sociali totalmente diverse (Corea del Sud e del Nord), perché quelle dove il benessere è importante hanno qualità istituzionali alte, sono inclusive, di contro quelle sottosviluppate hanno istituzioni esclusive e estrattive e dominano elite, familismo e amicismo amorale. Le ultime vicende politiche della città di Manfredonia, seconda in provincia di Foggia per redditi prodotti e terza per popolazione, dimostrano come siamo lontani dalla soluzione del degrado e decadimento in cui la città è precipitata.
Di fronte a dati apocalittici sulla povertà, occupazione, disuguaglianze, calo demografico, invecchiamento della popolazione, finanze pubbliche al limite del dissesto, a governare la città ci hanno messo persone del tutto inadeguate e inesperte con profili professionali, nella migliore delle ipotesi, del tutto distanti e lontanissimi dalle capacità e competenze richieste per la funzione di governo da svolgere.
E’ prevalso ancora una volta il familismo e l’amicismo amorale, la clientela e l’appartenenza al clan, il postificio che da reddito e elargirà favori, il tutto ancora una volta a discapito di chi non ha voce, non ha appartenenze politiche, di chi ha il bisogno di sopravvivere e vive in solitudine il proprio dramma. Di fronte al 79,39% delle famiglie sipontine (25.436 famiglie) che vivono al di sotto dei livelli di povertà assoluta con un reddito medio annuo lordo di euro 11.253 (euro 938 lordi mensili) e con un indice di invecchiamento della popolazione superiore a 8 (il più alto della provincia), con un progressione tale che nel giro di un decennio si arriverà al punto di non ritorno (Età media 48 anni), a guidare la città nei prossimi anni determinanti e vitali per la città ci hanno messo persone inesperte, inadeguate e senza alcuna competenza specifica. Mi vien da dire “Signore perdona loro, non sanno quello che fanno”.
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