La vendemmia sta terminando ma nell’Alto Tavoliere non c’è un prezzo per le uve

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La vendemmia in provincia di Foggia è quasi al termine ma nell’agro dell’Alto Tavoliere, malgrado le ottime uve che garantiranno un altrettanto ottimo vino, si sta registrando un dato non in linea con altre realtà all’interno della stessa Capitanata. A l’Attacco, un po’ da portavoce di tanti imprenditori agricoli, Michele Dirodi lancia il grido d’allarme: “La vendemmia è iniziata tra il 27 e il 28 agosto, considerando l’anticipo dovuto alla lunga assenza di piogge. Siamo a ottobre e il prezzo dell’uva, nel nostro territorio, non è ancora chiaro quale possa essere. Un primo prezzo lasciato a discorsi da bar e dettato, più che determinato in base alle caratteristiche delle uve, dai mediatori del Nord Italia che comprano le masse, è intorno a 22 euro al quintale. Non è una novità, purtroppo, che il prezzo nelle nostre zone lo stabiliscano i commercianti, i grossi compratori dei nostri mosti, del Veneto e del Friuli. E, a ruota, si adeguano anche i locali, cioè i commercianti e le aziende del Sud: si tratta di un prezzo ridicolo e c’è chi prova a specularci sopra. Però le cantine cooperative, devono stare più attente a formulare il prezzo perché hanno i soci conferitori”. 

Coldiretti Puglia aveva lanciato l’allarme, inascoltato, del presidente Alfonso Cavallo: "Stiamo assistendo alle decisioni unilaterali dei grandi player che stanno tentando d’imprimere un crollo delle quotazioni delle uve". Sui costi, Michele Dirodi è chiaro: “Per portare avanti un quintale di uva (concimazione, trattamenti fito-sanitari e spese vive di gestione) il contadino-imprenditore spende 15 euro a cui aggiungere 5 euro per la raccolta. Si arriva, così, a 20 euro per le spese: al netto di essere smentito. Ecco perché gli iniziali e paventati 22 euro al quintale, compreso il prezzo ipotetico messo in circolazione oggi – ma la cui conferma non è data da nessuno, perché nessuno vuole esporsi – indicano chiaramente una forma speculativa. Inoltre – ha precisato Dirodi - l’uva è ottima, è sana, e la gradazione zuccherina si aggira tra i 17 e i 20 gradi”. 

Ma i produttori, i contadini, fanno notare l’anomalia nell’anomalia: “Non è chiaro perché nell’Alto Tavoliere (San Severo, Torremaggiore e San Paolo di Civitate) non c’è un prezzo per le nostre uve e nessuno ne parla, ad iniziare dalle associazioni di categoria che conoscono il problema (il grano era già andato con un prezzo in forma speculativa, a 28 euro, anziché al giusto prezzo di 40 euro, con il pane che costa, però, 3.50 Euro/Kg). Nel Basso Tavoliere, invece (Foggia, Cerignola, Orta Nova) – ha continuato Dirodi - la tendenza è completamente diversa perché il prezzo è uscito subito, partendo da 16 euro di base, attestandosi, oggi, a 36 euro. Mi chiedo e ci chiediamo, noi contadini dell’Alto Tavoliere: perché sta succedendo questo, nella stessa provincia di Foggia? Perché due pesi e due misure? Noi produttori non potevamo far marcire l’uva sulle piante, per via della forte siccità che c’ha costretti ad anticipare la vendemmia. Le nostre uve – ha messo in evidenza l’imprenditore sanseverese – continuano ad essere conferite nei centri di raccolta locali, su cui pesa il macigno della forte speculazione che stanno compiendo i mediatori”. 

Una situazione che dovrebbe essere attenzionata anche da parte delle istituzioni preposte, oltre che dalle associazioni di categoria. Ma c’è anche l’atavico discorso della mancata unità dei produttori, piccoli e grandi, di Capitanata, non riuscendo a creare una forma di consorzio a tutela del prodotto, per un prezzo equo per tutti: “Il prezzo dell’uva per combattere l’inflazione, sopperire ai costi e per far sopravvivere i contadini e l’impresa, dovrebbe essere di 40 euro. Come azienda i miei vigneti, così come quelli di altri imprenditori agricoli–già reduci dalla crisi dello scorso anno con la peronospora che ha distrutto tanta uva – hanno realizzato, quest’anno, una media di circa il 30% in meno della capacità produttiva. Praticamente questa è la situazione comune a tanti agricoltori dell’Alto Tavoliere, in una terra vocata all’agricoltura e in cui il vino, insieme all’olio e al grano, rappresenta un prodotto d’eccellenza. Senza invocare la prima DOC di Puglia, proprio a San Severo”. 

Una situazione che andrebbe approfondita e indagata: “Vorrei che anche le istituzioni politiche e amministrative, facessero un focus e attenzionassero la questione, oltre che guardare solo allo sfruttamento della manodopera – che resta un fatto vergognoso per chi la pratica – e che criminalizza un importante settore del Made in Italy, non solo della Puglia”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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