Mentre la Spagna di Pedro Sánchez regolarizza mezzo milione di immigrati irregolari, a Borgo Mezzanone, il più grande ghetto agricolo d’Italia alle porte di Foggia, migliaia di persone restano intrappolate nell’illegalità. Il giornalista spagnolo Íñigo Domínguez, del quotidiano El País, ha scelto il ghetto come osservatorio per raccontare due modelli opposti di gestione dell’immigrazione. Da una parte Madrid, che affronta la questione come risorsa strutturale per l’economia e il welfare; dall’altra l’Italia, dove i fondi del Pnrr destinati al superamento dei ghetti vengono persi e le sanatorie non ci sono.
Tra baracche di fortuna, cumuli di rifiuti e condizioni igieniche precarie, Domínguez ha incontrato i braccianti africani che lavorano nei campi senza contratto e spesso senza documenti, vivendo “nell’ombra”, come racconta lui stesso. Accanto, realtà umanitarie come Intersos e la Scuola Fatoma cercano di offrire cure mediche e istruzione, restituendo dignità a chi, altrimenti, non può immaginare un futuro diverso. Il contrasto con la Spagna, però, è netto. La regolarizzazione qui resta una chimera, nonostante l’allarme del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta: “L’immigrazione regolare è indispensabile per sostenere la crescita e il welfare”.
In mattinata, intanto, davanti alla Prefettura di Foggia, l’Usb ha manifestato contro le morti e lo sfruttamento nei campi. La richiesta del sindacato è quella di una casa, un lavoro regolare, i documenti e l’uso immediato dei fondi a disposizione. Borgo Mezzanone resta così una ferita aperta, simbolo della distanza tra chi governa l’immigrazione come risorsa e chi la lascia nell’emergenza permanente. Di seguito il servizio video, domani su l’Attacco il reportage completo.
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