Le storie della comunità, specie se piccole, passano attraverso quelle delle persone e dei tesori che custodiscono, spesso rai e sconosciuti anche a chi vive nelle vicinanze. A Bovino, per esempio, uno di questi è l’ultimo mulino ancora funzionante in Puglia. Si chiama “Lo Moleno d’acqua dal Ponte”, un mix di ospitalità, convivialità e produttività.
E quando si è trattato di incontrarsi tra Comuni che vantano questi importanti e storici presidi, quello guidato da Vincenzo Nunno ha partecipato con il suo patrimonio di storia, cultura e tradizione locale che effettivamente è ancora tutto da scoprire, tanto da essere quello capofila della speciale Associazione che ha meno di due anni di vita e conta nella dirigenza anche Morcone (Benevento) e Castel San Lorenzo (Salerno), mentre l’ultimo arrivato è Matrice (Campobasso) che ha ospitato un meeting sul tema.
“I mulini dettano e scandiscono le ore e i giorni, le vite di uomini e animali, producono alimenti – ha dichiarato il Sindaco bovinese - e noi nel preservare la gioia di vederli ancora partecipi al cambiamento in positivo, vogliamo renderli sempre più armoniosamente territoriali”.
In effetti il proposito è quello di recupero e amplificare la tradizione e l’identità culturale di questi luoghi anche attraverso le materie prime che vengono lavorate, proprio per favorire la diffusione e distribuzione dei prodotti identitari, anche grazie all’apporto di un già costituito e specifico comitato tecnico scientifico, formato da esperti di promozione territoriale e di progettazione su bandi europei, mugnai e professionisti dell’alimentazione e del turismo. A questo organismo è stato affidato il compito di costruire una traccia rigenerativa dei territori, fatta di biodiversità, eccellenze, sapori, architettura civile ed industriale, insomma le attrattive di un turismo caratterizzato sulla esperienza concreta, in un collegamento diretto tra passato, presente e futuro. Del resto, quando si tratta di raccontare un luogo, ogni risorsa è buona, e l’arte della molitura è un elemento certamente caratterizzante per la civiltà occidentale, con un conseguente sviluppo di carattere tecnologico, economico, sociale e politico.
Il mulino di Bovino funziona ininterrottamente da oltre due secoli, sorge sul letto del torrente Cervaro del quale sfrutta il flusso idrico, a pochi chilometri dal centro abitato, nei pressi della stazione ferroviaria, in un luogo di grandi crocevia storici e logistici, soprattutto di epoca borbonica (di fronte c’è una fontana monumentale di quella ispirazione) con sicuri protagonisti anche i briganti. La struttura ha un’impostazione insolitamente orizzontale, quindi ben diversa dall’immaginario collettivo. E’ costituito da due macine in quarzite (pietra durissima), singolarmente dedicate al prodotto per umani e animali. E’ storicamente appartenuto ai vescovi di Bovino, poi ceduto al notaio Domenico Caneva che nel 1916 lo vendette alla famiglia Grasso, appena rientrata dagli Stati Uniti. Quattro donne, tutte sorelle con i rispettivi mariti, lo conducono ancora oggi, dopo tre generazioni ancora legate fisicamente alla terra delle proprie origini, salvaguardato sia nelle tecniche che nei materiali e strumenti utilizzati, oltre che degli ambienti, rimasti sostanzialmente gli stessi. L’impianto veniva usato anche a noleggio per privati che potevano così macinare direttamente il proprio raccolto.
Al suo interno, vengono trattati solo alcuni particolari tipi di grano, poco diffusi nel commercio industriale, come il marzuolo, la bianchetta (tipico della zona di Trani), la risciola (provenienza irpina), ma prima di tutto i “locali” vermiglio e il sempre più famoso Senatore Cappelli.
Il valore aggiunto del mulino sta nella possibilità di assistere al processo di lavorazione, anche perché è di fatto una sorta di museo della tradizione contadina, aperto a turisti di passaggio e scolaresche con le quali è possibile allestire anche dei laboratori didattici mediante i quali mostrare la preziosità e la potenza dell’acqua, paradossale nella “Puglia sitibonda”, ma anche l’importanza della corretta alimentazione e la riscoperta di sapori perduti e quindi insoliti per i palati abituati ai cibi industriali.
Il funzionamento si basa su una tecnologia che mantiene il costante equilibrio fra materiali e soluzioni, convogliando l’acqua dentro un serbatoio da cui poi cade su una ruota orizzontale che comincia a girare, mettendo in azione la macina sovrastante agganciata allo stesso asse. La materia prima tritata finisce poi nella tramoggia, il contenitore per la raccolta finale. Qual è la differenza con i sistemi industriali? La lentezza dei giri della mola riescono a far mantenere al grano tutto il contenuto vitaminico, senza surriscaldarlo prima di essere decorticato.
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