Le ruote della bicicletta girano sempre più velocemente in un largo e vuoto spiazzo in cemento, mentre il suo sorriso si allarga man mano che il mezzo a due ruote guadagna velocità. I suoi occhi sono grandi e luminosi, felici nonostante ne abbiano viste – e vissute – già tante. Il dodicenne che scorrazza in bici nel cortile della Casa della carità, a Manfredonia, è arrivato a febbraio scorso dall’Afghanistan e si chiama Murtaza. Il suo nome non dirà molto, probabilmente. La fotografia che lo ritrasse nel 2016, invece, la conosce tutto il mondo. Aveva 5 anni e venne fotografato dal fratello maggiore mentre giocava a calcio indossando un sacchetto di plastica trasformato nella maglia della nazionale argentina. Portava il numero 10, quello di Lionel Messi. L’immagine commosse tutti, compreso l’allora fuoriclasse del Barcellona. Il goleador lo volle incontrare di persona e gli regalò un completo ufficiale della Selección argentina con autografo e dedica personalizzata. Lo fece anche scendere in campo in occasione di una partita amichevole giocata dal Barcellona in Qatar.
Ma tutta questa notorietà mise a rischio la vita stessa del bambino. Alcuni erano convinti che l’amicizia con il campione avesse fruttato anche soldi per la sua famiglia che, perciò, temeva che Murtaza potesse essere sequestrato per chiedere un riscatto. “L’abbiamo dovuto chiudere in casa – riferirono ad alcuni media –, per due anni non è andato a scuola”. La famiglia di Murtaza è hazara - l’etnia invisa ai talebani e allo Stato islamico Khorasan -, perciò viveva sotto costante minaccia per la propria vita.
Un primo momento importante fu il 4 novembre 2021, con la firma al Viminale del protocollo d’intesa per l’attivazione dei corridoi umanitari per i cittadini afghani. A ottobre 2022, la famiglia potette presentarsi a Islamabad (Pakistan) per il colloquio con i volontari della Caritas. Ottennero i visti a un costo elevatissimo e con questi superarono il confine afghano. Dopo ulteriori vicissitudini, arriva febbraio 2023 e la famiglia partì finalmente alla volta dell’Italia. Quando è arrivato a Manfredonia, Murtaza ha cominciato a frequentare la prima media in un istituto locale. Quella è stata la prima volta in vita sua che ha varcato la soglia di un’aula scolastica. Adesso, riesce già a comprendere bene l’italiano e lo utilizza con buona padronanza, considerato il breve lasso di tempo trascorso a Manfredonia.
Con lui, c’è un altro bambino afghano che frequenta lo stesso istituto scolastico dove risulta “importantissimo il lavoro che sta svolgendo la dirigente insieme a tutte le insegnanti – evidenzia Angela Cusenza, responsabile Caritas dell’ufficio Progettazione e coordinamento. Si è così creata una rete tra Caritas, scuola e parrocchie”. Alcuni pomeriggi c’è il doposcuola alla Casa della carità, altri Murtaza li trascorre dove i suoi occhi si sono accesi sin dal primo momento: sul rettangolo di gioco di un campo di calcio. Allo stadio Miramare, indossa maglietta, pantaloncini e scarpette perché frequenta la scuola calcio del Manfredonia Calcio: un altro contesto, in aggiunta a quello scolastico, nel quale ha scambi ravvicinati con i suoi coetanei.
“C’è stato anche il Grest alla parrocchia dello Spirito Santo – ricorda Angela -, a cui ha partecipato insieme a tutti gli altri ragazzi. Si è fatto un sacco di amici, qui nel quartiere. Qualcuno di loro viene anche a trovarlo alla Casa della carità, dove magari giocano con le bici”. I suoi genitori, al mattino, accompagnati dai volontari della Caritas, frequentano un corso di lingua italiana; nel pomeriggio, invece, vanno al Cpia (Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, ndr) per il corso di alfabetizzazione per chi è di lingua straniera.
Non sono gli unici, considerato che “nel gruppo degli adulti, c’è anche chi sta frequentando la scuola media, chi un istituto superiore cittadino e chi proprio ieri (martedì scorso, ndr) ha svolto il test per avere accesso alle facoltà linguistiche universitarie”.
Insieme a Murtaza ci sono papà, mamma, un fratello e una sorella. C’è un secondo nucleo famigliare che è composto dall’altra sorella di Murtaza, da suo marito e un bambino di nemmeno 3 anni.
Inoltre, ci sono ulteriori due nuclei alla Casa della carità – arrivati a maggio scorso - e ognuna di queste quattro famiglie afghane ha spazi propri quasi a mo’ di un piccolo appartamento. Vivono in modo che ogni famiglia sia autonoma, quindi hanno cucina, salotto, area notte e così via. Una precedente esperienza di corridoio umanitario attivato dalla Caritas di Manfredonia è quella del 2017, a San Giovanni Rotondo. “Erano 40 siriani provenienti dal corridoio che era stato aperto in Giordania. Ora sono tutte famiglie autonome – il risultato del percorso compiuto -, ognuna ha il suo appartamento. C’è chi va all’Università e chi lavora – spiega Angela Cusenza -, c’è anche chi ha aperto un’attività commerciale per la vendita di kebab”.
Nel primo periodo di permanenza sono costantemente accompagnati da professionisti volontari per soddisfare le esigenze della quotidianità. “Poi attiviamo i tirocini formativi e lavorativi, come anche li iscriviamo alla scuola guida per conseguire la patente. Un elemento importantissimo per la propria autonomia”. Nel processo di integrazione, “è necessario che a volerlo siano in due – commenta a sua volta don Luciano Vergura, che è il direttore della Caritas di Manfredonia -. Sia da parte di chi accoglie, con la capacità di scommettere su questo processo, e sia anche da parte di chi arriva qui da uno stile di vita molto diverso ma deve realmente impegnarsi”. La chiave di volta “è il rapporto di fiducia che si deve creare tra le parti. Abbiamo l’esperienza con i siriani e posso dire che quando si agisce così, l’integrazione è riuscita”.
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