Va via un pezzo di storia politica della Capitanata: Sabino Colangelo, l’ultimo (vero) dirigente

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E’ da molti considerato l’ultimo vero dirigente di partito che la Capitanata abbia annoverato nell’alveo della sinistra. Un gigante territoriale della politica. Un animale politico strutturalmente solido, ma anche di una complessità estrema. Sabino Colangelo interpretava il suo agire nella più togliattiana delle accezioni, ovvero con la strategia delle alleanze - rivendicando sempre, però, l’autonomia e la centralità del partito di cui fu leva (prima il Pci, poi il Pds e i Ds) - per governare e tenere insieme il sistema di interessi organizzati del territorio. Sviluppò la sua personale visione di welfare partendo dalle pulsioni bracciantili la cui prima vera stagione di lotta fu animata, agli inizi del Novecento, da Giuseppe Di Vittorio (di cui Colangelo provò ad essere interprete contemporaneo), passando poi per il proletariato urbano, fino a giungere alle intese con il nuovo potere emergente a Foggia, quello del mattone.

Non di rado scontrandosi, tra gli anni ’90 e i ‘2000, con quel ceto medio riflessivo di sinistra che provò a chiedere più centralità del capoluogo dauno rispetto alle politiche della segreteria provinciale orientate dallo stesso Colangelo. Il quale fu il principale regista locale di quel “collateralismo rosso” costituito dalle cosiddette “cinghie di trasmissione” d’area: il sindacato (la Cgil); le associazioni di categoria quali, tra le altre, Cna Artigianato, Confesercenti, Cia Agricoltori, nonché le rappresentanze degli altri corpi intermedi; le importanti coop rosse del territorio.

Un sistema di “cooperazione” territoriale che Sabino Colangelo ha sempre provato, il più delle volte riuscendoci, a tenere insieme.  Anche negli anni ’90 e fino all’ultimo stadio delle sue esperienza politica da protagonista. E nonostante i venti storici di portata internazionale, in particolar modo quella caduta del Muro di Berlino (1989) che stravolse ogni cosa per la tattica di gioco comunista e che determinò la fuga dalla sinergia con il partito da parte di quelle stesse “cinghie di trasmissione” ormai sotto il vessillo di una nuova indipendenza e autonomia.

Per molti Colangelo è stato vero regista, nonché terminale al passo coi tempi, prima della forza (quando la Federazione comunista della provincia di Foggia poteva vantare un numero di iscritti secondo solo, in tutto il Mezzogiorno, al Pci del Napoletano), e poi della sopravvivenza, del partito in Capitanata.

Ma il suo fiuto da fine stratega lo portò sempre a dialogare anche con gli altri partiti, pure quelli di fazione opposta, potendo annoverare, tra le altre cose, una stabile amicizia con il senatore Lucio Tarquinio.

Alle fine degli anni ’90 il settimanale Protagonisti diretto da Piero Paciello titolò la sua azione politica per il governo del territorio come “Lo schema Colangelo”.

Finché c’è stato lui il partito è davvero riuscito ad affermare, nel bene e nel male, il primato della politica sulla cosa pubblica. Caratteristiche poi dissoltesi nel sistema vischioso che ha preso il sopravvento in questi ultimi anni.

Il legame con il partito

Severino Cannelonga, sanseverese ex parlamentare del Pci, nonché figura di primo piano del partito in Capitanata, di Colangelo racconta quanto segue: “Ha avuto un ruolo molto importante nella vita del partito comunista della provincia di Foggia. Era un politico fine, di grande intelligenza e rilievo strategici, praticava la politica con la “p” maiuscola. Dopo la caduta del muro di Berlino il gruppo dirigente locale riuscì, con Sabino in prima linea, a tenere tutto il partito unito: in pochissimi, infatti, migrarono in Rifondazione comunista o nelle altre forze politiche scissesi. Colangelo – prosegue Cannelonga - aveva una grande capacità di comunicazione anche con gli altri partiti, era un tipo ‘aperto’. Sin dall’inizio della sua attività politica siamo stati insieme nella Federazione di Foggia. Eravamo un gruppo di giovani favoriti dai compagni anziani, con i quali sviluppammo sinergicamente un grande processo di rinnovamento, poi affermato proprio da Colangelo, Galante, Fusilli, Zicca, Pizzicoli, il sottoscritto ed altri esponenti dei vari comuni di Capitanata: eravamo tutti personalità politiche emergenti nelle sezioni locali e fummo poi promossi nel gruppo dirigente provinciale. Questo determinò poi la salvezza del partito rispetto a ciò che stava succedendo nel mondo. Ma già 50 anni fa, negli anni ’70, un giovane Colangelo - prosegue Cannelonga - mi venne a trovare per invogliarmi ad un ruolo da protagonista nel partito, così lasciai il lavoro e mi dedicai alla Federazione territoriale del Pci. Sabino, in quella temperie piena di ottimismo e unitarietà, di cui successivamente poterono godere anche Pds e Ds, era anch’egli una nuova leva del Pci, ma nonostante tutto si muoveva già da regista, si prodigava per cercare e selezionare nuovi compagni. Fu in seguito anche protagonista di alcune operazioni istituzionali in costante dialogo con altre forze politiche.

Sinergia con le associazioni di categoria

Per Tonino Trombetta, ex sindaco di Lesina e storico presidente della Cna, “Sabino Colangelo interpretava la politica come arte della relazione e della mediazione: ciò rientrava pienamente tra le sue capacità. Era ben conscio che la politica doveva costruire soluzioni e dunque era bravo ad andare oltre gli ideologismi. Ebbe un ruolo centrale, qui in Capitanata, nel traghettare il potente Partito comunista della provincia di Foggia in un’esperienza completamente nuova che andava oltre le chiavi di lettura politica del Novecento. Così la sinistra dell’epoca riuscì a accreditarsi per diventare forza di governo delle istituzioni. La Cna – entra nel merito Trombetta – nacque 70 anni fa proprio dentro la logica delle ‘cinghia di trasmissione’ del Partito comunista italiano. Con Colangelo la Cna provinciale ha condiviso tanti percorsi. Fu semplice farlo: ci sentivamo tutti responsabili di preservare e ammodernare le chiavi di lettura che resero forte il Pci nel Foggiano. Con Colangelo condividevamo ideali e proposte programmatiche. Ma lui fece di più, rafforzò di molto anche il rapporto con un pezzo di mondo della rappresentanza di categoria che stava al di fuori dall’area rossa, come Confartigianato o Confcommercio. Lo fece ponendo al centro i temi programmatici e le esigenze dei vari soggetti, mantenendo, però, sempre ben salda l’autonomia del Pds e dei Ds dell’epoca. Il sistema delle ‘cinghie di trasmissione’ – riflette ancora Trombetta – inevitabilmente si interruppe con i venti autonomisti portati dalla caduta del Muro di Berlino; a partire dal nuovo secolo, poi, la sinistra si è radicalmente trasformata, indebolendosi insieme a tutto il sistema della democrazia rappresentativa, prova ne sia l’attuale astensionismo alle urne: alcuni politici, infatti, hanno iniziato a pensare di poter racchiudere la rappresentanza esclusivamente nella delega elettorale, e a pensare all’esistenza di un soggetto autonomo ma al contempo indistinto, ovvero il popolo, in un’ottica in cui non si comprende più dove risieda il conflitto e quali siano i programmi di intervento dell’agire politico”. 

Il rapporto con il sindacato

Franco Persiano, storico ex dirigente locale della Cgil, lavorò non soltanto in tal veste a contatto con Colangelo. Persiano, negli anni ’70, fu infatti nella Federazione provinciale dei giovani comunisti insieme a Colangelo e alla moglie di quest’ultimo Marisa Grasso. Ne nacque un rapporto di profonda stima e amicizia.

“Con Sabino - spiega Persiano - ebbi sempre sempre rapporti di tipo politico, anche quando nel ‘79 passai al sindacato dietro richiesta della Cgil provinciale. Colangelo - continua a raccontare - mantenne sempre rapporti con i dirigenti sindacali della Cgil, anche perché era molto curioso sulle vertenze socio-economiche che si sviluppavano sul territorio. All’epoca c’era un rapporto molto stretto tra la Federazione del Pci e la frangia comunista della Cgil. Questo prima che all’interno del sindacato fossero sciolte le componenti comuniste e socialiste con l’avvento di Trentin in Cgil alla guida della segreteria nazionale. In seguito – prosegue Persiano -incrociai Colangelo quando divenni segretario dei Ds a San Severo, mentre lui ne era segretario provinciale dopo aver terminato la sua esperienza da consigliere regionale. Negli anni ci siamo sentiti spesso per discutere di politica, ricordo che parlavamo molto anche del ruolo di Massimo D’Alema all’interno dello scacchiere nazionale”.

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