Salcuni: “Pochi 2 anni astinenza del Pd da potere cittadino. Intera generazione dem dovrebbe restare a casa”

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Il desiderio del M5S di Manfredonia di annunciare, già a metà gennaio, coalizione e candidato sindaco in vista delle comunali del 9 giugno prossimo si è scontrato col no definitivo del Pd e di altri pezzi del costituendo campo largo sipontino al nome dell’ex eletto pentastellato Raffaele Fatone (candidato sindaco del M5S nel 2021). Una battuta d’arresto che fa slittare l’intesa e l’ufficializzazione. Da quanto trapela la prossima settimana ci sarà un nuovo incontro con i potenziali alleati dem&Co., cui i 5S intendono far capire che sono disposti ad andare avanti col dialogo ma non intendono rinunciare ad un candidato sindaco di propria espressione. I contiani del Golfo restano convinti, così come hanno spiegato al coordinatore provinciale ed europarlamentare Mario Furore, della necessità di allearsi coi dem e col centrosinistra per arrivare stavolta a Palazzo San Domenico. Chi la pensa diversamente, specie dopo la rottura M5S-Pd a Foggia, è l’avvocato Vanni Salcuni, che negli scorsi anni ha militato coi pentastellati ma oggi osserva lo scenario da occhio esterno e terzo. L’Attacco lo ha intervistato.
Che situazione oggi vede a Manfredonia?
Credo che per esprimere un’opinione sull’attuale situazione politica, in vista delle prossime elezioni comunali, si debba necessariamente partire dal risultato elettorale del 7 novembre 2021. Data non lontana. Non credo che gli umori e gli orientamenti dei miei concittadini siano cambiati più di tanto in poco più di due anni. Le vicissitudini della “sfortunata” amministrazione Rotice non possono far passare in secondo piano la fortissima volontà di cambiamento espressa allora e che ha visto nella vittoria dell’imprenditore prestato alla politica uno sbocco fortunato e, in fondo, poco atteso.

Ricordo le percentuali espresse dai candidati sindaci al primo turno: Gaetano Prencipe (centrosinistra), 26,24%; Gianni Rotice (centrodestra), 25,89%; Raffaele Fatone (M5S – civiche), 19,15%; Giulia Fresca (civiche), 17,02%; Maria Teresa Valente (CON – MD), 6,57%; Tommaso Rinaldi (Azione), 5,13%. Proprio la vittoria di Rotice al ballottaggio, col 56,20%, riaffermò tale volontà, espressasi in un rifiuto categorico di Prencipe, visto come candidato di quel centrosinistra che aveva portato Manfredonia al doppio scioglimento del consiglio comunale per crisi politica e sospette infiltrazioni mafiose. La scarsa affluenza al secondo turno (43,31% degli elettori) per me ha dimostrato la delusione per il fatto che si dovesse scegliere tra due candidati comunque legati ai partiti tradizionali. 

Era facile prevedere che il civico Rotice, dopo appena due anni dall’insediamento come sindaco, avesse così tante difficoltà all’interno della coalizione di centrodestra? 
Non lo so. Certo, l’insofferenza per le logiche di partito di Forza Italia e del suo massimo esponente, l’onorevole Giandiego Gatta, insieme a tutti i limiti e velleità sue personali e della sua giunta, si manifestò quasi subito e sfociò poi irreparabilmente nelle elezioni provinciali del gennaio 2023.

E adesso che umori avverte? Il campo largo nascerà o no?
C’è una fortissima voglia di restaurazione da parte del Pd, che ha ritrovato il proprio simbolo e slancio, e dei suoi storici alleati civici satelliti. La forte vittoria politica al Comune di Foggia - dove ha annichilito e piegato il M5S di Mario Furore che si illudeva di “contenere” un partito di potere esperto e diligentemente guidato - ha però messo in crisi l’idea di replicare qui il campo largo progressista, sconsigliata adesso proprio da chi nel M5S pensava di farne un vanto trionfalistico. Il campo largo è diventato prima il “campo giusto”, come l’ha definito Giuseppe Conte, e poi “caso per caso, mò vediamo”, come se una presunta strategia lungimirante e di alto profilo politico potesse dipendere da un singolo infortunio elettorale tra alleati. A mio avviso, considerati i numeri di novembre 2021 e l’assenza dell’elemento Fresca che allora scompaginò calcoli e schieramenti, Manfredonia può ancora ritrovarsi in una coalizione centrista e M5S di vero rinnovamento.

Dunque lei preferirebbe vedere i 5S con alleati civici, come nel 2021.
Non è azzardato ipotizzare un insieme di forze politiche e movimenti civici che, abbandonato definitivamente il passato grigio e opaco, possa riconvogliare la volontà di svolta e cambiamento. Bisogna voltare pagina e l’unico campo di governo possibile è quello che escluda le ali estreme dello schieramento politico. Le difficoltà di questa mia auspicata soluzione sono oggettivamente quasi insormontabili ma il fattore unificante delle prossime coalizioni non può essere né “è naturale allearci perché abbiamo fatto opposizione insieme” né “l’importante è che non ci sia Rotice o Gatta”. La situazione della città richiede che il bene pubblico prenda finalmente il sopravvento sugli interessi egoistici degli attori sulla scena politica. Il mio auspicio è una coalizione centrista, quasi di salute pubblica, ma il problema è che di civici veri ne vedo pochi in giro.

Cosa pensa del caso D’Ambrosio?
Su D’Ambrosio indagato, non conoscendo gli atti e le circostanze, non mi esprimo. Sono sempre un liberale garantista. Politicamente condivido l’analisi fatta dal direttore de l’Attacco nel proprio video editoriale dei giorni scorsi, quello dedicato all’innegabile legame tra D’Ambrosio e il Pd per decenni. Del resto mi pare che alle scorse comunali non si sia presentato. Più in generale, per me si tratta di un’intera generazione di piddini - quella dei 50-60enni - che dovrebbe andare a casa. Ecco perché la mia idea è che sia necessario tenerli ancora fuori dal Comune. Bisogna assolutamente evitare che il sistema Pd torni al potere. Sono pochi due anni di astinenza del Pd dal potere cittadino. Non ho visto una severa autocritica per ciò che è successo a Manfredonia visto che i soggetti dominanti sono sempre gli stessi. 

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