Le indagini degli inquirenti sull’omicidio di Salvatore Prencipe dovranno far luce se la morte del boss riguarda il suo passato o se è stato ucciso per bloccare un suo tentativo di ritagliarsi spazi.
E’ il 4° omicidio del 2023 in Capitanata, il primo dell’anno in città, il 9° dal 2020, di cui sette maturati nel mondo della criminalità e tutti impuniti. Il pericolo, poi, non di poco conto è che potrebbe riaprirsi una nuova stagione conflittuale.
Dda e squadra mobile attraverso testimonianze e video stanno ricostruendo la dinamica dell’omicidio. Prencipe, scarcerato il 31 ottobre 2015 dopo 11 anni e 3 mesi in cella e una condanna a 13 anni e 6 mesi per droga ed estorsione nel blitz Poseidon del giugno 2004, viveva con la madre. Alle 20.50 di sabato è uscito dal palazzo per trascorrere la serata con la sorella: un killer ha esploso due fucilate, il primo colpo ha infranto il parabrezza della “Mercedes”, il secondo da distanza più ravvicinata al volto ha ucciso Prencipe.
La storia criminale di Foggia racconta che l’ascesa dei mafiosi – Prencipe veniva accreditato del quarto dei sette gradi, quello di “santista”, già nel maxi-processo Panunzio del ’94 che sancì la mafiosità della “Società” – passa per la violenza e il sangue. Pur se Prencipe non è stato mai condannato per omicidio: indagato e prosciolto per la morte di Antonio Parisi nell’ottobre ’93, arrestato nel 2005 e assolto per la lupara bianca di Pinuccio Laviano datata gennaio ’89.
Insieme a Trisciuoglio, Prencipe era al vertice dell’omonimo clan coinvolto sia nella terza delle sette guerre di mafia della storia della “Società” sia nella successiva. Trovare il movente sarà il punto fondamentale per sbrogliare la matassa dell’inchiesta.
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