L’8 settembre arriva la commissione parlamentare antimafia a Foggia, la (bad) cases history da ripassare

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E’ molto attesa la visita della delegazione della commissione parlamentare antimafia a Foggia, in programma venerdì 8 settembre, disposta alla vigilia delle elezioni comunali del 22 e 23 ottobre, dopo il commissariamento del Comune per infiltrazioni mafiose, con gli occhi puntati sulla composizione delle liste dei candidati che la commissione ha chiesto di valutare in anticipo. Foggia è il secondo Comune capoluogo di provincia in Italia, dopo Reggio Calabria, il cui Consiglio è stato sciolto per infiltrazioni e le imprese di Capitanata da diversi anni sono al centro di un controllo da parte della Prefettura che ha disposto numerose interdittive, a partire dagli anni in cui la Squadra Stato ha congiuntamente inteso dare una serie di risposte decise alle offensive della criminalità del territorio; ma anche in tempi più recenti, quando il dibattito a livello nazionale sulla legislazione antimafia si è orientato verso una serie di ragionamenti dal taglio più critico, come più volte evidenziato su queste colonne. La stessa commissione antimafia della precedente legislatura, presieduta da Nicola Morra, ha ammesso che i provvedimenti fin qui assunti non si sono rivelati efficaci quanto si sperava, non solo per la bonifica degli enti comunali e per il ripristino della legalità ma anche per il buon andamento dell’economia privata, riscontrando che la maggior parte delle aziende sottoposta ad interdittiva finiva fallita.

Il dibattito è ancora in corso, soprattutto alla luce della imminente riforma, Palazzo Chigi ha infatti reso noto che il Governo ha avviato l'esame del disegno di legge delega per la revisione della normativa sull'ordinamento degli enti locali, proposto dal ministro dell'interno Matteo Piantedosi. Stando alla bozza diffusa dai media, il restyling interesserà anche la disciplina in materia di controllo sugli organi degli enti locali conseguenti a fenomeni di infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso o similare. Ma da una prima analisi si tratterebbe soltanto di modifiche marginali alle leggi in vigore mentre da più parti si ritiene necessaria una revisione più robusta della normativa, volta in particolare a ridimensionare quello che è stato definito un eccessivo “dominio prefettizio” su Comuni e aziende.

Anche i giudici di Strasburgo hanno negli ultimi giorni acceso nuovamente i riflettori sulle interdittive alle imprese, da un lato la Corte dei diritti dell’uomo ha chiesto ai giudici italiani come possa confiscarsi un patrimonio aziendale, se gli stessi giudici penali abbiano, nel caso specifico, escluso l’esistenza di un’associazione di stampo mafioso (sentenza 28 agosto 2023, Cavallotti).

Nello stesso mese, i giudici amministrativi hanno annullato un’interdittiva, restituendo al mercato un’impresa in odore di mafia ma divenuta immune perché sottoposta a sequestro e quindi a un penetrante controllo pubblico.

Per estensione, si può, con un semplice atto amministrativo, basato sul sospetto, marchiare un’impresa come vicina alla criminalità organizzata anche se la magistratura e i giudici penali non rilevino alcun elemento per iniziare indagini e approfondimenti sulla stessa?

Questa è una delle domande che l’Attacco propone alla commissione antimafia in città, sulla base di una serie di casi, già analizzati su queste colonne e che in vista dell’8 settembre ripropone, per accendere il dibattito sul cosiddetto codice antimafia.

Il caso

Una delle interdittive che ha fatto più rumore, in Capitanata e non solo, è quella comminata a Tre Fiammelle, dell’imprenditore Michele D’Alba che risale a febbraio del 2023.

Negli approfondimenti pubblicati in questi mesi, l’Attacco ha provato a ricostruire la vicenda, mettendo in evidenza le perplessità e i dubbi che il provvedimento ha suscitato.

Come è noto, l’interdittiva a Tre Fiammelle si fonda principalmente su due elementi che possono definirsi le “prove regine” di quella che per la Prefettura è la contiguità tra D’Alba e certi pezzi di criminalità organizzata del capoluogo.

Il provvedimento prende le mosse da fatti accaduti nel 2017, quando diversi imprenditori subirono le richieste estorsive da parte di alcuni noti criminali della città legati ai clan e alle famiglie della Società foggiana.

Tra le vittime delle minacce c’è la famiglia di Michele D’Alba, titolare di Tre Fiammelle, storica coop di Foggia. In quel periodo D’Alba e Paolo Telesforo (altro noto imprenditore attivo nella sanità privata) annunciavano di aver dato vita alla società Universo Salute con la quale avevano acquisito il grande polo ospedaliero ecclesiastico finito sul lastrico fondato da Don Uva, con sedi a Foggia, Bisceglie e Potenza.

D’Alba denunciò dopo due giorni il tentativo di estorsione (il 27 ottobre 2017), dando vita ad una inchiesta giudiziaria che ha permesso di intercettare i pregiudicati Tizzano e Gatta “in missione” in un’altra struttura sanitaria privata, collegata allo stesso Gruppo Telesforo, la Rssa Il Sorriso. I due furono ricevuti da Cristian Vigilante, responsabile del personale, fratello di Luca, manager e genero di Paolo Telesforo. La Polizia infatti era appostata nei pressi della struttura e dopo aver visto entrare i due, hanno recepito le immagini della videosorveglianza interna della Rssa. Era l’11 gennaio 2018. Saluti, sorrisi, abbracci e addirittura baci, questi i gesti che i tre si scambiarono all’ingresso, tali da lasciar intendere che i rapporti fossero amichevoli. Lo stesso Cristian non ha fatto mistero della conoscenza dei due, sentito dagli inquirenti in questura in Sit, il 16 gennaio, dopo 5 giorni dai fatti accaduti in Rssa. In quella occasione confermò che i due erano andati a fargli visita per chiedere il pizzo. Raccontò anche che Tizzano e Gatta avevano tirato in ballo D’Alba, che era, a loro dire, già nella lista degli imprenditori estorti. Nei 35 giorni successivi alla visita in Rssa vennero ascoltati in Sit, oltre a Cristian, anche Luca Vigilante e Paolo Telesforo, i quali dichiararono di essere a conoscenza dell’accaduto ma di non aver ancora denunciato gli estorsori. Dichiarazioni riportate nelle carte dei processi DecimAzione e Decima Bis, che hanno fatto luce sul sistema delle estorsioni in città. In quel processo D’Alba risulta essere una vittima del racket. Anche gli altri imprenditori per i magistrati sono vittime coraggiose che hanno avuto la forza di non piegarsi alle richieste dei malviventi. Eppure D’Alba avrebbe mostrato, secondo la Prefettura, una certa timidezza nel denunciare (dopo due giorni dalle minacce) gli estorsori. Ha destato molta perplessità il provvedimento prefettizio, non solo perché arrivato dopo ben 5 anni dai fatti ma soprattutto perché nel corso di questo lasso temporale D’Alba non è stato oggetto di indagini giudiziarie, condanne o altri provvedimenti. Non solo, in quei 5 anni si sono avvicendati diversi Prefetti a Palazzo di governo ma nessuno, se non l’ultimo, ha ritenuto di dover dare corso all’interdittiva nei confronti di Tre Fiammelle.

La captazione

La seconda prova “regina” per la quale si giustificherebbe l’interdittiva è la registrazione eseguita nella sala d’aspetto degli uffici della Squadra Mobile presso la questura di Foggia, l’8 febbraio 2018, della conversazione tra D’Alba, suo figlio Lorenzo e il genero Raffaele De Nittis, convocati in quella sede per essere ascoltati in Sit (Sommarie Informazioni Testimoniali) dagli investigatori, nell’ambito dell’inchiesta relativa ai tentativi di estorsione. Quella conversazione è stata considerata decisiva ai fini dell’interdittiva perché, secondo la Prefettura, dimostrerebbe il patto di famiglia volto a coprire i mafiosi (e quindi la contiguità), con un preciso accordo per restare in silenzio e non rivelare nulla agli inquirenti, proteggendo così i criminali. Nell’atto prefettizio vengono riportati alcuni stralci di quella conversazione, trascritta da agenti della Squadra Mobile della questura di Foggia, che così come annotati avvalorerebbero la tesi del pericolo di infiltrazione: “No, non parlo”, “Ci dobbiamo trovare con le stesse cose”, due delle frasi più significative. La difesa di D’Alba, tramite accesso agli atti, ha ottenuto l’audio originale, captato in questura, il cui ascolto (disponibile anche su lattacco.it) ha riservato non poche sorprese. “No, non parlo” in realtà è “No, vado al bar”, inserito in una più ampia e articolata conversazione (su un succo di frutta e una bottiglietta d’acqua, assente nella trascrizione della polizia giudiziaria); “Ci dobbiamo trovare con le stesse cose” (che secondo la Prefettura indicava che i tre si stessero accordando per dare la stessa versione dei fatti agli agenti) è in realtà “Ci siamo trovati con le stesse cose” (seguito dalla frase: “Sì, perché ho detto la verità”); ragionevole se si pensa che l’audizione in quel momento era già avvenuta e quindi un accordo postumo non avrebbe avuto senso. Questa diversa trascrizione del dialogo, che assume platealmente tutt’altro significato, è oggetto di una perizia giurata di parte, effettuata dall’esperto Gianluca Marzulli, consulente informatico forense iscritto al Ruolo Periti ed Esperti della CCIAA di Roma e Foggia che in più riveste ruoli da Ctu (Consulente tecnico d'ufficio) presso diverse procure e tribunali e con le forze dell’ordine come ausiliario di polizia giudiziaria, depositata presso il Tar di Bari, a cui si è rivolto D’Alba per l’impugnazione dell’interdittiva. L’esperto ha messo in evidenza con dovizia di particolari tutte le discrepanze tra le due trascrizioni.

l’Attacco, dopo aver passato al setaccio la perizia, ha intervistato Marzulli per meglio comprendere l’attività svolta sul controverso audio della captazione. Il perito ha confermato anche in quella circostanza tutte le sue perplessità rispetto alla trascrizione del dialogo in questura spiegandone con chiarezza le ragioni.

Il dossier e l’interdittiva

L’ultimo approfondimento risale a metà agosto, quando è stato messo in luce un elemento strano. Come detto, D’Alba e Telesforo sono soci dal 2017 in Universo Salute per il salvataggio del Don Uva (in un precedente articolo l’Attacco aveva ricostruito la nascita del sodalizio imprenditoriale, mettendo in evidenza la forza patrimoniale dei due soci ed è emerso che senza i soldi di D’Alba l’operazione di acquisizione del polo sanitario da centinaia di posti letto e milioni di euro di liquidazioni della Regione Puglia, non sarebbe andata a buon fine, eppure D’Alba detiene il 40% della società, Telesforo il 60%). Il ministero aveva posto come conditio sine qua non il fatto che la società sarebbe dovuta restare in piedi per un tempo minimo di due anni, pena la decadenza della cessione. Esattamente dopo 24 mesi dalla costituzione della società, il 14 novembre 2019, Telesforo tramite il suo legale rappresentante ha chiesto la rimozione di D’Alba e i suoi dal cda perché “Sono emerse recentemente circostanze preoccupanti, legate ad inchieste di organi amministrativi e giudiziari, deputati alla tutela dell'integrità di persone e di trasparenza e correttezza dei loro rapporti con soggetti ritenuti di dubbia legalità. In processi penali in corso e in altre indagini sensibili al d.lgs. 159/2011, riportati da alcuna stampa, sono emersi episodi che destano preoccupazione sotto il profilo della possibilità di provvedimenti interdittivi della pubblica autorità, in quanto danno conto di preoccupanti pressioni fatte al presidente del cda da parte di soggetti oggetto di indagini sensibili”.  D'Alba, che in quell’assemblea si confessò basito e totalmente all’oscuro di quelle vicende opache (e delle ventilate inchieste, amministrative e giudiziarie a suo carico) nelle quali era stato appena coinvolto, informò i presenti di non aver mai ricevuto pressioni a livello personale tanto meno nella qualità di presidente del cda di Universo Salute, ricordando al contrario che nel processo DecimaAzione fosse risultato essere parte offesa. La questione finì quindi davanti al Tribunale delle imprese presso cui D’Alba ha impugnato la deliberazione che ha fatto fuori lui, suo figlio e suo genero, ritenendola senza giusta causa.

Incredibilmente, tutte le “prove” poste a fondamento del provvedimento della Prefettura – intercettazioni tra i pregiudicati, lista degli estorti, trascrizione della captazione in questura, atti giudiziari – erano già state usate dalla società per giustificare l’esclusione di D’Alba e i suoi dal cda dai legali di Universo Salute. Persino l’argomento della “timidezza” nel denunciare l’estorsione compare in entrambe le circostanze. Evenienza ancora più strana se si valuta la collocazione temporale: il legale rappresentante del Gruppo Telesforo parla di rischio interdittiva a D’Alba già a novembre 2019 in assemblea e la difesa viene depositata (con i documenti già citati) a maggio 2021, mentre il procedimento per l’interdittiva vero e proprio verrà avviato il 7 novembre 2022 e si concluderà il 23 febbraio 2023, basandosi su indizi già noti dal 2018 ma mai considerati né sufficienti a far partire inchieste giudiziarie, tantomeno interdittive da parte dei precedenti Prefetti succedutisi a Foggia che nei fatti hanno escluso la pericolosità sociale dell’imprenditore.

Nel dossier così confezionato compaiono documenti (compresa la trascrizione della Squadra Mobile della captazione in questura di D’Alba e gli altri) di cui non era non solo in possesso ma neppure a conoscenza lo stesso imprenditore di Tre Fiammelle.

Gli interrogativi paiono scontati: come hanno avuto accesso a quelle carte i legali di Telesforo? Come è possibile che l’interdittiva riporti gli argomenti di un dossier di fatto realizzato da un privato per estromettere il proprio socio in affari?  In che modo Telesforo ha avuto accesso a quelle informazioni?

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testatina dillo al direttore WEB

 



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