Concorsi universitari a Foggia, assolti i giornalisti de l’Attacco: la sentenza smonta le accuse di Unifg

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E’ arrivata la sentenza di primo grado rispetto alla denuncia per diffamazione sporta nel 2017 contro l’Attacco dall’Università di Foggia nella persona dell’allora rettore Maurizio Ricci. Si tratta dell’inchiesta giornalistica sulle procedure concorsuali per docenti, che si basava su prove documentali, esposti in Procura, ascolto di fonti di primissimo piano quali docenti dell’Ateneo. Il Tribunale di Bari, prima sezione penale, ha pubblicato la motivazione della sentenza n. 5490/2025 del 19 novembre scorso, con cui il giudice ha assolto il direttore de l'Attacco Piero Paciello e la giornalista Lucia Piemontese, autrice degli articoli, dalla stragrande maggioranza delle accuse di diffamazione a mezzo stampa mosse da Unifg. Una vicenda processuale lunga e complessa, nata dalla coraggiosa inchiesta condotta nel 2017, che aveva portato alla luce un sistema di gestione dei concorsi accademici fortemente sbilanciato a favore dei candidati interni. A promuovere l'azione penale era stata l'Università tramite Ricci, che aveva affidato la tutela legale all'avvocato Raul Pellegrini, il quale, peraltro, sarebbe stato successivamente, nel 2021, nominato membro del consiglio di amministrazione dello stesso Ateneo. Il cuore della sentenza è rappresentato dalla meticolosa analisi che il Tribunale ha compiuto su ciascuno dei fatti pubblicati dal quotidiano. Per la quasi totalità degli articoli contestati, il giudice ha accertato la verità obiettiva dei fatti posti a fondamento dell'inchiesta giornalistica, riconoscendo pienamente il diritto di critica esercitato dalla testata. Ma ecco, nel dettaglio, i fatti che il Tribunale ha riconosciuto come corrispondenti al vero. Il primo fatto accertato dal giudice di primo grado come vero è la modifica dei criteri concorsuali a vantaggio degli interni. Il Tribunale ha riconosciuto che i criteri per l'attribuzione dei punteggi ai candidati nei concorsi universitari furono effettivamente modificati su impulso del rettore, introducendo un peso maggiore per chi avesse ricoperto incarichi istituzionali o deleghe rettorali. Il risultato fu che 11 delegati del rettore su 21 vinsero i rispettivi concorsi. Un dato che parla da solo. Il secondo fatto è dato dai concorsi a senso unico. Il giudice ha dato atto di un dato statistico eloquente: su 48 procedure concorsuali, soltanto in 2 casi risultarono vincitori candidati esterni all'Ateneo. Un rapporto di 46 a 2 che fotografa un sistema chiuso e autoreferenziale, esattamente come denunciato da l’Attacco. C’è poi, come terzo fatto accertato in giudizio, la ritorsione contro la professoressa che aveva fatto ricorso. La sentenza ha confermato che la professoressa Francesca Cangelli, oggi ordinaria di Diritto amministrativo, dopo aver proposto ricorsi al TAR contro le graduatorie dei concorsi, subì la decisione dell'Università di sospendere l'indizione dei bandi successivi ai quali avrebbe potuto partecipare. Una ritorsione nei fatti, riconosciuta come tale dal Tribunale.

Il quarto fatto è rappresentato dalla applicazione “intermittente” del codice etico. Uno degli aspetti più significativi dell'inchiesta giornalistica riguardava la disparità di trattamento nell'applicazione delle regole interne. Il Tribunale ha riconosciuto come vero il fatto che al professor Pastore, marito di una docente, fu impedito di partecipare a un concorso e il relativo bando venne bloccato, mentre alla professoressa Carmela Robustella, membro del consiglio di amministrazione (oggi direttrice del dipartimento di Scienze sociali), fu consentito di partecipare alla procedura, limitandosi ad astenersi al momento della delibera. Due pesi e due misure.

E, ancora, sono state accertate le sanzioni sproporzionate contro il professor Matteo Alessandro del Nobile, oggi delegato rettorale. Il Tribunale ha confermato che al docente sipontino fu irrogata una sanzione disciplinare sproporzionata, successivamente annullata dal TAR, e che gli fu di fatto impedito l'accesso fisico in Ateneo. Fatti gravi, puntualmente documentati dal giornale.

Ulteriore fatto riconosciuto nel giudizio: le “dimenticanze” dell'Avvocatura dello Stato. In relazione agli articoli che segnalavano omesse o ritardate notifiche da parte dell'Avvocatura dello Stato in due cause al TAR, il Tribunale ha rilevato che tali errori avevano oggettivamente giovato all'Università e a una docente vicina al rettore. Su questo punto, il giudice ha escluso persino la valenza diffamatoria dell'articolo nei confronti del querelante, assolvendo con formula piena.

Per ciascuno di questi capi, il Tribunale ha applicato la scriminante del diritto di critica di cui all'articolo 51 del codice penale, verificando la sussistenza dei tre requisiti elaborati dalla giurisprudenza di legittimità: la verità obiettiva dei fatti narrati, la rilevanza pubblica della notizia — trattandosi della gestione di procedure concorsuali di un'Università statale, dunque materia di evidente interesse collettivo — e la continenza verbale, riconoscendo che le espressioni utilizzate dalla giornalista, pur polemiche e pungenti, non sono mai sfociate nella denigrazione gratuita o pretestuosa.

A guidare la difesa dei due giornalisti è stato il noto penalista foggiano Michele Vaira, riconosciuto come uno dei maggiori esperti nazionali di diritto dell'informazione. La sua strategia difensiva, fondata su un'analisi rigorosa dei documenti e su un impianto argomentativo di rara solidità, ha consentito di smontare sistematicamente l'impianto accusatorio, dimostrando al giudice che ogni singolo fatto pubblicato dal quotidiano era sorretto da solide basi documentali. Un lavoro difensivo che si inserisce in un quadro più ampio: grazie alla strenua difesa dell'avvocato Vaira, tutti i procedimenti penali intentati dall'Università e da singoli professori dell'Ateneo foggiano contro i giornalisti de l'Attacco si sono conclusi con archiviazioni o assoluzioni. Un risultato straordinario, che testimonia la bontà del lavoro giornalistico svolto dalla testata. Nove procedimenti, nove esiti favorevoli. Un muro di pronunce che conferma, con l'autorità della cosa giudicata, la legittimità e la veridicità dell'inchiesta giornalistica.

Resta pendente un solo procedimento, relativo alla specifica questione delle modalità di pubblicazione dei bandi concorsuali in Gazzetta Ufficiale, su cui la difesa è pronta a dimostrare, ancora una volta, la piena verità dei fatti. I documenti parlano chiaro: il regolamento di Ateneo fu modificato nel 2016, spostando il termine iniziale per la presentazione delle domande dalla data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale a quella di pubblicazione sul sito dell'Ateneo, con l'effetto concreto di ridurre drasticamente i tempi a disposizione dei candidati esterni, che apprendevano del concorso dalla Gazzetta quando ormai restavano pochissimi giorni - in taluni casi appena tre - per presentare domanda. Una modifica che la difesa sarà in grado di dimostrare in appello attraverso il confronto testuale tra i regolamenti del 2014 e del 2016, già depositati agli atti.

Questa sentenza rappresenta un importante riconoscimento del ruolo di controllo che la stampa libera esercita sulle istituzioni pubbliche. Il quotidiano l'Attacco ha svolto un servizio giornalistico di interesse pubblico, portando alla luce fatti che, come il Tribunale ha accertato, erano semplicemente veri. In un'epoca in cui la querela viene troppo spesso utilizzata come strumento intimidatorio nei confronti dei giornalisti - il cosiddetto effetto “bavaglio” - la sentenza del Tribunale di Bari ricorda che informare l'opinione pubblica non è soltanto un diritto, ma un dovere.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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