Baia Zaiana sempre violata, 15 anni di abusi e immobilismo. D'Arenzo: "Fruizione senza danni all'ambiente"

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A Baia Zaiana il tempo sembra essersi fermato. Non nel senso romantico che ci si aspetterebbe da una delle calette più suggestive del Gargano, ma in quello più amaro di una storia che si ripete da oltre quindici anni: denunce, sequestri, ordinanze, promesse. E poi, come se niente fosse, ecco arrivare il cemento. Arrivando sul posto, la prima sensazione è quella di uno strappo. La natura c’è ancora - la falesia, il mare, la riva cristallina -  ma è attraversata da segni evidenti dell’intervento umano. Una strada scavata nella roccia, gradini in cemento, tracce di lavorazioni che non appartengono a un ambiente sottoposto a vincoli paesaggistici e idrogeologici. C’è poco spazio alle interpretazioni: si vedono i segni di un’opera eseguita nel tempo, pezzo dopo pezzo. Lo scempio affonda le radici nei primi anni 2010, quando iniziano le prime segnalazioni di associazioni ambientaliste. Da allora si susseguono esposti, interventi delle forze dell’ordine, sequestri e ordinanze di demolizione. Una in particolare, nel 2019, imponeva il ripristino dello stato dei luoghi entro novanta giorni. Oggi, sei anni dopo, quella strada è ancora lì. Nel frattempo, la baia ha continuato a vivere una doppia dimensione: da un lato luogo naturale protetto, dall’altro spazio sempre più strutturato per un uso turistico intensivo. Video circolati sui social mostrano mezzi improvvisati che trasportano turisti lungo il tracciato abusivo, mentre le attività proseguono tra musica, servizi e flussi estivi sempre più consistenti. Negli ultimi mesi il caso è tornato al centro dell’attenzione. Il WWF ha presentato un nuovo esposto al Ministero dell’Ambiente, parlando apertamente di “degrado ambientale” e chiedendo interventi immediati. Il Ministero ha chiesto aggiornamenti agli enti competenti. Il Comune, dal canto suo, attende l’esito di una richiesta di sanatoria. Nel mezzo, la sensazione diffusa - tra cittadini e villeggianti - è quella di un equilibrio sospeso, in cui nessuno interviene davvero fino in fondo. Siamo tornati a Zaiana per capire cosa sta succedendo oggi. Sul posto, tra segni evidenti di interventi mai rimossi, non ultima la colata di cemento realizzata (abusivamente) a fine aprile 2025 per terminare il collegamento al mare, che quasi un anno dopo è ancora lì e gode di ottima salute. Alle porte di una nuova stagione turistica che continua, abbiamo raccolto le voci dei protagonisti di questa vicenda: il sindaco di Peschici, l’ente Parco Nazionale del Gargano e gli ambientalisti. Confrontando le varie affermazioni emergono letture molto diverse della stessa realtà. Posizioni divergenti - non necessariamente inconciliabili-  che, però, lasciano aperta una domanda: quando l’abuso è già avvenuto, chi deve davvero intervenire? È qui che Zaiana smette di essere solo un caso locale e diventa una questione più ampia: quella della capacità delle istituzioni di far rispettare le regole in territori fragili e ad alta pressione turistica.

La linea che separa legalità e tolleranza, a Zaiana, è diventata negli anni sempre più sottile. O forse è semplicemente scomparsa. A distanza di quasi un anno dall’ultima opera abusiva, una strada di cemento che, dall’alto della falesia, arriva a lambire la sabbia, ci siamo recati sul luogo per verificare lo stato dei luoghi. Nonostante le denunce e le richieste di ripristino dello stato dei luoghi, l’opera è ancora integra, perfettamente intatta. Nessuna misura sembra essere stata adottata e la strada è rimasta apparentemente nella disponibilità di chi l’ha illecitamente realizzata. Non possiamo fare altro, allora, che chiedere spiegazioni.

Ai nostri microfoni il sindaco di Peschici Luigi D’Arenzo ricostruisce una vicenda “che viene da lontano”, riportando tutto al 2018-2019, quando sarebbe stata realizzata la strada lungo il costone. L’ultimo intervento, spiega, risale a circa un anno fa: “un tratto di 40-50 metri in cemento”. Oggi però, sottolinea, il Comune si trova in una fase bloccata: è stata presentata una richiesta di sanatoria e, fino alla conclusione dell’iter, l’amministrazione sostiene di non poter intervenire. “Stiamo aspettando i tempi tecnici della pubblica amministrazione -  dice  ai microfoni dell’Attacco - a breve la Soprintendenza si esprimerà, con eventuali limitazioni della percorribilità”.

È questo il punto chiave: l’attesa. Un’attesa che dura anni, mentre la realtà sul campo resta immutata. Il nodo, a ben vedere, rimane: quanto può durare questa sospensione? Perché mentre si attendono pareri e scadenze, sul territorio nulla si ferma. E anzi, la percezione è che il tempo giochi a favore di chi ha già costruito.

“Se una cosa resta lì per anni - osservano i cittadini - diventa automaticamente accettata. E a quel punto diventa molto più difficile intervenire”.
È un meccanismo noto: l’abuso si consolida, entra nella quotidianità, smette di essere percepito come tale. E lo Stato, lentamente, arretra.

Alle critiche di immobilismo, il sindaco risponde rivendicando un passaggio recente: il ritorno della titolarità delle aree al Comune. “Non eravamo proprietari da 20-25 anni - si giustifica -oggi la situazione è cambiata”. Un elemento che, nelle intenzioni, dovrebbe segnare una svolta. Ma la soluzione proposta non è quella della demolizione totale. Al contrario, D’Arenzo parla apertamente di “mitigazione”: mantenere un accesso, seppur ridimensionato, per garantire sicurezza e soccorsi. “È una baia molto frequentata -  dice - dobbiamo permettere almeno l’accesso ai mezzi di emergenza”. L’ipotesi è quella di una strada ecocompatibile, limitata, controllata.

Una visione che si scontra frontalmente con quella degli ambientalisti. Perché, nella lettura delle associazioni, il rischio è quello di trasformare un abuso in una base di partenza. Il WWF racconta una storia fatta di segnalazioni costanti, interventi delle forze dell’ordine e ordinanze sistematicamente disattese. “Le denunce sono state fatte, le ordinanze pure - dice -  ma il ripristino non è mai avvenuto”. Una dinamica che, secondo l’associazione, ha alimentato una sorta di normalizzazione dell’illegalità.

Il punto più duro riguarda la gestione dell’area.  “Non è accettabile - afferma  sentito da l’Attacco Maurizio Marrese, presidente provinciale dell’associazione - che chi ha commesso abusi continui a gestire e lavorare lì. Sarebbe una legittimazione di quello che è stato fatto”.

“Non si può partire da un’opera illegittima per costruire una soluzione - dice Marrese, commentando le parole del primo cittadino di Peschici -  prima si ripristina, poi eventualmente si ragiona su come rendere fruibile l’area”. Una posizione netta, che mette in discussione l’intero impianto della proposta amministrativa. E che riporta il dibattito su una domanda semplice: è possibile “aggiustare” ciò che nasce fuori dalle regole? Sul campo, questa contraddizione è evidente. Ogni estate la baia è viva, frequentata, attiva. Ma quella vitalità si muove su un’infrastruttura la cui legittimità è ancora oggetto di contenzioso.

C’è poi il tema dei controlli. Il WWF parla apertamente di una “inerzia” protratta negli anni, non solo a livello comunale ma più in generale istituzionale. “Abbiamo avuto spesso la sensazione -  dice Marrese - di essere presi in giro. Promesse fatte e mai mantenute”.

Tra le criticità segnalate: trasporti turistici lungo la strada, musica ad alto volume, eventi non sempre chiaramente autorizzati. Elementi che, in un’area protetta, sollevano interrogativi non solo ambientali ma anche di sicurezza. Il sindaco, su questo, invita alla cautela. Ricorda la complessità della situazione, i procedimenti in corso, la necessità di attendere gli esiti amministrativi. Ma non nega la difficoltà: “Arriviamo fino a un certo punto - ammette -poi servono anche altri enti”. E qui emerge il nodo centrale della vicenda: la frammentazione delle competenze.
Comune, Parco, Soprintendenza, forze dell’ordine. Ognuno con un ruolo, nessuno con una responsabilità totale. Un sistema che, nei fatti, sembra rallentare ogni intervento definitivo.

Abbiamo perciò contattato anche la Soprintendenza e la Procura di Foggia per avere un quadro aggiornato sui procedimenti in corso, ma al momento non è stato possibile ottenere dichiarazioni. Restiamo in attesa di riscontri ufficiali.

A  questo punto, però, le responsabilità politiche tornano al centro del dibattito. Perché se è vero che esistono vincoli procedurali e competenze distribuite, è altrettanto evidente che per anni le ordinanze sono rimaste senza seguito. E questo non è un dato tecnico, è un dato politico. “Le ordinanze ci sono sempre state - insiste Marrese - ma sono rimaste sulla carta. E quando le regole non vengono fatte rispettare, il messaggio che passa è devastante”.

Un’accusa che pesa e che si intreccia con una percezione diffusa tra i cittadini: quella di un doppio binario nell’applicazione delle norme. “A qualcuno si chiede tutto, ad altri si consente molto di più”, è il ragionamento che circola, anche lontano dalle associazioni.

Il sindaco respinge l’idea di inerzia, ma ammette implicitamente la difficoltà di intervenire in maniera netta. E proprio qui si apre la contraddizione: se per anni non si è potuto agire per mancanza di titolarità, se oggi si attende una sanatoria, quando si interverrà davvero? Perché nel frattempo la realtà corre più veloce delle procedure. Le stagioni passano, la baia si riempie, le attività continuano. E ogni estate che si chiude senza un intervento definitivo rende sempre più difficile tornare indietro.

Il dato più evidente, infatti, resta quello visivo. Basta scendere a Zaiana per capire che la questione non è teorica. La strada c’è, è utilizzata, è funzionale. Non è un residuo abbandonato, ma un’infrastruttura viva. E questo cambia completamente il piano del discorso. Perché non si parla più di un abuso da rimuovere, ma di un sistema che, di fatto, continua a operare. “È questo che fa più rabbia -  sottolinea Marrese - vedere che tutto continua come se nulla fosse”.

In questo rimbalzo continuo di responsabilità, il rischio è che nessuno intervenga davvero fino in fondo. O che lo faccia sempre un passo indietro rispetto al necessario. “Il problema - dice ancora il presidente del WWF -  è che ognuno fa il suo pezzo, ma manca una visione complessiva. E così il risultato è che tutto resta com’è”. Un sistema che, invece di accelerare le soluzioni, finisce per rallentarle. E che nel frattempo espone territori delicati a trasformazioni difficilmente reversibili.

C’è poi un ultimo elemento che pesa, ed è quello del precedente. Perché casi come questo non restano isolati: fanno scuola. Se passa l’idea che un’opera possa essere realizzata, contestata, ma mai davvero rimossa, il rischio è che il modello si replichi altrove. Magari in forme diverse, magari con modalità più sottili, ma con lo stesso risultato. Ed è qui che la partita smette di riguardare solo Zaiana. E diventa una questione di credibilità delle istituzioni.

Rispetto all’incresciosa vicenda di Zaiana, il Parco Nazionale del Gargano rivendica un ruolo limitato, ma non marginale. Il commissario straordinario, l’avvocato Raffaele Di Mauro, a l’Attacco chiarisce subito il perimetro: “Noi non siamo un ente sanzionatore, né la procura. Il nostro compito è la tutela e la prevenzione”. Secondo Di Mauro, le segnalazioni ricevute sono state trasmesse ai Carabinieri Forestali, che hanno effettuato i sopralluoghi. Ma gli interventi concreti - ordinanze, ripristini - spettano al Comune.

“Il Parco non si tirerà indietro - assicura - saremo presenti in ogni tavolo istituzionale. Ma dobbiamo rispettare le competenze”. Allo stesso tempo, apre alla possibilità di soluzioni intermedie: “Serve un equilibrio tra tutela ambientale e fruizione turistica. Materiali ecosostenibili, interventi meno impattanti possono essere una strada”.

Dunque qualcosa sembra muoversi anche sul piano dell’impostazione. Di Mauro non esclude soluzioni che tengano insieme tutela e fruizione, purché rispettose dei vincoli: “Non possiamo pensare a un Parco che sia solo un ostacolo allo sviluppo - osserva - ma ogni intervento deve essere compatibile con l’ambiente e rispettare le regole”.

Un equilibrio che, nella pratica, resta difficile da raggiungere. Perché se da un lato si apre alla possibilità di interventi “mitigati” e meno impattanti, dall’altro resta fermo il principio della legalità, che impone comunque il rispetto delle procedure e dei vincoli esistenti. Il rischio, anche in questo caso, è quello di restare in una terra di mezzo. Tra l’esigenza di non bloccare completamente la fruizione turistica e quella, altrettanto forte, di non legittimare situazioni nate fuori dalle regole.

Di Mauro prova infatti a tenere insieme i due piani, ma il quadro resta complesso. Da un lato ribadisce la necessità di “maggiore attenzione” su Zaiana, dall’altro richiama continuamente i limiti operativi dell’ente. Un’impostazione che, però, negli anni ha alimentato equivoci. Perché sul territorio il Parco viene percepito come il principale presidio ambientale, mentre nella pratica il suo raggio d’azione è più ristretto. Il risultato è un cortocircuito istituzionale: i cittadini si aspettano interventi, gli enti si rimpallano competenze.

Eppure uno spiraglio si intravede proprio nelle parole del commissario, quando parla di “facilitatore delle buone pratiche” e di disponibilità a sedersi a un tavolo con Comune e associazioni. Un cambio di approccio rispetto al passato, che però dovrà tradursi in atti concreti.

Il nodo resta lo stesso: dalle parole ai fatti. Il tema, cioè, non è più solo capire chi deve intervenire, ma soprattutto quando.
Perché a Zaiana il tempo delle interlocuzioni è finito da un pezzo. E ogni ulteriore rinvio rischia di consolidare una situazione che, da eccezione, è diventata sistema.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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