Abusivismo, il caso Nobiletti-Pecorelli: "Otto appartamenti con piscina, altro che famiglia cacciata di casa"

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Non solo una vicenda giudiziaria, né una storia privata degenerata, come qualcuno ha pensato. Il caso di Vieste, esploso dopo l’ennesima aggressione al padre del Sindaco e presidente della Provincia Giuseppe Nobiletti, si inserisce dentro un quadro più ampio, che riguarda il Gargano e, in particolare, il rapporto complicato tra abusivismo edilizio e azione dello Stato. “La tentazione di mollare tutto è forte, ma non posso dargliela vinta, è il loro obiettivo”, ha detto Nobiletti nel commentare una vicenda che negli ultimi anni ha visto accumularsi denunce, tensioni e, soprattutto, una lunga scia di episodi, culminati nell’ultima aggressione ai danni del padre 79enne. Ma il punto non è solo questo. Alla base c’è un abuso edilizio, uno dei più rilevanti realizzati nel comune garganico, demolito nel 2022 dopo una sentenza definitiva. Un caso che, nelle ultime settimane, è tornato al centro del dibattito anche per la ricostruzione fornita dalla controparte, che ha parlato di una famiglia “cacciata di casa”, versione contestata dallo stesso Sindaco. E mentre a Vieste si riaccende lo scontro, a pochi chilometri di distanza un altro episodio riporta il tema al centro dell’attenzione. A Mattinata, infatti, è stata sequestrata una villa da 3mila metri quadrati realizzata a ridosso del mare, all’interno del perimetro del Parco Nazionale del Gargano. Secondo gli accertamenti, l’intervento avrebbe alterato in modo significativo l’equilibrio del versante costiero, in un’area soggetta a vincoli ambientali e idrogeologici. Due vicende diverse, ma legate da un filo comune: la pressione edilizia su un territorio fragile e la difficoltà, spesso, di intervenire in tempi rapidi. Negli anni, attraverso protocolli tra Procura di Foggia ed Ente Parco, si è cercato di strutturare un sistema di abbattimenti, con priorità individuate soprattutto nelle aree costiere e demaniali. Un sistema che però non è uniforme. Da comune a comune cambiano le dinamiche, cambiano le risposte, cambiano anche i numeri. E se a Vieste emergono casi complessi e conflittuali, altrove la situazione appare più sfaccettata.

L’immobile demolito che avrebbe fatto da miccia all’attacco subito dal padre non era una semplice abitazione: questa la versione dell’avv. Nobiletti a l’Attacco, alla luce della ricostruzione a mezzo social di Carmela Pecorelli, figlia dell’aggressore. “Avevano otto appartamenti su due piani, con piscina, tutto rigorosamente abusivo”, spiega. Un complesso realizzato a pochi metri dal mare, in una delle aree più sensibili del territorio. Non solo volumetrie rilevanti. A rendere ancora più grave la situazione, secondo quanto riferito, sarebbe stato anche l’impatto ambientale: “Lo scarico dei reflui avveniva sulla scogliera e sulla spiaggia, anche quello della piscina”, racconta il primo cittadino. Elementi che avrebbero contribuito a rendere l’intervento prioritario per la Procura.

La demolizione, infatti, non nasce da un’iniziativa del Comune. “L’ha disposta la Procura, noi abbiamo solo eseguito”, chiarisce Nobiletti. Un passaggio che diventa centrale nella vicenda, anche alla luce delle accuse mosse negli ultimi giorni, secondo cui l’abbattimento sarebbe stato legato a presunti interessi personali. “La mia famiglia non ha mai avuto nessun’aspirazione verso quei terreni, che distano 300 metri dalla nostra proprietà - da cui sono separati da una strada provinciale - e che non sono edificabili, se non illecitamente, come hanno fatto loro... con l’esito che conosciamo” - taglia corto il Sindaco, che ricorda a tal proposito come l’intervento rientrasse tra quelli indicati nell’ambito del protocollo con la magistratura:  “Io non posso dirigere la Procura”.  L’immobile, aggiunge, era tra i più rilevanti: “uno degli abusi edilizi più imponenti del territorio”. Inoltre, ribadisce: “Non si è trattato dell’unico abbattimento da noi eseguito. Abbiamo effettuato diverse demolizioni di opere abusive in tutto il territorio comunale, in conformità anche alla linea politica adottata dalla nostra amministrazione. Non si è trattato di un’azione mirata o punitiva”.

I primi contrasti con la famiglia, racconta, risalirebbero ad anni addietro e riguarderebbero questioni di accesso al mare e segnalazioni su presunte irregolarità: “Avevano tentato di chiudere il passaggio per la grotta dei Colombi, perciò avevo fatto degli esposti ai vigili. Da lì le prime minacce, davanti a testimoni”. Ma è dopo la demolizione che la situazione degenera. Dal 2022, racconta ancora Nobiletti a l’Attacco, si susseguono episodi di tensione: “Sono sette le aggressioni fisiche e verbali perpetuate dal signor Pecorelli nei confronti di mio padre, più altre due da parte del fratello”, dice.  Una sequenza che, secondo il Sindaco, configura una vera e propria persecuzione.

E in riferimento all’ultimo caso, divenuto mediatico, specifica che non si tratterebbe solo di minacce verbali, come riferito: “Mio padre è stato picchiato”, afferma, aggiungendo che in almeno un caso l’intervento di terze persone avrebbe evitato conseguenze peggiori.
Il racconto, peraltro, non termina qui. “Mi hanno detto che dovevano sparare in testa a me e a mia moglie”, è uno dei passaggi più duri riportati.  Non nasconde le difficoltà Nobiletti. A seguito degli ultimi eventi, il padre avrebbe modificato le proprie abitudini quotidiane: “Gli ho detto di cambiare strada ogni volta che gli capita di incrociarli”, racconta. Un quadro che, al di là degli aspetti giudiziari, restituisce la dimensione di una vicenda che, lungi dall’essere una controversia di natura amministrativa, si riverbera e incide sulla qualità della vita e della sfera personale. Sul fronte opposto, resta la versione fornita dalla famiglia coinvolta, che parla di una lunga diatriba su terreni e confini e di un abuso parzialmente sanabile. Una ricostruzione, anche questa, che il Sindaco contesta: “Era tutto completamente in difformità”. Il nodo resta quello di sempre: dove finisce la vicenda privata e dove inizia l’interesse pubblico. E soprattutto, cosa accade quando un provvedimento di legalità diventa il punto di rottura di un equilibrio già fragile.

Ma se a Vieste il tema esplode in tutta la sua complessità, negli altri comuni della provincia  il quadro appare più articolato. A Peschici, il Sindaco Luigi D’Arenzo spiega a l’Attacco che il fenomeno, negli ultimi anni, è stato ridimensionato. “La maggior parte degli autori di abusivismo se le demolisce da sola, conviene anche a loro, perchè se ti impunti e aspetti la fine dei tre gradi di giudizio, poi paghi anche le spese. E le paghi care”, dice, riferendosi agli abusi di modesta entità. Una dinamica che riduce la necessità di interventi coattivi. “Una demolizione che ad un privato può costare diecimila euro, a noi ne può costare trentamila o quarantamila, attraverso una gara, anche perchè è difficile trovare ditte che vogliano prendersi quest’onere”. Da qui la spinta a favorire le autodemolizioni. Diverso il discorso per le sentenze definitive: “La Procura manda gli elenchi degli immobili con sentenza passata in giudicato”, chiarisce. Ma attenzione: non tutti i casi si traducono automaticamente in demolizione. “Bisogna aspettare tutti i gradi di giudizio”, aggiunge, ricordando che in passato alcune decisioni sono state ribaltate.

A Rodi Garganico, il Sindaco Carmine D’Anelli  sposta invece il discorso sul controllo preventivo: “Se non hai abusi, non hai nemmeno liste da abbattere”, dice. “Tutto diventa più semplice: se gli uffici e la polizia municipale lavorano bene, il territorio è monitorato e certe situazioni non si creano proprio”. Rispetto al contesto di Rodi, il primo cittadino parla di una situazione quasi fisiologica: “Abbiamo avuto un solo caso significativo”, racconta a l’Attacco. Una palazzina abbattuta dopo la sentenza del Consiglio di Stato, grazie a un finanziamento regionale di circa 100mila euro. “Sul demanio non abbiamo nulla”, sottolinea, rivendicando un controllo costante del territorio. “Siamo un’isola felice”, aggiunge, pur ammettendo che la vigilanza resta fondamentale.

A Cagnano Varano, invece, il Sindaco Michele Di Pumpo conferma il meccanismo procedurale. “Quando c’è una sentenza, arriva l’ordine di abbattimento”, spiega a l’Attacco.  “Il problema è sempre lo stesso: ai Comuni spetta di eseguire le demolizioni, ma non hanno delle risorse proprie per farvi fronte” - sottolinea il primo cittadino. Il percorso in questi casi è chiaro: tribunale, Procura, poi esecuzione attraverso Comune o Parco. Per giunta, il problema del tempo trascorso, in questi casi, complica non poco la situazione: “Stiamo parlando di abusi commessi negli anni Novanta o nei primi Duemila”, ricorda Di Pumpo. “Quando ci arrivano oggi gli ordini di abbattimento, sono già passati vent’anni dai fatti”. “La questione - insiste - non è solo l’abuso, ma tutto ciò che succede dopo. Non è una linea retta, ma un percorso lungo e farraginoso. E troppo spesso pieno di ostacoli”.

Anche qui, la priorità è evidente. “Il demanio è sempre prioritario”, dice Di Pumpo. Ed è proprio nelle aree costiere che si concentrano gli interventi più rilevanti, spesso finanziati con fondi regionali o del Parco. Anche perchè, è bene sottolinearlo, si tratta di anticipi: “poi si va a recuperare dai proprietari, ma intanto qualcuno deve mettere i soldi”. Un sistema che, però, presenta limiti strutturali.  Le risorse non sono infinite, le procedure sono lunghe, i contenziosi frequenti. E soprattutto, il territorio resta esposto a pressioni continue. “Il Gargano è fragile, ma anche sotto pressione” - denunciano i Sindaci - “e finchè c’è questa pressione, il rischio che qualcuno provi indebitamente a forzare le regole ci sarà sempre”. Il risultato è un mosaico disomogeneo: territori più controllati, altri più esposti, interventi mirati e casi che, come quello di Vieste, finiscono per diventare simbolici.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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