Gli ultimi 20 anni de l’Attacco, emergenza lavoro: la recessione negli anni a cavallo tra il 2007 e il 2009

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Spesso le ricerche scientifiche e la vita di tutti i giorni si intrecciano e queste mescolanze hanno conseguenze difficilmente prevedibili come quando da bambini giocavamo con il piccolo chimico. Mentre il mondo viveva la leggendaria variabile imprevedibile socio-culturale chiamata 1968, il meteorologo e matematico statunitense Edward Lorenz teorizzava l'effetto farfalla, sintetizzato nella famosa domanda “Il battito d'ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas?”. Sarà proprio questa dipendenza sensibile alle variabili di un sistema caotico come il capitalismo a tornare utile per comprendere la Grande Recessione economica mondiale, partita dalla bolla immobiliare americana nel 2007 e alimentata dai mutui subprime, il cui “battito d'ali” provocò un vero e proprio tornado nel tessuto economico del Mezzogiorno d'Italia un anno dopo. Il ruolo attento della stampa locale consiste anche nel percepire “l'aria che tira” in un territorio, cogliendo i segnali deboli prima ancora dell'arrivo della crisi economica. In questo modo, già nei mesi precedenti, aveva avvertito alcuni segnali di inceppamento del tessuto produttivo della provincia di Foggia. Il primo triennio di attività giornalistica de l’Attacco tiene conto di questa sensibilità e si concentra sui campanelli d’allarme provenienti dall’industria, dalla grande distribuzione e dall’agricoltura. La prima rubrica dedicata alle ferite lavorative che segnano la complessa realtà produttive si intitola Sviluppo e Territorio. I riflettori sono puntati inizialmente sulla Sofim di Foggia (oggi FPT), stabilimento legato al gruppo Fiat, uno dei più importanti poli produttivi della provincia e un punto di riferimento centrale per l’occupazione industriale del territorio. Attiva dalla fine degli anni '70, nel periodo 2007-2009 la fabbrica ha vissuto una flessione dovuta alla crisi economica mondiale, accompagnata da una razionalizzazione dei costi e da una riorganizzazione del lavoro che ha portato a un massiccio ricorso alla cassa integrazione. La rubrica Sviluppo e Territorio ha seguito questa fase di contrazione in diversi articoli, tra cui spiccano “Sofim, i cassintegrati saranno messi tutti in mobilità” e “Rivoluzione interna: via al turnover e al trasferimento del personale non professionale”, firmati da Luca D'Andrea nell’edizione del 30 gennaio 2007. Ma è Mirko D’Alessandro, il 24 febbraio dello stesso anno,  a denunciare la minaccia terroristica ai vertici della fabbrica con l’articolo “Avvertimento BR a dirigente Sofim: le tensioni nel mondo del lavoro”, di cui si riporta una parte: La busta recapitata al responsabile dei rapporti sindacali, Antonio Di Tuccio, conteneva un proiettile esploso e la frase “Attento a quello che fai”. Intanto, Cisl e Uil firmano l’accordo per l’azienda senza la Fiom Cgil, e i sindacati confederali si spaccano sull’esito della trattativa con la Sofim. È la prima volta che la Sofim riceve un messaggio proveniente, o comunque attribuito, alle Brigate Rosse o a gruppi presumibilmente riconducibili a quella matrice. L’atto giunge poco dopo la chiusura di una lunga e difficile vertenza sindacale tra l’azienda e le organizzazioni dei lavoratori, protrattasi per sei mesi. L’episodio è avvenuto a pochi giorni dall’arresto di presunti brigatisti in alcune città del Nord Italia e provoca lo sdegno generale.

“Il gesto intimidatorio nei confronti di un dirigente della Sofim Iveco di Foggia è grave e privo di logica”: questo il duro giudizio delle segreterie territoriali di Cgil, Cisl e Uil, che parlano di segnali di “chiaro stampo delinquenziale che, negli ultimi tempi, stanno diventando una preoccupante costante anche nella società foggiana”. In questo periodo di crisi, si moltiplicano gli attacchi minori e le tensioni di gruppi che si rifanno al passato brigatista, con sigle e richiami che, fortunatamente, non porteranno a una riorganizzazione operativa di nuove Brigate Rosse.

Un’altra area di sviluppo rilevante per l’opinione pubblica e per la stampa locale e nazionale è il Contratto d’area di Manfredonia, il cui protocollo, firmato nel 1999 dal governo D’Alema, prevedeva la creazione di circa 4.600 posti di lavoro nel triangolo Manfredonia-Mattinata-Monte Sant’Angelo, ma che nel 2007 registra poco meno di 2.000 occupati.

Il quotidiano, pur su posizioni critiche sulla questione, ospita le due principali letture del fenomeno: quella del “bicchiere mezzo pieno”, rappresentata dal responsabile unico del Contratto d’Area dal 2000 al 2002 e sindaco di Manfredonia Paolo Campo, e quella del “bicchiere mezzo vuoto”, espressa da esponenti politici di area avversa.

Nell’intervista di Paolo Campo al direttore de l’Attacco Piero Paciello, del 28 febbraio 2007, l’esponente democratico dichiara: “Nel contratto d’area ci sono oltre quaranta iniziative produttive e 1.600 occupati. Perché non guardare il bicchiere mezzo pieno? Perché demoliamo quello che di buono c’è? Il Contratto d’area è stato il necessario risarcimento per la comunità di Manfredonia e, soprattutto, una grande iniezione di fiducia”.

Riguardo alle polemiche sulle speculazioni, afferma: “Ci sono stati casi, ma il problema era più generale. Abbiamo pagato la crisi che ha colpito la grande industria italiana e il modello del Nordest”.

Di fronte a questa lettura, emerge anche la prospettiva del “bicchiere mezzo vuoto”, espressa in particolare nella risposta del forzista Raffaele Fitto, raccolta da Gennaro Pesante il 23 febbraio 2008: “La Puglia è governata da due anni da un’altra giunta, ma soprattutto perché siamo andati a rileggere la quinta e ultima relazione sullo stato di attuazione del Contratto d’area di Manfredonia, firmata da Paolo Campo, nella quale tracciava un bilancio idilliaco, dicendo che nell’ultimo anno il contratto aveva raggiunto un considerevole tasso di realizzazione con l’occupazione di 1.583 persone anche grazie alle sinergie con la Regione Puglia. Se ritardi ci sono, vanno imputati solo agli amministratori locali ed eventualmente, alla giunta Vendola”.

Ai rimpalli di responsabilità e alla storia delle singole imprese sono state dedicate numerose pagine e inchieste, come ad esempio quella a firma di Michele Esposito, del 31 marzo 2007, dal titolo “Il caso BMP – Le Belier: la verità di Rocco Albano. Se non andiamo in Ungheria, si chiude” che chiede delucidazioni ai vertici dell’impresa.

Un piano finanziario per salvare il salvabile, compresa la cassa integrazione. Quasi sei milioni di euro di perdite negli ultimi quattro anni: alla BMP è crisi aperta. Servono capitali freschi e scelte drastiche, anche per i dipendenti. L’ex amministratore, Rocco Albano, ha rimesso il mandato nelle mani dei francesi: “Ho impedito i licenziamenti, ora mi faccio da parte”. Lo spostamento di una linea produttiva in Ungheria e la cassa integrazione per la metà dei 163 dipendenti sono le due condizioni, accompagnate da un forte intervento economico dell’azienda madre, finalizzato a tamponare l’emergenza debitoria. 

Riguardo il cosiddetto “buco da 5 milioni e mezzo” è colpa di un mercato che ha tradito le aspettative degli investitori francesi: ordini ricevuti e poi annullati, come nel caso della Bosch, che hanno reso svantaggiosa una linea produttiva, la numero 2, che l’azienda francese vuole oggi dirottare in Ungheria, dove il costo del lavoro è decisamente inferiore rispetto a quello italiano”.

Come temevano i sindacati questo sarà il primo passo per la dismissione dell’intero insediamento industriale nel 2008, dopo otto anni di attività nell’area ex Enichem di Manfredonia. Nell’articolo si sottolinea la forza occupazionale dell’azienda: Nel 2000 conta 137 operai, giungendo a 163 nel giro di pochi anni. Dal 2000 è in pieno ciclo produttivo continuo, 24 ore su 24, con formazione del personale e investimenti aziendali. Dal 2003, però, le perdite si fanno inarrestabili; nel 2006 l’azienda chiede lo spostamento di una linea produttiva a causa della contrazione del mercato”. 

L’azienda francese”, come veniva chiamata dai sipontini, proseguirà la sua attività imprenditoriali in alcuni paesi dell’Europa orientale occupandosi di trasformazione della plastica, siderurgia e lavorazione industriale dei metalli. Dal punto di vista ambientale l’uscita di scena può essere vista come un miglioramento; da quello occupazionale, invece, rappresenta una perdita, con circa 180 posti di lavoro non sostituiti da imprese industriali in grado di offrire un numero di assunzioni comparabile.

L’attenzione del quotidiano poi passa ad un settore emergente dell’economia del nuovo secolo, quella della Grande Distribuzione. Nel 2008, quando la crisi non è più una teoria ma una realtà in atto, la rubrica assume il titolo “Maledetta Crisi”, dove emerge soprattutto il lavoro di Antonella  Soccio, poi penna anche di altre testate provinciali e regionali, la quale si interroga sull’effettiva capacità delle famiglie di spendere e alle conseguenze sul sistema della grande distribuzione e del commercio. L’ 11 ottobre 2008 scrive l’articolo  “Il settore della Grande Distribuzione è in crisi? Le famiglie spendono sempre meno” dove intervista l’imprenditore foggiano Fabio Porreca, manager della Gdo e gestore dell’Ipercoop di Foggia, che affresca gli scenari prossimi venturi alla luce del Rapporto Coop 2008 e smentisce le voci di crisi: “Non dite che l’Ipercoop è in crisi ma è tutta colpa dell’aumento dei costi”. Ma la giornalista appare scettica rispetto alla strategia di rassicurare i clienti: “Se il manager tende a pensare positivo, chi lavora nel centro commerciale foggiano racconta di scaffali vuoti, vendite in calo e carrelli sempre più desolatamente vuoti”.

Dubbi sull’ottimismo dei vertici Coop emergono anche dall’articolo di Michele Iula, nell’analisi collegata all’articolo della stessa edizione intitolato “La crisi finanziaria sta davvero avendo ripercussioni negative anche sulla grande distribuzione?”. Il giornalista scrive:  Il rapporto racconta che il 94,1% delle famiglie ha cambiato le proprie abitudini alimentari, con un aumento dei prezzi alimentari in Italia di +6%, una previsione di crescita dei prezzi dei generi alimentari di +2,8% e un aumento del +23% nel 2008 per il prezzo della pasta di semola di grano duro. Per l’Ipercoop di Foggia, secondo fonti bene informate, si registra un -30% sul fatturato. Le offerte di prezzo si sprecano e, tra le poche novità in vetrina, l’unica azienda presente con un banco promozionale e un nuovo prodotto di penetrazione sul mercato è la solita Barilla.

Sempre a firma di Antonella Soccio, la rubrica guarda anche alle nuove speranze aperte dal mercato in questa fase di recessione. È del 17 ottobre 2008 il pezzo intitolato “La crisi dei consumi 1: Spazi Liberi: Tutti i franchising ancora da aprire a Foggia”.  La giornalista osserva che “Gli affari veri sono su Ebay: ma le PMI foggiane lo ignorano” e dedica spazio alle commercianti dell’abbigliamento che cercano una via d’uscita dalla stagnazione attraverso i franchising, anticipando una rivoluzione del fashion – fast e non – che, nel decennio successivo muterà profondamente la geografia del commercio e degli outfit degli italiani: 

A Milano, si svolge la fiera di un segmento di vendita in crisi: tutti i franchising cercano di dettare nuove leggi. “C’è un target a Foggia che potrebbe svilupparsi: tutto l’abbigliamento per teenager è sguarnito”: questa è l’idea di Nina della Levi’s, che sottolinea come le strategie di gestione della fedeltà al marchio siano in fase di costante adattamento al mercato. Ida Parsia, una franchigia esperta, dichiara: “Ho scelto Bimbus perché conoscevo già il marchio: col franchising hai un’azienda valida che ti guida”.

L’industria nel 2007, la grande distribuzione 2008, l’agricoltura nel 2009. L’effetto domino della crisi raggiunge ogni settore.  Questa congiuntura dell’agricoltura è dovuta alla combinazione di fattori climatici, di mercato e di crisi economica internazionale, con l’aumento del prezzo dei carburanti, il crollo dei prezzi dei prodotti e distorsioni diffuse nel mercato. A occuparsi maggiormente del tema per il giornale è la penna appassionata di Matteo Palumbo, primo atto di una carriera che poi l’ha portato a diventare portavoce e responsabile della comunicazione dell’amministrazione comunale di Manfredonia e in seguito del Manfredonia Calcio. All’epoca si immerge in questo tema scottante con la rubrica Il Tavoliere Malato che parte il 3 novembre 2009, con un dettagliato resoconto dal titolo “Giornata di passione per gli agricoltori. In marcia contro la crisi senza fine”, sulle proteste pacifiche degli agricoltori riunitisi spontaneamente:

Gli agricoltori della Capitanata scendono in piazza contro la crisi. Un intero comparto rischia di chiudere, e questa volta non per modo di dire: la giornata si annuncia di caos a Foggia. 27mila aziende sotto scacco: sciopero generale dell’agricoltura per denunciare i prezzi da fame di grano, uva, olive e ortaggi, di fronte a prezzi al consumo sempre più alti, alle dimenticanze del governo nazionale e alla trascuratezza della Regione Puglia, e per rivendicare il ruolo primario dell’agricoltura nell’economia meridionale. Lo stato di agitazione permanente degli agricoltori è stato dichiarato sino a quando non saranno accolte una serie di richieste: moratoria delle passività con sospensione dei debiti e concessione di mutui decennali a tasso zero con garanzia Ismea; tutele contro il crollo dei prezzi dei prodotti; contributi previdenziali ridotti alla media europea; riduzione delle accise sui carburanti agricoli; finanziamento del Fondo di Solidarietà Nazionale e dichiarazione dello stato di calamità. 

Anche in questa circostanza, il giornale dà voce e spazio ai protagonisti come Lionello Solimando, presidente dell’Ugl Coltivatori che dichiara: “Noi non vogliamo piangerci addosso, ma vogliamo essere alla pari delle altre aziende europee e mondiali. Se le condizioni restano queste, saremo sempre meno competitivi… Non vogliamo i dazi – bloccati anche dalla globalizzazione – ma vincoli sanitari per non far entrare in Italia prodotti dannosi”.

L’articolo poi si sofferma su come nel mondo dell’agricoltura non riesce a contrastare in modo unitario in agricoltura, dove le sigle risultano spesso “l’una contro l’altra armate” e conflitti e screzi fra Confagricoltura, Cia, Copagri e Coldiretti sono all’ordine del giorno. Nonostante Coldiretti non aderisca alla manifestazione, il direttore provinciale Giuseppe Scagliola afferma al quotidiana la propria solidarietà alle proteste: “La nostra solidarietà non manca a chi scende in piazza, ma siamo in protesta permanente dal 2008. Continua, quotidianamente e con una pressione insistente su tutte le istituzioni e a ogni livello, la “madre di tutte le battaglie” per l’agricoltura italiana: la tutela del Made in Italy rispetto a comportamenti e provvedimenti ingiusti che rischiano di espellere i nostri prodotti dai mercati esteri. Siamo già in campagna elettorale e si corre il rischio di strumentalizzazioni politiche”.

Ma la protesta si estende a macchia d’olio e pochi giorni dopo si sposta da Foggia a Torremaggiore e sempre Palumbo, il 6 novembre nell’articolo “Giornata drammatica nel centro dell’Alto Tavoliere”, descrive come in poche ore “divampa spontanea e incontrollata la rivolta degli agricoltori, che decidono di prendersi, senza violenza, la città e di riappropriarsi del proprio destino. Costi quel che costi”. Colpisce soprattutto un aspetto che in futuro diventerà, purtroppo o per fortuna la prassi, con le istituzioni locali in piazza contro le politiche di quello stato che loro rappresentano. Il sindaco di Torremaggiore Alcide Di Pumpo e altri 13 primi cittadini si schierano fra trattori e mezzi agricoli dichiarando al giornale di essere pronti a gesti non simbolici: “Rimetteremo il mandato al prefetto”. Il sindaco, civico di centrodestra, dichiara a l’Attacco:  “C’è l’urgenza di trovare soluzioni efficaci. Il governo italiano deve adottare, in deroga, provvedimenti simili a quelli già approvati in Francia, e, per tutelare il Made in Italy e le eccellenze locali, deve sollecitare controlli anti frode e anti sofisticazione. Inoltre, a fronte delle decine di migliaia di pignoramenti ai danni degli agricoltori, chiediamo una moratoria per tutti i provvedimenti posti in essere da Equitalia, Inps e banche”.

L’articolo prosegue con toni drammatici:  “La situazione del Tavoliere è davvero precipitata, e l’emblema dello stato di emergenza è stata proprio la manifestazione di protesta popolare degli agricoltori.  Qui ci sono le storie di Bruno, Luigi e degli altri coltivatori disperati, per chi ricorda un tempo in cui Torremaggiore era davvero la capitale ricca e felice dell’agricoltura di Capitanata”. Uno scenario che non viene smentito dai vertici di Confagricoltura che illustrano la situazione non rosea del mondo agricolo: “Un primo colpo basso lo hanno avuto quando è stato chiuso lo zuccherificio di Foggia, in quanto questo territorio era uno dei maggiori e migliori produttori di barbabietola. Ad aggravare la situazione ci hanno pensato il calo vertiginoso dei prezzi di pomodoro e grano. Il colpo di grazia è arrivato con la crisi del mercato delle olive. Questo è un vero dramma per una realtà dove il 90% della popolazione trae il proprio reddito esclusivamente dall’agricoltura”.

Antonella Soccio, in un suo articolo del 3 novembre intitolato “Siamo impicciati a questo maledetto lavoro”, riesce a riflettere con gli addetti ai lavori sulle possibili vie d’uscita da quella stasi, come la convergenza con il mondo delle energie alternative, su cui gli agricoltori sono possibilisti: “Stiamo pensando alle pale eoliche. Più redditizio sembra il fotovoltaico, ma il vantaggio è sempre minimo, perché i pannelli occupano tutto il terreno. Si tratta di circa 4mila euro l’anno con un’imposta del 36%. In più, questo guadagno va a gravare sulla dichiarazione dei redditi, aumentando l’imponibile. Preferisco la pala eolica, che occupa una superficie tra zero e 100 metri, così almeno posso continuare a seminare”.

Altra soluzione sembra essere l’adesione alla galassia delle cooperative ma in questo caso i lavoratori della terra rimangono più scettici: “Un po’ di anni fa piantai gli asparagi con una cooperativa che mi promise la luna nel pozzo. In realtà, gli accordi cooperativi sono l’ultima ruota del carro: quando si fanno i pagamenti, i passaggi della filiera rimangono sempre gli stessi. Ci sono fabbriche, associazioni, la cooperativa e, solo alla fine, gli agricoltori. La cooperativa amministra i propri soci, ma non controlla il mercato. La programmazione, invece, dovrebbe avvenire nell’ambito della città e della provincia, non solo in una stanza di ufficio”.

Dubbi che si ritrovano anche nelle dichiarazioni di imprenditori agricoli come Giovanni Costantino: “La soluzione sarebbe unirci, fare delle cooperative, vendere direttamente il prodotto, ma il territorio non è abituato, anche se le cose potrebbero cambiare da oggi. Questo è un comitato spontaneo, nato da una chiacchierata in piazza tra amici. Nessuno ci credeva, ma alla fine eravamo tutti qui, e continuano ancora ad arrivare. O si trova una soluzione o il sistema collassa”.

La storia talvolta sembra ripetersi, pur cambiando interpreti e dinamiche, e appare davvero singolare che le proteste degli agricoltori del novembre 2009 ricadano nello stesso arco temporale dell’eccidio di Torremaggiore, avvenuto il 29 novembre 1949, quando due braccianti, Antonio Lamedica e Giuseppe Lavacca, vennero uccisi dal fuoco dei carabinieri durante uno sciopero per migliori condizioni di lavoro. 
Passa il tempo ma la Capitanata rimane tuttora un luogo in cui bisogna lottare per il lavoro, quello equo e giusto. 
(Nicola Saracino - l’Attacco)

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testatina dillo al direttore WEB

 

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