Nonostante il via libera della Provincia di Foggia, con tutte le autorizzazioni necessarie, restano nel mondo ambientalista perplessità in merito al luogo in cui nascerà a Manfredonia l’impianto di biometano dell’impresa abruzzese Talete srl. Un’area non distante dall’immensa zona umida dell’Oasi Lago Salso. Si è concluso positivamente il procedimento di valutazione di impatto ambientale (VIA) in ambito P.A.U.R., come spiegato dal dirigente della Provincia Antonello De Stasio che lo scorso 28 febbraio ha approvato il progetto definitivo presentato dall’impresa di Lanciano rilasciando l’autorizzazione integrata ambientale relativamente alla realizzazione e gestione di un impianto per la produzione di biometano avanzato e ammendante organico consentito in agricoltura biologica mediante trattamento biologico integrato di rifiuti organici, in località Cupola a Manfredonia. Nello specifico, si intende la frazione organica dei rifiuti solidi provenienti dalla raccolta differenziata e disponibili sul territorio regionale o provenienti da fuori regione e con il verde la frazione composta da sfalci, potature e legno proveniente dalla pulizia di parchi e giardini. L’impianto sarà realizzato in una zona di superficie pari a circa 113.000 mq ubicata lungo la S.P. 60, a sud del canale della Contessa e del torrente Candelaro. Il costo complessivo del progetto ammonta a ben 38.693.802 euro, come si spiega nella relazione sul quadro economico che porta la firma, come progettista dell’impianto, dell’ingegner Giuseppe Velluzzi di Potenza.
“Devo dire che non sono contrario all’idea di costruire questo impianto industriale”, commenta a l’Attacco il naturalista ed ambientalista foggiano Vincenzo Rizzi, componente del Comitato VIA. “Capisco bene quanto possa essere importante per l’economia e per creare posti di lavoro. Però, quando penso alla sua localizzazione, mi vengono in mente alcune riflessioni che non riesco proprio a ignorare, soprattutto se guardiamo alla questione con un po’ di attenzione, pensando all’ambiente e a come si pianifica una città. Prima di tutto, mi chiedo: perché metterlo proprio lì? Manfredonia ha già un’area industriale bella grande, pensata apposta per queste cose, lontano dalle case e dalle zone più abitate”, continua Rizzi, referente della Federazione Pro Natura.
“È stata studiata per quello, no? Usarla significherebbe evitare di consumare altro terreno, che poi è un problema serio: ogni anno, in Italia, perdiamo ettari su ettari di suolo fertile, come ci ricorda il Rapporto ISPRA, e questo non è proprio il massimo per il futuro. Mettere l’impianto in una zona con una destinazione diversa, invece, sembra quasi un modo per creare un po’ di confusione urbanistica, come se non ci fosse un piano chiaro dietro. Poi c’è un altro aspetto che mi lascia perplesso: l’impianto è vicinissimo a un’area umida, l’Oasi Lago Salso, che è per quanto oggi trascurata rappresenta una di quelle zone naturali che hanno un valore speciale. Le zone umide non sono solo belle da vedere ma ci donano servizi ecosistemici: regolano l’acqua e i relativi rischi idrogeologici, ospitano una ricca biodiversità, e funzionano come una specie di filtro naturale. Lo dice anche la convenzione di Ramsar, e pure la scienza lo conferma: studi su riviste come Environmental Science & Technology spiegano che basta poco – un po’ di particolato o qualche sostanza chimica – per iniziare a danneggiarle. E una volta che l’equilibrio si rompe, è difficile tornare indietro”, sottolinea il foggiano.
“E non è tutto. Quel posto dove vorrebbero costruire si trova su una scarpata che potrebbe far parte di un progetto davvero interessante: riportare in vita l’antico Lago della Contessa. Pensateci un attimo: un lago non sarebbe solo un pezzo di storia da recuperare, ma qualcosa di utile oggi. Potrebbe ricaricare le falde acquifere – che con la siccità che c’è in giro, come dice l’Agenzia Europea dell’Ambiente, non è cosa da poco – e dare una mano all’agricoltura con più acqua disponibile. Senza contare che diventerebbe un posto perfetto per gli uccelli, per la natura, magari anche per chi vuole fare una passeggiata o una gita. Insomma, un’occasione per rendere il territorio più ricco, invece di chiuderla per sempre con un impianto che si potrebbe mettere altrove. E poi, parliamoci chiaro: quando si decide dove piazzare una cosa del genere, non bisognerebbe guardare al quadro generale? La pianificazione urbanistica serve proprio a questo, a bilanciare le esigenze di oggi senza fare pasticci per domani. Ci sono studi, come quelli sull’ecologia urbana, che insistono su una cosa: le scelte devono essere pensate per durare, per non lasciare problemi a chi viene dopo. Manfredonia a mio modesto avviso dovrebbe usare le zone già vocate per l’industria e lasciare in pace le aree che hanno un altro valore. Insomma, spero proprio che il Comune ci rifletta bene e non dia il via libera a questa variante urbanistica”, conclude Rizzi. “Mettere l’impianto lì, in quel punto, mi sembra una di quelle decisioni che non guardano al futuro, né per l’ambiente né per una gestione sensata del territorio. Spostarlo in un’area industriale già esistente sarebbe più logico. Così si potrebbe avere il meglio dei due mondi: il lavoro che serve e un posto che salvaguardi i suoi valori paesaggistici e ambientali”.
L’amministrazione la Marca di Manfredonia si farà sentire al riguardo?
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