Il 21 febbraio 2026 sul quotidiano l’Attacco, nella rubrica “Ambiente”, è stato pubblicato un articolo di Vincenzo Rizzi sull’ipotesi d’istituzione del “Parco nazionale della provincia di Foggia: strategia ecologica ed economica per una Capitanata sostenibile”. L’ipotesi del Parco nazionale della Capitanata, come rappresentata nell’articolo, verrebbe così ad integrarsi con la proposta d’istituzione del Parco regionale dei Monti Dauni, immaginando, con una buona dose di creatività, una rete ecologica unificata che colleghi montagne, fiumi, pianure e coste. I Monti Dauni, descritti come una “cerniera ecologica” verso l'Appennino, rappresenterebbero uno degli elementi chiave di questa rete, contribuendo a completare un modello di sviluppo basato sull'equilibrio tra l’utilizzo responsabile delle risorse e la loro conservazione. Traspare però evidente dall’articolo il vero obiettivo, cioè intercettare fondi europei, programmi di sviluppo rurale e politiche di pagamento per servizi ecosistemici atti a sostenere lo sviluppo economico locale e la conservazione della biodiversità nella Capitanata. Un approccio teso quasi a piegare la conservazione della biodiversità allo sviluppo economico, invertendo quindi letteralmente il paradigma normativo nazionale ed europeo attualmente vigente. La normativa italiana ed europea sulle aree protette e sui parchi nazionali è ovviamente finalizzata primariamente alla tutela della biodiversità e dell'ambiente. La stessa Legge quadro sulle aree protette n. 394/1991 ha come obiettivo principale la conservazione degli ecosistemi naturali, la protezione delle specie e la valorizzazione del patrimonio naturale e paesaggistico. La normativa riconosce, tuttavia, che la tutela ambientale può essere integrata con lo sviluppo economico sostenibile, purché le attività economiche siano compatibili con gli obiettivi di conservazione e non viceversa. Questo significa che lo sviluppo economico non deve compromettere la protezione della biodiversità, ma piuttosto essere orientato a valorizzare le risorse naturali in modo responsabile e comunque nella misura compatibile con l’obiettivo primario. Anteporre lo sviluppo economico alla tutela della natura nel sostenere la proposta d’istituzione di un Parco nazionale è francamente fuori contesto. Certamente, la leva dello sviluppo economico può essere una modalità per vincere le resistenze delle comunità locali, le quali vedono più che altro le limitazioni e i maggiori oneri che sarebbero inevitabili. E d’altra parte nell’articolo viene riconosciuto che esistono storiche frizioni tra la protezione ambientale e le attività produttive. Nell’articolo si rappresentano i servizi ecosistemici (ovvero i benefici potenziali che la natura offre alle comunità umane) come una risorsa fondamentale per lo sviluppo sostenibile e la resilienza ambientale. Non si considera però che la loro pratica valorizzazione e integrazione nella Governance di un Parco dipendono da diversi fattori e sfide concrete. In primo luogo, serve una Governance efficace. Nello stesso articolo si riconosce che la frammentazione, la mancanza di fondi e la scarsa partecipazione delle comunità locali sono ostacoli significativi. Senza una gestione sapiente, dinamica e in piena sintonia con le comunità locali, il potenziale dei servizi ecosistemici rischia di rimanere inespresso.
La cattiva gestione delle aree protette in Italia è ben nota, ed è stata oggetto anche di una severa stigmatizzazione da parte della Corte dei conti (Determinazione del 22 luglio 2021, n. 84), che è certamente autorevole nello stilare un pertinente giudizio in questa materia. La Corte ha messo nero su bianco l’aver constatato una situazione di notevole criticità tra gli Enti parco italiani, ancora in essere a distanza di oltre trent’anni dall’entrata in vigore della Legge quadro n. 394/91. Particolarmente significativo è il riferimento allo stato di attuazione dei Piani del Parco, ex art. 12 L. 394/1991, che sono gli strumenti fondamentali per la Governance del Parco, la gestione del territorio e lo sviluppo socioeconomico. Ebbene, malgrado sia previsto che la redazione dei Piani dove concludersi obbligatoriamente nell’arco di circa 34 mesi, la maggior parte dei 25 Parchi nazionali (al 31/08/2023) non ne era ancora provvista.
Su questo stesso tema si è espresso criticamente anche l’ISPRA: “persiste, tuttavia, una generale situazione di ritardo che riguarda in particolar modo i Piani in via di approvazione: considerata la tempistica ex lege per l’entrata in vigore del Piano per il Parco ci si sarebbe dovuti infatti attendere che ad oggi tutti i PN si fossero dotati di un Piano vigente. Si registra, invece, un ritardo medio di 21 anni sui tempi di approvazione”. Questo a proposito del dinamismo della Governance dei Parchi nazionali italiani, ma nella provincia di Foggia è eloquente il caso del Parco nazionale del Gargano, che dopo 35 anni dall’istituzione (1991), ad oggi l’iter di approvazione del Piano del Parco non risulta ancora completato.
Recentemente, è stato pubblicato un articolo scientifico di Marco Galaverni del WWF che ha valutato l'efficacia del sistema dei Parchi nazionali italiani e del nostro sistema di aree protette dal punto di vista della gestione e della conservazione. I risultati dello studio evidenziano che la mancanza di strumenti di gestione di base (ad esempio i Piani dei Parchi), la carente designazione iniziale delle aree (in termini di progettazione non ottimale per garantire la conservazione della biodiversità e degli ecosistemi) e la carenza di personale (soprattutto di personale tecnico come biologi e veterinari) sono i principali fattori che influenzano l'efficacia dei Parchi nazionali italiani. Queste debolezze possono ostacolare seriamente gli obiettivi fissati dalla Convenzione sulla Diversità Biologica e dalla Strategia europea sulla biodiversità al 2030.
L’obiettivo “30×30” delle Nazioni Unite, concordato nel 2022 al Vertice Kunming-Montreal sulla Biodiversità (CBD-COP15, chiede infatti agli Stati di proteggere il 30% della terra e del mare entro il 2030. Anche l’Unione Europea ha recepito l’obiettivo “30×30” nella “Strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030 – Riportare la natura nelle nostre vite” e il medesimo obiettivo è fissato anche dalla Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030, attraverso un sistema integrato di Aree Protette, Rete Natura 2000 e altre aree legalmente tutelate come le EOCM (Other Effective area-based Conservation Measures). Tuttavia, quali sono le indicazioni della Commissione Europea agli Stati membri per conseguire l’obiettivo del 30% di aree protette? L’indicazione non è affatto di realizzare altri Parchi nazionali o regionali, bensì di completare innanzi tutto la rete Natura 2000 o di riordinare/raggruppare piccoli siti (ZPS e ZSC) tra loro limitrofi. L’intento è ben chiaro: completare in modo congruo la Rete ecologica europea delle aree protette, al fine di conseguire gli obiettivi delle Direttive Natura (“Habitat” e “Uccelli”).
Su questo la Commissione è molto netta, al punto da avere da tempo avviato persino una procedura d’infrazione (2015/2163) per il fatto che la Repubblica Italiana (e di riflesso le Regioni) è venuta meno agli obblighi previsti dall’art. 4, paragrafo 4 e 6, paragrafo 1 della Direttiva “Habitat” 92/43/CEE, per la mancata designazione di Zone Speciali di Conservazione (ZSC) e di idonee misure sito-specifiche. Successivamente, la Commissione ha emesso un'ulteriore notifica formale (nota C(2019)537 del 25 gennaio 2019) ed ha avviato persino una “messa in mora complementare”, ex art. 258 del TFUE. Cosa si contesta in particolare all’Italia? La Commissione contesta che gli obiettivi di conservazione dei siti non si basano su chiari obiettivi sito-specifici e non garantiscono di essere effettivamente attuati poiché: non sono sufficientemente specifici, dettagliati, quantificati e comunque “non vi sono prove dell’esistenza di un meccanismo che ne assicuri l’effettiva attuazione”. Come a dire, molte misure in realtà rimangono solo sulla carta dal momento che nessuno può assicurare la realizzazione e, soprattutto, la loro efficacia per conservare habitat e specie tutelate. Su questo tema si è espressa anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la quale ha sancito che “l’articolo 6, paragrafo 1, della direttiva Habitat e l'articolo 4, paragrafi 1 e 2, della direttiva Uccelli, a pena di essere privati del loro effetto utile, richiedono non soltanto l'adozione delle misure di conservazione necessarie al mantenimento di uno stato di conservazione soddisfacente degli habitat e delle specie tutelati all'interno dei siti, ma anche, e soprattutto, la loro effettiva attuazione”.
In altre parole, l’Europa contesta all’Italia e alle Regioni Italiane di non gestire in modo realmente efficace la rete di aree protette che sono state istituite. E questa è una forte debolezza strutturale dei Parchi italiani e della stessa Rete Natura 2000, ed è anche la realtà tangibile con cui si verrebbe a scontrare l’ipotesi fantasiosa del Parco nazionale della Capitanata, così come quello regionale dei monti Dauni. Risulta evidente soprattutto l’inconciliabilità della proposta d’istituzione di un Parco per promuovere, in primo luogo, lo sviluppo economico anziché la tutela della natura. Un vero paradosso, poiché alla perdita di biodiversità consegue inevitabilmente il deterioramento di quei servizi ecosistemici su cui l’articolo di cui trattasi vorrebbe far leva per lo sviluppo socioeconomico della Capitanata. Nondimeno, l’articolo non chiarisce come il complesso regime vincoli che in un Parco nazionale si frappongono all’utilizzo della biodiversità e delle risorse naturali risulterebbe compatibile con la fruizione, economica, dei relativi servizi ecosistemici. Ciò per non considerare la cronica carenza di Governance che affligge i nostri Parchi, che oltre a condizionare negativamente gli stessi obiettivi naturalistici, certamente limita anche lo sviluppo sostenibile e lo sviluppo economico, come oramai risulta acclarato anche da studi scientifici.
L'idea poi di un unico Parco nazionale per tutta la Capitanata porterebbe, inevitabilmente, ad una gestione troppo centralizzata e lontana dalle esigenze specifiche delle singole comunità locali, accentuando la percezione di “distanza” tra le decisioni prese e le necessità reali del territorio. È evidente che un approccio “eutrofico” sul tema delle aree protette, qual è quello che si vorrebbe perseguire nella Capitanata, è di per sé antitetico rispetto alla buona gestione, non fosse altro per le evidenti carenze finanziarie, tanto più gravi man mano aumenta la percentuale di territorio protetto! Inoltre, sappiamo sin troppo bene che in Italia prevale culturalmente l’idea dell’“eco-museo”, un approccio che spesso coinvolge anche i siti della rete Natura 2000, non fosse altro per la penuria di finanziamenti specifici e per la più semplice moda dei “divieti”.
In questo campo un moderno approccio dovrebbe, in primo luogo, prendere atto che occorre seguire le strategie indicate dall’Unione Europea, valorizzando quindi la Rete europea Natura 2000, e in secondo luogo valorizzando e gestendo in modo proattivo le aree protette esistenti.
Infine, non si dovrebbe dimenticare che l’Unione Europea ha recentemente integrato le policy ambientali con uno strumento fondamentale, che è la Nature Restoration Law (Regolamento (UE) 2024/1991), ovvero il Regolamento (obbligatorio) di ripristino della natura, che a livello nazionale sarà attuato dal redigendo “Piano nazionale di ripristino” (PNR). Un Piano epocale che l’Italia dovrà consegnare alla Commissione entro il 1° settembre 2026. Il Piano è infatti finalizzato a conseguire precisi obiettivi di ripristino, con scadenze predefinite al 2030, 2040 e 2050. L’attuazione dovrà praticarsi per mezzo di misure di ripristino “(…) mirare a ottimizzare le funzioni ecologiche, economiche e sociali degli ecosistemi, compreso il loro potenziale di produttività, tenendo conto del loro contributo allo sviluppo sostenibile delle regioni e comunità interessate”.
Un quadro coerente di misure che sembra meglio inquadrabile con l’idea di valorizzazione ambientale e di sviluppo sostenibile di un territorio così vasto come la Capitanata, ma senza i vincoli e le limitazioni che inevitabilmente si associano ad un Parco nazionale.
(Federcaccia Sezione Provinciale Foggia)
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