Un Parco nazionale della provincia di Foggia: strategia ecologica ed economica per una Capitanata sostenibile

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La Capitanata vive oggi in un contesto di cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e pressioni crescenti sull’economia locale, di inverno demografico, le aree protette non possono essere viste solo come luoghi di conservazione: devono essere orientate a diventare motori di sviluppo sostenibile. L’idea non è difendere in modo sterile un patrimonio; è riconoscere che la tutela della natura è parte integrante di un modello economico in grado di offrire reddito, occupazione stabile e qualità della vita. Se le aree protette si intendono come strumenti di benessere collettivo, allora la domanda diventa: come trasformarle in asset concreti per agricoltura, foreste, pesca responsabile, turismo sostenibile e innovazione sociale? La logica dominante, nata per difendere un patrimonio sotto assedio, ha spesso accompagnato un contesto conflittuale tra chi protegge e chi gestisce le attività produttive. Ciò che sconcerta è la narrazione, spesso distorta: infatti il fallimento delle politiche ambientali legate alla governance degli enti di tutela è stato in gran parte guidato proprio da coloro che, per formazione culturale, storia e interessi elettorali, erano contrari alla loro stessa missione. Spesso, nascondendosi dietro la finta difesa della natura, si è finito per creare una governance estranea alle esigenze quotidiane delle comunità: decisioni prese lontano dai territori, criteri tecnici poco divulgabili e una distanza percepita tra le regole e le pratiche di uso del suolo. È comprensibile che, in tale contesto, parte dei settori primari, per comodità e per incapacità di visione, stante spesso anche la passività degli enti gestori, vedano nelle aree protette un limite anziché una risorsa. Ma questa visione non è una verità immutabile: può essere ribaltata se si riconoscono e si valorizzano i servizi ecosistemici, le opportunità economiche legate a pratiche sostenibili e la resilienza che deriva dall’equilibrio tra ambiente, manodopera locale e innovazione. Se, invece, si adotta una cornice in cui le aree protette rappresentano elementi essenziali per il benessere delle persone e per accrescere la qualità della vita, la domanda cruciale cambia: perché tutto questo dovrebbe rimanere confinato in spazi ristretti, quasi fossero “aree franche” accessibili solo a pochi? La risposta è chiara: un modello di sviluppo basato sull’equilibrio tra conservazione e utilizzo responsabile è possibile solo se le aree protette diventano una piattaforma di opportunità per comunità diffuse, non un privilegio per pochi. Servizi come l’impollinazione, la regolazione idrica, la protezione del suolo, la conservazione della biodiversità e la qualità degli habitat naturali hanno un valore economico concreto per agricoltori, pescatori, piccoli imprenditori e operatori turistici. Se questi servizi sono riconosciuti, valorizzati e condivisi, le aree protette possono alimentare filiere corte, produzioni tipiche, turismo educativo e attività ricreative sostenibili, creando reddito e stabilità per le comunità locali.

Attualmente l’assenza di questa visione d’insieme rappresenta un vero problema ecologico ed economico. Ad esempio, l’assenza di una visione d’insieme porta a dighe che sottraggono acqua ai torrenti che alimentano le zone umide costiere, elementi di grande attrazione per il Gargano; ma c’è anche un danno non indifferente legato al mancato arrivo di sedimenti che contribuiscono all’erosione delle coste e al conseguente impatto sull’economia turistica. Questo rende evidente quanto sia cruciale sviluppare una cornice di governance che integri tutela ambientale, dinamiche economiche e beni comuni.

La recente polemica sul Parco regionale dei Monti Dauni, terra un tempo demograficamente dinamica nella Capitanata, ci ricorda quanto sia cruciale guardare oltre storiche frizioni tra tutela e sviluppo. I Monti Dauni, collegati all’Appennino e rifugio di una straordinaria biodiversità, sono una cintura ecologica che può connettere montagne, fiumi e pianure: una “cerniera” ecologica capace di trasformare l’ecosistema in occasione economica. La mancanza di una visione integrata regionale, tuttavia, ha spesso prodotto parchi regionali di carta, privi di fondi adeguati, senza una governance chiara e senza personale. Da qui nasce la necessità di ripensare non tanto il concetto di protezione, quanto le modalità di governance e finanziamento delle aree protette: senza una regia forte, senza risorse e senza strumenti di partecipazione, la protezione resta un ideale astratto invece di diventare un motore di sviluppo.

Contro questa frammentazione, emerge una proposta di visione lungimirante: immaginare un unico Parco nazionale della Capitanata, dove i Monti Dauni rappresentano la cerniera verso l’Appennino e la sorgente di biodiversità per il Tavoliere che a sua volta è un corridoio per raggiungere il promontorio del Gargano. È una rete ecologica che attraversa colline, corsi d’acqua e coste, collegando habitat, specie e persone, culture e economie locali. Non si tratta solo di creare una grande enclave di protezione, ma di intrecciare natura, cultura, tradizioni e innovazione. La rete ecologica non è un singolo parco isolato, ma un sistema di corridoi, aree umide, pascoli preservati, paesaggi, habitat, specie e siti culturali che insieme attraggono visitatori, supportano l’agroalimentare locale e stimolano l’imprenditorialità sostenibile. In questa cornice, la tutela diventa strumento di coesione territoriale e di opportunità economiche.

Per realizzare una simile visione servono strumenti concreti: pianificazione partecipata, finanziamenti mirati, e una governance che metta al centro la trasparenza e la responsabilità. I bilanci partecipativi, le consultazioni pubbliche e i tavoli di co-gestione tra enti pubblici, aziende agricole/pastorali, associazioni ambientaliste, università e comunità locali possono trasformare le aree protette in laboratori di innovazione. I fondi europei, i programmi di sviluppo rurale e le politiche di pagamento per servizi ecosistemici diventano leve concrete per tradurre la tutela in reddito, conservazione in occupazione, protezione delle risorse idriche in efficienza irrigua e pool di competenze. È cruciale puntare sulla formazione, sulla ricerca applicata e sulle imprese sociali in grado di trasformare la protezione in opportunità imprenditoriali sostenibili.

Le sfide non mancano: mancanza di fondi, localismi, egoismo, governance frammentata, conflitti di uso del territorio e difficoltà nel monitorare gli impatti ambientali ed economici. Ma le soluzioni esistono se si rompe l’immagine di aree protette come chiusure statiche: occorre una governance multilivello che stabilisca ruoli chiari, responsabilità condivise e indicatori di successo trasparenti. È necessario investire in infrastrutture naturali, in reti di informazione e in strumenti di coordinamento tra livelli regionali, nazionali e comunità locali. 

L’obiettivo è costruire una visione di paesaggio che integri la tutela della biodiversità con la produzione agricola sostenibile, la tutela delle risorse idriche, la resilienza climatica e la promozione di un turismo responsabile e culturalmente arricchente. In definitiva, una strategia basata sui servizi ecosistemici e sulla cultura può trasformare le aree protette in motori di sviluppo: un parco nazionale o una vasta rete ecologica che attraversa dal Fortore all’Ofanto, si riconnetta con ciò che resta della rete tratturale, un immenso museo diffuso che permetta ai visitatori di perdersi nel tempo e nei racconti stratificati del rapporto tra uomo e natura, e oltre, che diventa attrattore culturale e ambientale, capace di stimolare nuove opportunità economiche per le comunità locali.

Una visione di Capitanata che valorizzi la biodiversità come risorsa, l’acqua come bene comune e la partecipazione come fondamento di una governance solida e inclusiva. È questa la direzione che può garantire non solo la protezione della natura, ma anche prosperità, stabilità e fiducia nel futuro delle nostre terre, perché nessun luogo è un’isola.
(Vincenzo Rizzi)

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