Dopo i sette medici pensionati richiamati in corsia dalla Asl Foggia, anche il Policlinico Riuniti adotta un provvedimento per procedere al rinnovo dei contratti individuali di lavoro libero professionali con Giuseppe Altieri, Luigi D’Amelio e Antonio Cinquesanti, specialisti in anestesia e rianimazione, in quiescenza per la durata di sei mesi, eventualmente prorogabili, per un compenso orario di 60 euro lordi.
Il provvedimento si è reso necessario perché “l’ultima procedura concorsuale finalizzata al reclutamento per dirigenti medici nella disciplina di anestesia e rianimazione, la cui graduatoria di merito approvata dall’apposita commissione esaminatrice e recepita con determinazione dirigenziale n. 2089 del 25/07/2022, purtroppo non ha soddisfatto appieno le esigenze aziendali per poter garantire ed assicurare le risposte assistenziali necessarie in un’area così delicata”.
Sempre di più il sistema sanitario si affida ai medici a riposo (anche alla luce del fatto che la legge ha prorogato i termini per ricorrere a questa soluzione fino a dicembre 2023) proprio perché la carenza di personale si fa sempre più grave.
“Ricorrere ai medici in pensione è la cifra del fallimento complessivo delle politiche sanitarie in questo Paese – il commento a l’Attacco di Elena Gentile, già assessora regionale alla sanità, pediatra e politica di lungo corso -. Nonostante la pandemia abbia messo a nudo le criticità del sistema non si è avuto il coraggio (o la consapevolezza) di intervenire: i sintomi c’erano già tutti, anche prima del Covid ma ora sono esplosi in modo drammatico. Stanno chiudendo i Pronto Soccorso, interi ospedali perché i medici vanno via. Anche i giovani: ho sentito un’intervista ad un chirurgo del Sant’Orsola di Bologna, un’eccellenza sanitaria tra le migliori in Italia, che a 40 anni ha deciso di licenziarsi perché ha notato di essere preda della sindrome del burnout; ha lasciato al culmine di una carriera, ritengo anche brillante, per il posto che ricopriva. La rappresentazione del dramma che sta vivendo questo Paese e rispetto al quale io non vedo muovere una foglia. Sono mesi che discutiamo di tetto al contante, del Pos e di altre stupidaggini e non cogliamo l'emergenza sanitaria né proviamo a immaginare delle soluzioni. Questo lo dico perché si fa un gran parlare di contrasto alla povertà ma chi è più povero di una persona che sta male e che non ha le risorse sufficienti per curarsi privatamente? Atteso che la spesa sanitaria privata tout court (non quella convenzionata) pare si aggiri intorno ai 40 miliardi l'anno, cioè più di una manovra finanziaria”.
Né potrebbe essere sufficiente aumentare le pensioni per far fronte ad una tale emergenza, rileva la politica cerignolana. “Un povero anziano che deve fare una tac che se ne fa di 50 euro in più al mese se l’esame costa 200? Quello sarà un cittadino povero”.
E’ quindi necessario far tornare i medici nel servizio pubblico come primo intervento per salvare la sanità. “Innanzitutto i medici vanno pagati di più, l’Italia è all’ultimo posto in Europa quanto a retribuzioni, se non poniamo rimedio è chiaro che prolifereranno le cooperative che somministrano medici. Partendo dal presupposto che io penso sia una cosa illegale, comunque il pubblico finisce per pagare di più se si pensa che un turno di 12 ore di un medico fornito da una cooperativa costa al sistema sanitario 1.200 euro. In altre parole con tre turni prende la stessa retribuzione del collega dipendente. Una cosa che non dovrebbe essere ammissibile in un Paese civile”.
Il ricorso dei medici a gettone scontenta anche gli aziendali. “I dottori a gettone possono scegliere di stare a casa il giorno di Natale, di non lavorare ad agosto e non hanno un particolare interesse a stare in prima linea non correndo il rischio di essere licenziati o ripresi, questo determina malcontento e disaffezione anche nel dipendente che decide, comprensibilmente, di tirare i remi in barca a sua volta, tutto a discapito dei cittadini. Molti medici mi chiamano per raccontarmi di come tanti si licenzino e se li ritrovino in corsia da autonomi quasi a farsi beffe di loro”.
Una situazione che può solo peggiorare anche in vista dell’ipotesi flat tax sulle partite Iva su cui potrebbero convergere i medici, con ulteriori vantaggi fiscali. “Eppure nessuna forza politica ne parla, men che meno propone soluzioni. L’ex ministro Speranza ha annunciato 17mila nuove borse di specializzazione ma i medici saranno pronti tra 5 anni, nel frattempo che facciamo? Né basteranno i 200 milioni stanziati dall’attuale governo per incentivare i medici di Pronto Soccorso, una somma ridicola. Andava fatta una riforma strutturale, prendendo il coraggio a due mani e aprendo alla specializzazione tramite un anno di tirocinio formativo negli ospedali. Al contrario, non risolviamo niente coi pensionati, ce ne saranno molti ancora bravissimi e vivaci ma non potranno restare in servizio ancora per molto. Non servirà neppure alzare la soglia dell’età pensionabile a 72 anni. Perché mai dovrebbero restare nel pubblico se possono guadagnare di più e in condizioni più comode da autonomi? Facciamo come si fa in tutti gli altri Paesi europei, paghiamo di più i medici e attiviamo tirocini formativi. Nelle more, assumiamo medici stranieri, non ci si rende conto che la situazione è davvero drammatica: di questo passo rimarremo senza una sanità pubblica ed è la mancanza di salute la vera povertà. La politica, i sindacati, i cittadini se ne rendano conto al più presto e pongano rimedio o sarà troppo tardi. Qui si tratta di fare una vera battaglia di civiltà”, l’appello di Gentile.
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