“Possibile che nessuno faccia niente per migliorare la situazione al Pronto Soccorso di Foggia?”, è la domanda che pone il signor Giuseppe alla comunità e alle istituzioni tramite le pagine de l’Attacco dopo la sua esperienza personale che lo ha indotto a parlare di “condizioni da Terzo Mondo”. La dura considerazione prende le mosse da quanto accaduto alla moglie dell’uomo. “Martedì mattina mia moglie non stava bene, ha avuto dolori per tutta la notte, così da San Marco in Lamis, dove abbiamo la nostra abitazione, abbiamo deciso di recarci al Pronto Soccorso del Policlinico Riuniti di Foggia, pronti anche alla possibilità di un eventuale ricovero. Eravamo in ospedale già alle 9 del mattino. Una volta in sala d’attesa ci siamo resi conto della situazione: non c’è assistenza, non ci sono medici e file lunghissime di persone. In mattinata le è stato effettuato il prelievo del sangue ma per ore e ore non abbiamo saputo niente, nessuno ci ha informati, non un medico che ha visitato mia moglie. Solo alle 18 ci è stato comunicato che le analisi erano a posto. Trascorse altre due ore senza avere la possibilità di incontrare un medico, abbiamo deciso di andare via”.
Alla donna, al momento del triage era stato assegnato un codice azzurro, meno grave del giallo ma più del verde. Si tratta cioè di una urgenza differibile: condizione stabile con sofferenza. Richiede approfondimenti diagnostici e visite specialistiche complesse.
“La cosa incredibile è che non solo non visitavano mia moglie ma nemmeno tanti altri che erano in Pronto Soccorso, anche prima di noi. C’erano persone anziane lasciate sulle barelle per ore, dalla mattina senza che nessuno le abbia visitate, almeno fino a quando eravamo noi presenti. Qualcuno ci ha detto addirittura che era lì dal giorno prima, in attesa perché non c’erano posti liberi per essere ricoverati. E’ stato uno strazio sentire quelle persone lamentarsi per tutto il tempo, come se fossero state abbandonate a loro stesse. E con loro ad aspettare c’erano i familiari in ansia”.
“Mi sono vergognato per loro, c’erano anche ultra ottantenni, magari qualcuno era caduto, si era fatto male, comunque erano tutti bisognosi di aiuto, in certi casi serve umanità”, ha incalzato il signor Giuseppe.
Alla fine i coniugi, come detto, scoraggiati, giunte le 20, hanno preso la via del ritorno verso San Marco. “Abbiamo percorso 70 chilometri all’andata e altrettanti al ritorno, senza aver concluso niente, che mortificazione”.
“Ho deciso di raccontare all’opinione pubblica questa nostra esperienza nella speranza di smuovere un po’ le acque, non mi interessa leggere il mio nome sul giornale (per questa ragione si sono omesse le generalità complete dell’uomo, ndr) o di avere 15 minuti di notorietà. Solo che ho trovato insopportabile la situazione che abbiamo vissuto. E’ importante che chi di dovere si prodighi affinché i cittadini che hanno bisogno di cure siano presi in carico come si deve”, l’auspicio di Giuseppe.
Non sono un mistero le estreme difficoltà in cui versa il Pronto Soccorso del Policlinico, esattamente come ogni altro dipartimento dell’emergenza urgenza, in crisi per la drammatica carenza di medici specialisti. A poco è servito anche trasferire il reparto dal vecchio Monoblocco al nuovissimo Deu, i cui spazi sono senz’altro più adeguati, con la dotazione delle più moderne tecnologie e di sistemi di fluidificazione dei percorsi.
Ma proprio in occasione dell’inaugurazione del plesso, Paola Caporaletti, direttrice della struttura complessa di medicina e chirurgia di accettazione e di urgenza aveva lanciato l’allarme: “Ci sono regioni come Lombardia, Veneto e ora anche Emilia Romagna (il che la dice lunga) che hanno in Pronto Soccorso medici attinti da quelle che chiamano cooperative ma che sono in realtà agenzie interinali. Le agenzie contattano le strutture pubbliche e chiedono quali siano i turni da coprire, lì mandano i professionisti che pagano a ora. Questo modus operandi rappresenta anche una perdita del valore dell'equipe: i medici eseguono la loro prestazione in tempi prestabiliti e vanno via mentre noi ci confrontiamo continuamente in reparto, anche con i medici in convenzione in arrivo dalla Asl”.
Di questo passo, aveva avvisato la primaria, si arriverà a Pronto Soccorso privati: “Se il pubblico non avrà più le forze per mantenere aperto il servizio, subentrerà il privato”.
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