L’ultima aggressione ai danni dei sanitari del Policlinico Riuniti è soltanto una delle innumerevoli che si sono susseguite di recente nelle strutture pubbliche di Capitanata. Come ogni volta, anche in questa occasione l’opinione pubblica si è divisa tra coloro che difendono senza se e senza ma medici, infermieri e Oss aggrediti condannando ogni forma di violenza e quelli che invece empatizzano con gli aggressori, considerandoli vera parte lesa, privati di un affetto da sanitari che spesso non mostrerebbero sensibilità nei confronti di pazienti e famiglie. Non sono poi mancate le reazioni indignate dei rappresentanti delle varie categorie e dei sindacati che invocano misure più efficaci per arginare un fenomeno in costante crescita. Mentre dalla direzione generale del Policlinico fanno sapere che “è stata avviata un'approfondita indagine interna per ricostruire e valutare tutto il percorso assistenziale. La morte di questa ragazza è un evento drammatico: la direzione generale esprime la propria vicinanza alla famiglia”. Ma cosa è accaduto precisamente alla ragazza nelle ultime ore della sua vita e perché si sarebbe resa necessaria una approfondita indagine interna? “La giovane era ricoverata in riabilitazione – hanno raccontato alcuni operatori sanitari dell’ospedale a l’Attacco -, dopo un periodo trascorso in rianimazione. Da quello che è dato sapere all’improvviso si è manifestata una fistolizzazione a livello della trachea, cioè la formazione di una comunicazione tra due strutture anatomiche, nel caso di specie tra trachea ed esofago probabilmente. Per questo sono dovuti intervenire d'urgenza gli specialisti della chirurgia toracica che, va detto, si sono assunti la responsabilità di operare, potendo legittimamente adottare una forma di medicina difensiva, rimettere la ragazza in rianimazione dichiarandola inoperabile, aspettare il trasferimento a Roma dove aveva una operazione programmata e vederla morire magari di lì a qualche giorno, lavandosene le mani. Cosa che invece non hanno fatto, hanno corso un rischio per provare a salvarla, pur sapendo che la situazione era molto critica già prima di entrare in sala operatoria. Che poi si dica che questo problema sia dipeso dall’intubazione che le hanno praticato a giugno non ha molto senso. E’ giusto che l’Azienda apra un’indagine interna volta per lo più ad accertare il fatto che il personale medico sanitario non ha colpa. Che avrebbero dovuto fare? Arriva una paziente investita e non la intubano?”.
In medicina, l’intubazione tracheale (o anche endotracheale) consiste nell'inserimento di un tubo di plastica flessibile nella trachea, attraverso le corde vocali, per permettere la respirazione e proteggendo le vie aeree da inalazioni di materiale gastrico.
“Di per sé questa è una manovra invasiva – hanno aggiunto i sanitari – e quindi con alcuni rischi, come la rianimazione cardiopolmonare, che può comportare la rottura delle costole. Ma entrambe salvano la vita, che facciamo? Decidiamo di non rischiare e non praticarle? Tutto va visto in un contesto. Se la ragazza non fosse stata intubata a giugno forse sarebbe morta allora, anche questo va considerato. Questa è la domanda da porsi pur sapendo che stiamo parlando di una tragedia. Quando muore un paziente, soprattutto di giovane età è sempre una tragedia per tutti, non solo per la famiglia ma anche per chi se ne prende cura. Ma questo non può giustificare la violenza”.
Al netto del dolore della perdita si ripropone il tema della sicurezza nelle strutture sanitarie pubbliche.
“Per le amministrazioni e le istituzioni questi episodi sono delle rogne, questa è l’impressione che abbiamo. Non abbiamo nemmeno il numero di aggressioni che quest’anno si sono verificate. Senza dati come si può iniziare a ragionare di contromisure? Certo, ci sono state diverse iniziative, una delle quali in Pronto Soccorso, sono stati distribuiti i dispositivi personali con cui dare un tempestivo allarme in Questura, sono state istallate le telecamere anche nelle degenze ma non sono misure efficaci evidentemente. Alla iniziativa contro la violenza sui sanitari non c’erano rappresentanti della Prefettura, spesso le forze dell’ordine che ricevono il nostro allarme sono impegnate su altri fronti e non riescono ad intervenire, solo per fare alcuni esempi”.
Altre sono le criticità su cui intervenire, a detta dei sanitari.
“In poche parole noi siamo abbandonati a noi stessi: oggi tutti quanti possono venire in ospedale e tirarci uno schiaffo, picchiarci, insultarci. Il tutto si collega al fatto che la vigilanza interna faccia acqua. In teoria il Policlinico dovrebbe essere un luogo chiuso. Come hanno avuto accesso ai reparti 50 persone quella notte? Da dove sono passate? Chi le ha fatte entrare? La regola è che dopo le 20 non può entrare più nessun visitatore esterno in ospedale ma è puntualmente disattesa. Di notte in diversi ambienti comuni stazionano i barboni. Vanno a dormire in prossimità dei bagni pubblici, capiamo la compassione nei confronti di queste povere persone senza dimora ma il Policlinico è un luogo di cura e tale deve rimanere, la presenza di queste persone mette a rischio anche la sicurezza di quelle colleghe che staccano ad ore tarde e devono attraversare quegli spazi”.
“Chi controlla? In altre strutture tutti gli esterni, anche i malati, devono andare in reception, registrarsi e solo dopo aver ricevuto un apposito cartellino possono avere accesso ai reparti. O addirittura ai parcheggi. A Foggia nemmeno i parcheggi sono sicuri o con accesso controllato, visto che continua il fenomeno dei furti e addirittura vengono a parcheggiare le loro auto anche i docenti del vicino istituto scolastico. Questo per dire che il tema della sicurezza va affrontato a 360 gradi e non solo a ridosso dell’ennesimo episodio di violenza”.
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