“Se sarà necessario, pronto a dare le dimissioni”: arcivescovo Moscone indica il 5 maggio come data della verità

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Da mesi ormai, attorno a Casa Sollievo della Sofferenza si respira un’aria sospesa. In questo scenario, una frase attribuita all’arcivescovo Franco Moscone ha fatto il giro del web: sarebbe pronto a dimettersi se la situazione dovesse “precipitare”. Per comprendere se lo ha detto davvero, l’Attacco ha ascoltato direttamente la sua voce. L’arcivescovo non si sottrae, anzi accetta di chiarire e contestualizzare. La prima precisazione riguarda proprio la frase che ha alimentato di nuovo il dibattito. “Non ho proprio usato quella parola – chiarisce -, ma ho detto che sono pronto alle dimissioni pur di collaborare alla salvezza e quindi alla presa in carico di Casa Sollievo da parte di chi ha responsabilità superiori”. Non un gesto di resa, dunque, ma un atto estremo di responsabilità. Non vuole abbandonare la nave, invece sente di non avere più strumenti sufficienti per guidarla da solo. “È un modo per sollecitare una presa di responsabilità da parte di tutti, da parte della proprietà innanzitutto, da parte della Regione Puglia perché ci sia un dialogo serio e una comprensione seria e non una posizione netta come se ci facessimo la guerra gli uni contro gli altri”. Il riferimento è chiaro: negli ultimi mesi, i rapporti tra la Fondazione e la Regione Puglia si sono irrigiditi. Da un lato, l’ospedale chiede risorse e riconoscimento del proprio ruolo strategico; dall’altro, la Regione reclama trasparenza, piani credibili, sostenibilità. In mezzo, migliaia di lavoratori e un territorio che vive di Casa Sollievo non solo come presidio sanitario, ma come motore economico e sociale. La disponibilità a dimettersi non nasce oggi. È il frutto di un percorso lungo, faticoso, in cui l’arcivescovo ha cercato di tenere insieme due ruoli che lui stesso considera difficili da conciliare: quello di pastore della diocesi e quello di presidente della Fondazione. “Alla fine, quando uno non ha più armi, usa l’ultima. E io non ne ho altre che dire: va bene, se sono fuori posto, se non ho sufficiente forza per farmi capire e per avere sufficiente fiducia, allora mi faccio da parte. Era questo il significato di ciò che ho riferito”. Non può essere letto come un ricatto, né come un ultimatum. Piuttosto, è la constatazione di un limite umano e istituzionale. Moscone lo dice con una sincerità che non sorprende: “Io non sono nato amministratore, non sono neppure nato come politico. Non sono arrivato qui per carriera né ci voglio rimanere per carriera, ma per servizio”, evidenzia per restituire il senso profondo del suo impegno. 

L’arcivescovo ritiene che uno dei passaggi più significativi riguardi la struttura istituzionale della Fondazione Casa Sollievo della Sofferenza. Moscone rivela di aver più volte segnalato alla Santa Sede “l’incompatibilità della funzione di arcivescovo locale e presidente della Fondazione. Fin dall’inizio sono sempre stato convinto che ci sia un conflitto di competenza, che siano due funzioni che non si possono mettere una sull’altra”. La Segreteria di Stato del Vaticano non ha condiviso questa lettura, piuttosto “mi ha sempre detto che non è vero, che sto sbagliando io. Ho accettato finora questa posizione e l’ho tenuta insieme. Ma la mia visione resta un’altra”.

Parole franche che fanno comprendere come l’arcivescovo viva da tempo una tensione interna tra ciò che ritiene giusto e ciò che gli viene richiesto di fare. Non accusa nessuno, sarebbe fuori luogo. Non punta nemmeno il dito. Piuttosto lascia intendere che, in questi anni, la costruzione di un fronte comune per salvare Casa Sollievo non è mai davvero decollata. Troppi attori, troppe diffidenze, troppe agende diverse.

La domanda che si fanno tutti è una sola: quanto è grave la situazione? Moscone non minimizza, ma non cede nemmeno al catastrofismo. “Spero che non diventi irreversibile, sono convinto che ci sia ancora tempo. Però più ne passa…”. La frase resta sospesa, come se non volesse completarla. Il senso è comunque chiaro: la finestra per intervenire si sta restringendo. E la responsabilità è di tutti. “Non si deve tirare indietro nessuno – aggiunge padre Franco -. Ognuno deve assumere la sua responsabilità: dalla proprietà alla Regione, alla direzione, al personale, ai sindacati”.

Uno dei timori più diffusi tra i lavoratori riguarda il futuro occupazionale. Moscone lo sa e sceglie parole nette quando dice che “Casa Sollievo della Sofferenza non licenzia né licenzierà nessuno. Il personale è la prima ricchezza della Fondazione. Il mandato che mi è stato dato da parte della proprietà è che il personale venga garantito e non si licenzi nessuno. Ovviamente bisogna venire fuori dai problemi finanziari, sennò si rischierà anche di non avere risorse per gli stipendi”, aggiunge.

Non parla solo da presidente della Fondazione, ma soprattutto da pastore di un territorio che conosce bene. E ricorda che l’ospedale “non è solo un centro di salute di alta qualità, ma uno dei principali motori di sviluppo economico e sociale del territorio”. Il suo eventuale collasso avrebbe effetti devastanti su San Giovanni Rotondo, sull’indotto, sul Gargano. 

Da due anni, confessa, “mi sono dato scadenze e ho sempre tenuto la lingua ferma, l’ho morsicata”. Adesso no, dal momento che anticipa a l’Attacco che “il 5 maggio prossimo ci sarà la celebrazione del 70° anno dalla fondazione di Casa Sollievo. Per me, quella è una data entro cui ci devono essere risposte”.
E nessuno può restare più alla finestra.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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