La sentenza di primo grado che ne ha dichiarato l’incandidabilità per due turni elettorali (dal commissariamento per mafia del Comune di agosto 2021) è stata immediatamente
interpretata a Foggia, dall’opinione pubblica, come la fine delle carriere politiche dell’ex sindaco Franco Landella e 7 ex eletti della decaduta maggioranza di centrodestra (l’ex presidente del consiglio Leonardo Iaccarino, Antonio Capotosto, Consalvo Di Pasqua, Dario Iacovangelo, Liliana Iadarola, Bruno Longo ed Erminia Roberto).
Le speranze di vincere in sede di appello sono estremamente limitate, specie per Landella, rispetto al quale i magistrati foggiani tracciano un quadro fosco, parlando di “collegamenti indiretti con la criminalità organizzata locale”.
Collegamenti ravvisati dal collegio in particolare nelle sezioni dedicate alle ex consigliere Liliana Iadarola ed Erminia Roberto (che fu assessora con Landella durante la prima consiliatura).
Dopo aver ricordato l’indagine penale sulle presunte tangenti e il presunto ruolo di “cartiera” (Capotosto dixit) della moglie e dipendente comunale Daniela Di Donna, la “più stretta collaboratrice” di Landella, dopo aver rievocato il defunto suocero Massimino Di Donna (definito nella sentenza “sovente dedito all’attività illecita, peraltro, in un settore particolarmente “sensibile” come quello degli appalti pubblici”), i giudici affermano che tutto “dimostra, certamente, una facile corruttibilità dell’ex primo cittadino e della moglie, considerato oltretutto il suo contesto familiare di provenienza, i quali non si fanno scrupolo di ricevere da terzi, nel caso di specie imprenditori, il pagamento indebito di una tangente a fronte di un voto favorevole posto all’ordine del giorno”.
Sposando la tesi della Procura nel procedimento penale per corruzione, il collegio continua dicendo che “essi vanno ben oltre, mettendo in pratica il disegno criminoso attraverso la distribuzione del danaro indebitamente ricevuto in favore degli altri consiglieri “compiacenti”. Il tutto in totale spregio alla carica pubblica di massimo rilievo rivestita”. Ma la sentenza si sofferma poi, in modo particolare, sui collegamenti indiretti tra l’ex sindaco e la mafia foggiana, legami definiti dai giudici “tangibili”. Ecco alcuni passaggi della decisione di primo grado.
Per i giudici i collegamenti indiretti del sindaco con la criminalità organizzata divengono “tangibili laddove si passi ad esaminare le intercettazioni delle conversazioni di Iadarola con il proprio compagno e di Roberto con il pluripregiudicato Francavilla”.
Rispetto alla prima conversazione dell’11 febbraio 2021, Fabio Delli Carri, pluripregiudicato e condannato per reati di mafia, sapendo che la compagna e consigliere Iadarola avrebbe, di lì a breve, incontrato il sindaco Franco Landella e l’assessora Cinzia Carella, “intima alla compagna di ricordare al primo cittadino, in termini perentori, di adempiere agli impegni assunti nei “loro” confronti (con espressione gergale, ripetuta in tutta la conversazione, tipicamente paradigmatica della grammatica mafiosa) durante la campagna elettorale”, si legge nella sentenza.
Riferisce, in quell’occasione, Fabio Delli Carri: “Noi rimaniamo sempre con te fedeli, però, insomma, non è che lo dobbiamo prendere sempre a quel posto noi, anche perché qua, fino a prova contraria, persone che non valgono niente, che tengono due o trecento voti, che hanno sistemati i figli, lo vanno decantando”; ed ancora, “ce lo dici proprio, gli dici a noi niente? E non te lo stiamo chiedendo per non metterti in difficoltà, però [riferendosi a Landella, n.d.g.] se tu ci dici dammi un nome e poi così, poi me lo devi mettere, perché figure di m…. noi non siamo abituati a farle, capito glielo dici così (…) noi neanche te lo veniamo a chiedere il lavoro, quello e quell’altro, non ti veniamo neanche a mettere in difficoltà, però se tu ci dici una cosa e ce la dai per certa, quella cosa poi ce la devi dare”).
Ora, per i giudici di Foggia, “questo episodio dà contezza della “familiarità” tra il sindaco Landella e Fabio Delli Carri, come peraltro testimoniato da una foto che ritrae Delli Carri in compagnia di Iadarola, dei consiglieri comunali Di Pasqua, Rignanese e di Mauro, di Landella e di Daniela Di Donna.
In tale episodio, per i giudici “può rinvenirsi un rilevante collegamento dell’ex primo cittadino con la criminalità organizzata”.
“Collegamento, invero, confermato anche dalla conversazione intercettata tra Erminia Roberto e Leonardo Francavilla in prossimità di una commissione consiliare”, precisa la sentenza.
Nel corso di tale conversazione, avvenuta il 29 novembre 2019 nell’edificio comunale, Leonardo Francavilla si rivolse, con toni confidenziali, ad Erminia Roberto e – dichiarandosi espressamente appartenente alla malavita – la minacciò apertamente di rivelare l’attività svolta, su impulso di quest’ultima, per procacciare voti all’attuale amministrazione, facendo riferimento alla concessione di benefici economici di competenza dell’assessorato retto da Roberto o alla “sistemazione” della consorte di Francavilla in un supermercato. “Da tale conversazione”, scrive il collegio, “è emerso che Francavilla si era concretamente adoperato, su richiesta di Roberto, per sostenere Landella in occasione dell’ultima campagna elettorale (“Votiamo Landella”; “se noi siamo mafiosi, senza offesa, la mafia è politica, poi veniamo noi”, ancora una volta si noti l’utilizzo del “noi”). Ed è ulteriormente emerso che Roberto, appartenete al medesimo schieramento politico di Landella, riconosciuto il sussidio economico in favore di Francavilla, lo faceva chiamare, come usava fare con tutti, per consegnargli pro manibus la somma di danaro accompagnando la dazione con la consegna di materiale elettorale”.
Tali circostanze non sono state oggetto di contestazione da parte di Landella. “L’accordo politico intercorso tra il sindaco e soggetti pacificamente legati alla criminalità organizzata (Leonardo Francavilla è infatti reggente della batteria Sinesi-Francavilla; Delli Carri Fabio è ritenuto contiguo alla medesima batteria mafiosa) dimostra, senza dubbio alcuno, la sussistenza di legami dell’ex cittadino con ambienti della criminalità organizzata locale”, prosegue la sentenza di incandidabilità.
“Invero, le citate conversazioni mettono, in realtà, in luce un accordo politico in virtù del quale alcuni noti esponenti della locale criminalità organizzata hanno dato il loro consenso a procacciare voti all’ex sindaco in occasione dell’ultima tornata elettorale in cambio di vantaggi economici, in un contesto territoriale ove peraltro i gruppi mafiosi hanno manifestato particolare interesse verso le amministrazioni locali, come testimoniato dal recente scioglimento ex art. 143 TUEL dei comuni di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia e Cerignola”.
Insomma, per i giudici tali situazioni “rendono assolutamente attuale e fondata, nella concreta realtà del territorio foggiano, l’ipotesi della soggezione di amministratori comunali rispetto a quelle logiche “spartitorie” tra vari soggetti contigui od organici alla criminalità organizzata, con il rischio altissimo di compromissione della regolare funzionalità dell’ente, che il primo cittadino, nella sua posizione di garanzia e di primario rilievo per l’ente, dovrebbe garantire”.
Inoltre, “la mancanza di un filtro tra gli amministratori locali e la malavita ed anzi la loro permeabilità alle logiche corruttive proprie della criminalità organizzata, determina uno stato di precaria funzionalità dell’ente, in un contesto caratterizzato dalla pervasiva presenza di associazioni criminali”.
Questa situazione “finisce per essere funzionale agli interessi direttamente o indirettamente riconducibili a esponenti della criminalità organizzata, sugellati dall’accordo politico tra alcuni esponenti della malavita locale con il sindaco e gli altri appartenenti del suo schieramento politico, tra cui figurano Roberto e Iadarola, in cambio di favori del tipo più disparato, accordo che rende evidente il legame, quantomeno indiretto, del primo cittadino con la criminalità locale”.
E “laddove poi si consideri che il sindaco aveva, addirittura, manifestato chiaro apprezzamento per una società (la Adriatica Servizi) colpita da interdittiva antimafia ed allo stato sottoposta a controllo giudiziario perché ricollegabile alle più importanti famiglie mafiose locali, il quadro diviene, se possibile, ancora più inquietante”.
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