Il campionario di nefandezze “regalate” dal Presidente che hanno lasciato il segno

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E’ il 17 giugno del 2021 quando Nicola Canonico si insedia al timone del Foggia. Dopo un lungo corteggiamento durato oltre un anno durante il quale le avance per la scalata al club si faranno sempre più insistenti, l’imprenditore di Palo del Colle battendo in volata la concorrenza del produttore cinematografico Francesco Di Silvio, strappa a Maria Assunta Pintus (che nel marzo dello stesso anno con 840mila euro aveva estromesso il socio Felleca per rilevare il 51% della Corporate Investments Group, controllante l’80% del Calcio Foggia) la promessa di rilevare il club. E di rilanciarlo.

“Assieme faremo grandi cose - dirà nel giorno del suo insediamento l’ex patron di Bisceglie ed Andria, che solo qualche mese prima aveva tentato senza successo anche la scalata al Bari -, Pintus dovrà essere risarcita per quanto ha dovuto subire in questi mesi”. Chiaro il riferimento alla lunga ed estenuante diatriba inscenata con l’ex presidente Roberto Felleca che aveva portato il Foggia sull’orlo del collasso e vicino al default. Quelli erano i giorni in cui Canonico sarebbe passato agli occhi della tifoseria come il salvatore della patria, colui che per il rotto della cuffia aveva garantito, grazie ai suoi esborsi, l’iscrizione al successivo campionato di Lega Pro.

Prendeva le mosse da lì la movimentata parentesi ai vertici del sodalizio rossonero di uno dei più chiacchierati e controversi patron del Foggia che la storia ricordi: sedici mesi vissuti sempre pericolosamente all’affannosa ricerca di una dimensione ed una notorietà che nel suo primo anno di presidenza sarà offuscata dalla presenza ingombrante di Zdenek Zeman e Peppino Pavone, gli uomini all’ombra dei quali Canonico avrebbe voluto impiantare la ripartenza. Prima di ritornare precipitosamente sui suoi passi e cambiare incredibilmente rotta, inaugurando l’inizio della fine.

Zeman e Pavone: eccolo qui l’unico, vero, grande merito di Canonico, che con quella mossa ha convinto anche i più scettici, presentandosi agli occhi della città come l’imprenditore illuminato che sapeva quali corde toccare per far scoccare di nuovo la scintilla dell’entusiasmo. Sul resto, e su quello che il patron ha mandato in onda da queste parti in uno dei periodi più nebulosi dell’ultimo ventennio di storia rossonera, meglio sorvolare, perché si è trattato del campionario di nefandezze che hanno punteggiato in negativo la sua presidenza.

A cominciare da quella sorprendente ed astrusa penalizzazione della scorsa stagione che è stata una macchia con la quale il Foggia ha dovuto confrontarsi per due terzi di campionato, e che ha finito con l’avere ripercussioni negative sul rendimento della squadra: il -3 da scontare in classifica è stato un primo pericoloso campanello di allarme ed una spia che si è accesa attorno ad una gestione che fin dagli esordi ha presentato più di qualche lato oscuro.

Canonico, però, è stato anche quello che ha negato, ad esempio, l’accredito al giornalista impiccione che era pronto a rivolgergli domande scomode che potevano turbare l’establishment rossonero, il padre-padrone che ha negato l’accesso ai soci di minoranza Pintus e Pelusi in occasione del derby con il Bari allo Zaccheria, costringendoli all’addiaccio sotto una pioggia torrenziale nel settore di Curva Nord.

E’ stato anche colui che per una notte ha esonerato il ds Pavone prima di richiamarlo in tutta fretta per evitare la sommossa popolare e l’abbandono certo di Zeman.

E che, in gennaio, si è inventato la farsa di un rinnovo contrattuale biennale per tecnico e direttore sportivo che poi nella realtà non sarebbe mai stato depositato. Canonico, non va dimenticato, è stato il presidente cha ha demansionato Alessio Curcio, negandogli la fascia di capitano dopo il rigore sbagliato nel derby di Coppa Italia costato l’eliminazione contro la Fidelis Andria.

Ma anche l’astuto sobillatore che ha cercato a più riprese di dividere l’ambiente e la tifoseria, ed il promotore della farsa-Kragl, il tedescone che avrebbe voluto in squadra, anche contro il parere dell’area tecnica, per soddisfare un suo personale desiderio. E il regista occulto della prematura uscita di scena di Bellisario Masi, il presidente onorario che aveva agevolato il suo ingresso nel club dalla porta principale, e di cui si era servito per ingraziarsi parte dell’imprenditoria locale che lo avrebbe poi supportato economicamente (con tanto di sponsorizzazioni) nei suoi primi mesi di presidenza.

Nicola Canonico però durante il suo mandato, che spesso e volentieri si è tirato addosso critiche e malumori generalizzati, è riuscito anche a fare di meglio. Nel senso che ha dapprima permesso che lo storico Satanello, finito nelle grinfie della curatela fallimentare dopo il crack della famiglia Sannella, venisse rilevato all’asta da un soggetto terzo (Massimo Mozer) per poche decine di migliaia di euro prima di riottenerlo in comodato d’uso gratuito.

Quindi per soli 2mila euro ha consentito che gli arredi, le suppellettili e le apparecchiature presenti allo Zaccheria fossero aggiudicati (sempre all’asta) ad una impresa siciliana anziché restare in dote al Calcio Foggia 1920 che avrebbe dovuto diventarne il legittimo proprietario, mettendo così a repentaglio l’agibilità della struttura di viale Ofanto.

Ultima perla in ordine di tempo mandata in onda dal patron il mancato accordo con i commissari prefettizi per l’uso in concessione dello stadio.  Un’altra inutile e stucchevole querelle che ha privato il Foggia della sua casa.  E soprattutto del suo terreno di gioco per i primi mesi della stagione in corso che hanno inevitabilmente rallentato il processo di crescita della squadra a tutto tondo.

Con tutte le inevitabili conseguenze che ne sono scaturite a livello di risultati in campo. Ma chissà se tutto questo, alla fine della giostra, Nicola Canonico lo comprenderà fino in fondo.

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