Nella nostra epoca informarsi e conoscere è paradossalmente un’impresa ardua, un percorso a ostacoli tra manipolazioni, fake news e propaganda che troppo spesso conducono più facilmente alla disinformazione che ad una conoscenza consapevole della realtà. È questa una delle grandi sfide che in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando i cittadini devono affrontare per essere uomini e donne più liberi. L’unico modo per combattere le falsità ed il qualunquismo è utilizzare le armi dell’etica e del diritto. L’unico modo per combattere la disinformazione e comprendere la complessità, è utilizzare le armi dell’istruzione e della cultura.
Proprio per comprendere al meglio questa sfida il Lions Club Foggia “Umberto Giordano” in collaborazione con l'Ordine degli Avvocati di Foggia, l'Ordine dei Giornalisti della Puglia e la Fondazione “Scuola Forense di Capitanata” ha organizzato un incontro convegno dal titolo “Io sono libero: viaggio possibile nell'informazione”, tenutosi venerdì pomeriggio presso l'Auditorium Biblioteca “La Magna Capitanata”.
Tra i relatori Angela Mariella, direttrice Isoradio RAI, che ha parlato al pubblico del “giornalismo e le donne: la sfida della leadership al femminile nel mondo della comunicazione”.
Un vero tuffo nel passato, un viaggio del talento dal Liceo Volta ai vertici Rai. “Le donne e il giornalismo vanno d’accordo – esordisce a l’Attacco – d’altronde il giornalismo ha un’unica grande stella polare: il servizio pubblico. I nostri editori non sono i direttori dei giornali ma gli ascoltatori della radio ed i lettori dei giornali”.
Tra i principali temi sviscerati all’incontro quello sul rapporto tra giornalisti e magistrati che non è sempre stato idilliaco soprattutto con il decreto Cartabia che ha modificato il rapporto tra i cronisti e le stesse istituzioni e forze dell’ordine. Per farla breve, se prima erano gli stessi giornalisti a girare per le caserme e gli uffici preposti per recuperare ed elaborare le informazioni oggi c’è un organo preposto, l’unico a poter rilasciare le notizie. Da qui il problema delle comunicazioni ufficiali che però fanno giungere al giornalista una notizia già filtrata. Proprio a tal merito, a relazionare sulla libertà di informare e sui diritti costituzionali, ci ha pensato il sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Foggia Enrico Infante.
“Un omicidio è diverso da una morte naturale perché comunica alla società la presenza di un qualcuno che si ritiene esonerato dal rispetto delle regole e dal patto sociale che vincola la nostra società – spiega ai presenti – il diritto penale serve anche a comunicare che la società reagisce ogniqualvolta qualcuno vìola quel patto sociale, ricostruendolo. Nega la violazione della regola. Questa è una delle azioni del diritto penale che ha natura essenzialmente comunicativa, intanto funziona perché comunica qualcosa alla società e lo fa dicendo chiaramente che si reagisce al venire meno delle regole. È necessario far vedere che esiste e viene applicata una reazione ogniqualvolta si infrangono le regole. Questa operazione rinsalda il patto sociale e frena quagli impulsi aggressivi dell’uomo”.
Il diritto penale, come ben spiegato da Infante serve proprio a questo: a negare la violazione della regola e a rinsaldare il patto sociale. “C’è un parere recente del consiglio consultivo dei procuratori europei che dice che l’informazione sulla giustizia penale è necessaria perché la giustizia non deve essere solo fatta, ma deve apparire in pubblico. Maggiore è l’aggressione sociale alle regole della convivenza in un dato territorio, più forte deve poi essere la reazione anche comunicativa. Qual è allora il punto problematico? Che negli ultimi anni cresce sempre di più l’importanza di tutelare la riservatezza, la privacy. Si avverte il sistema penale e processuale come un male. Sarà pure giusta la condanna dei colpevoli e l’assoluzione degli innocenti: ma il fatto stesso di sottoporsi alla macchina penale è un peso, una gogna, un onere. E in una società come la nostra, sempre più liberale, questo peso non viene più accettato. Scrutinare quindi l’onorabilità di un individuo è considerato un male. Un conto è l’esito finale ultimo del processo con la condanna definitiva e un conto è tutto ciò che avviene prima”.
Tutto questo però si scontra con l’esigenza del sistema punitivo di comunicare in tempo reale. Da ultimo si è pensato di reagire anche attraverso il decreto legislativo 188 del 2021 che attua in realtà una direttiva comunitaria dove si è cercato di realizzare una sorta di bilanciamento a questi due contrapposti interessi. “Sono essenzialmente due le direttrici di fondo del dlgs 188 del 2021 – commenta Infante – la prima dice che sul piano procedurale si centralizza tutto: meno fonti ci sono di possibile diffusione e propagazione meno rischio c’è che l’onorabilità e la riservatezza di taluno viene screditata. Tradotto la Pubblica Amministrazione non diffonde più informazioni, tutto è canalizzato attraverso la Procura della Repubblica.
Tutto viene quindi disposto e autorizzato dal Procuratore attraverso decreto motivato per ragioni di interesse pubblico che a Foggia può avere una natura, a Bolzano un’altra. La seconda direttrice, invece, dice questo: per conciliare i due interessi contrapposti, entrambi importanti in una società liberal-democratica, si devono sì diffondere le notizie sul fatto che le infrazioni del patto sociale sono sanzionate a fine di rinsaldare quel famoso vincolo sociale, ma visto che manca una sentenza di condanna definitiva (e l’informazione solitamente non ce l’ha dovendosi diffondere con una certa contestualità rispetto al fenomeno aggressivo, ndr) abbiate cura di specificare sempre che ciò che state dando è un’informazione unilaterale. Bisogna quindi sempre specificare che si tratta di un’ordinanza cautelare, che si tratta di informazioni che provengono da una sola parte, che arrivano dall’apparato pubblico, dalla polizia giudiziaria, dagli Uffici del PM, ma che manca l’altra parte, quella della difesa, fondamentale a divenire alla verità storica, socialmente accettabile e su cui le società si fondano. Manca dunque il sapere dell’accusato. È questa la direttrice di fondo: non chiamatelo colpevole. L’obiettivo di questo bilanciamento, di questo punto di equilibrio, potrà dirsi raggiunto solo dopo che si sarà trovata una piena condivisione tra gli operatori di diritto e quelli dell’informazione”.
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