Sistema, antimafia e potere gelatinoso: le verità scomode su politica e magistratura appassionano il pubblico

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“Il ‘sistema’, l’antimafia e il potere gelatinoso” è l’incontro organizzato giovedì sera, presso l’Auditorium Santa Chiara di Foggia, dal Quotidiano l’Attacco, cui hanno preso parte, in qualità di relatori, il presidente della Commissione straordinaria del Comune di Foggia, il prefetto Vincenzo Cardellicchio; l’ex magistrato Luca Palamara; l’ex senatore Nicola Morra, già presidente della Commissione parlamentare antimafia; il direttore Piero Paciello. Moderati dall'avvocato Giovanni Marseglia.

Palamara (che, per un pezzo di opinione pubblica, è stato, all’epoca dei fatti, l’uomo più potente d’Italia) nel prendere la parola, ha esordito così: “Il mio racconto non sarà mai contro la magistratura e le istituzioni. Perché la magistratura è un organo insopprimibile del vivere democratico. Il mio racconto nasce, invece, da vicende giudiziarie e disciplinari che hanno interessato il mondo della magistratura rispetto alle quali ho sentito l’esigenza di squarciare il velo dell’ipocrisia, avendo avuto la fortuna di rivestire cariche importanti (pm per 25 anni, ex componente del Csm, ex presidente dell’Anm, ndr) che mi hanno portato ad avere un osservatorio privilegiato rispetto a come funziona il rapporto tra magistratura e politica”.

L’esposizione di Palamara ha preso spunto dall’excursus storico sulla formazione, negli anni ’60, delle “correnti” con cui la magistratura ha inteso coltivare all’interno del Csm la propria indipendenza dalla politica (che nomina i membri laici, da affiancare ai membri togati): “Ma lo ha fatto – ha spiegato Palamara – attraverso le stesse dinamiche presenti in politica: le ‘correnti’ dei magistrati diventano cioè quello che i partiti rappresentano per la politica. Anche se nascono con i più nobili ideali, ovvero per rappresentare il diverso modo da parte di ogni magistrato di sentire il mondo della magistratura”.

Da qui il meccanismo di autodifesa della stessa politica, che porterà, all’interno del Csm, a membri laici di centrodestra e centrosinistra: “Una dinamica – ha affermato l’ex pm – che secondo i principi della Costituzione non dovrebbe esistere in alcun modo”. La riforma “Mastelli” (Castelli prima, Mastella poi) a cavallo tra il 2006 e il 2007, per Palamara accentua le storture: l’abbandono dell’anzianità, in luogo del merito quale nuovo criterio per le nomine negli uffici giudiziari porta ad un “carrierismo sfrenato, per il quale, essendo molto difficile individuare il magistrato più bravo in un sistema complesso, per essere nominati c’è quindi bisogno tanto dell’appoggio delle correnti giudiziarie quanto di quelle politiche, sulla falsa riga del ‘manuale Cancelli’”, secondo quanto lo stesso Palamara ricostruisce.

Ecco, così, il peccato originale all’origine di quelle famose cene. Il problema, però, per Palamara (per il quale “è necessario iniziare a ragionare affinché le cose cambino”) non è stato ancora risolto: in tal senso “di nessuna utilità la modifica dei collegi elettorali effettuata dalla riforma Cartabia. Il problema resta a monte: alla politica di oggi manca ancora il coraggio di cambiare”, ha concluso sul punto.

Per Palamara, inoltre: “La funzione penale, grazie ad una parte di informazione connivente, è diventato il luogo per regolare contenziosi che in realtà spetterebbero al dibattito interno alla politica e per far uscire di scena, attraverso gli avvisi di garanzia, esponenti di partito eletti democraticamente. Ciò anche in ragione della ‘riforma Mastelli’ che ha accentrato sulle figure dei procuratori ‘grossi blocchi di potere’ che consentono alla magistratura associata di bloccare riforme e di prendere decisioni sui grandi temi del dibattito italiano, quelli, per esempio, dove la politica non entra, o, se entra, non lo fa prima di aver ricevuto il lasciapassare dall’organismo giudiziario”, ha aggiunto Palamara.

E’ stata poi la volta di Morra, il quale ha definito Palamara quale “capro espiatorio, buttato in pasto all’opinione pubblica, di un intero sistema di colpevoli”. Per Morra, “il problema è anche quello delle cosiddette ‘porte girevoli’”. E cita, a mo’ di esempio, un caso specifico: “Quando sono entrato in Senato, nella XVII legislatura, era mia collega Elisabetta Alberti Casellati. Poi nel 2014 è stata eletta nel Csm. E nel 2018 è ritornata in Senato: tranquillamente un po’ di qua, un po’ di là”.

Che si tratti Foggia o di altre città della Penisola, secondo l’ex parlamentare: “La giustizia, in Italia, è sottoposta dappertutto al controllo della partitocrazia. Se non ci mettiamo in testa che il magistrato deve essere indipendente e terzo avremo sempre una magistratura asservita al volere della partitocrazia”.

Infine Morra ha effettuato un passaggio anche sullo scioglimento dei consigli comunali: “Un istituto che andrebbe esteso nella sua applicazione anche a consigli regionali, Enti Parco e cda universitari, oltre che essere oggetto di ampia revisione”.

Paciello, successivamente, è entrato in medias res rispetto allo scenario locale. “Come testata d’informazione, non abbiamo mai sottovalutato l’inquietante salto di qualità delle organizzazioni criminali del nostro territorio – ha detto il direttore de l’Attacco – ma pensiamo che attribuire a Foggia l’etichetta di ‘mafiosità’ sia un’altra cosa. Qui, la ‘cosa che chiamano mafia’ è un’invenzione narrativa”. Paciello ha raccontato di come “la migliore Squadra Stato inviata nel Foggiano nel 2017”, a seguito della strage di San Marco in Lamis, “dopo soli due anni è stata invece smantellata pezzo per pezzo da Roma”.

Poi il passaggio sulle “misure antimafia, indirizzate a raffica anche su questa provincia e che, come ha dimostrato la relazione della Commissione presieduta da Morra, non funzionano. Misure – ha rimarcato - basate sulla cultura del sospetto e non su solidi quadri probatori”.

Il filo del discorso è giunto così anche al giudizio sulla natura degli insediamenti di prefetti e commissioni straordinarie sui territori: “Non figure terze – ha sottolineato il direttore – ma frutto di precise scelte politiche”. Paciello ha inoltre ricostruito i “30 anni di quel patto sociale promosso dallo Stato che ha tenuto dentro, in questo pezzo di Mezzogiorno, le ‘aree grigie’ della società nei circuiti della democrazia rappresentativa, del gioco economico e nel sistema legale degli interessi organizzati. Un declino in cui pesa come un macigno su Foggia “la più scadente classe politica insieme ad una opinione pubblica indifferente”.

Dalla storia all’attualità, ovvero “l’ultima metamorfosi del gattopardo” perché “quel patto sociale ha dato una forza ancora maggiore alle élite che hanno determinato il declino di questa città, le stesse che ora impugnano la bandiera della legalità. E magari – ha concluso così il suo intervento – alle prossime amministrative avremo anche candidati sindaci figli di quella ‘cultura della legalità’, cioè di chi ha determinato il declino di questa città”. Il messaggio del direttore de l’Attacco ai foggiani è chiaro: in autunno, si faccia molta attenzione a chi votare.

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