Un altro buco nell’acqua, a spese però di Unifg, nei procedimenti di singoli contro l’Attacco. Per presunte offese all’allora rettore Maurizio Ricci, questi fece deliberare al cda una querela a tutela dell’onorabilità dell’intera Unifg, come accaduto anche in altre occasioni. Il procedimento, terminato venerdì scorso presso il Tribunale di Foggia, nel 2019 fu avviato dal Magnifico uscente, che propose al cda di querelare il giornale per aver erroneamente parlato di “19 rinvii a giudizio” relativamente all’inchiesta D.A.Re. (condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla Procura di Foggia, attivata da esposti di due docenti dello stesso Ateneo per presunte illegittimità nella gestione di fondi pubblici), disponendo anche una segnalazione all’AGCOM. Al momento della pubblicazione dell’articolo c’era stata, in effetti, solo la richiesta di rinvio a giudizio, e l’informazione errata fu prontamente corretta su queste colonne all’indomani della pubblicazione. Furono alla fine tre gli articoli portati in giudizio da Ricci, usciti a settembre 2019.
Il giudice monocratico, dottoressa Valeria Casciello, ha dichiarato che il fatto non costituisce reato, riconoscendo il diritto di cronaca e critica giornalistica alla base degli elaborati. Brillante la discussione conclusiva del noto avvocato foggiano Michele Vaira, legale de l’Attacco, che ha avuto ragione sotto il profilo processuale ma soprattutto sostanziale.
“Nel 2023 l’Italia era al 52° posto nella classifica mondiale dei Paesi in base alla libertà di stampa”, è stata la sua premessa. “Nei Paesi che hanno una tradizione democratica e una evoluzione economica paragonabili all’Italia il dibattito odierno è semplicemente surreale: Con queste querele proditorie si comprime la libertà di stampa, per censurare e magari prevenire le opinioni non gradite. Lo dico con tutto il rispetto per il professor Ricci e l’Ateneo: penso che qui si sia persa di vista la Costituzione, e si confonda la diffamazione con la lesa maestà. Non è assolutamente vero che si è trattata di una campagna diffamatoria, con la portata diffamatoria del primo articolo che si diffonde sul secondo e sul terzo. Anzi, è vero esattamente il contrario: nella seconda edizione del giornale ci fu l’ammissione che c’era stata, nel primo articolo, una difformità tra titolo in prima pagina e contenuto, in merito ad un semplice avviso di conclusione delle indagini e non già di rinvio a giudizio”.
Vaira ha poi ricordato come sia stato sentito in udienza lo stesso ex rettore Pierpaolo Limone (allora eletto ma non ancora insediatosi), che in sede di preparazione di quel primo articolo fu intervistato e scrisse, via messaggio Whatsapp: “Ho appreso del rinvio a giudizio dalla stampa. È una brutta pagina per l’Università di Foggia ma ho piena fiducia nel lavoro della magistratura e sono certo che si dimostrerà l’innocenza di tutti i colleghi indagati”. Un messaggio confermato da Limone in aula. “Dopo l’intervista a Limone, fu commesso dal giornale l’errore in prima pagina, tratto in inganno dalle stesse dichiarazioni del rettore in pectore. Un caso di affidamento rispetto ad una fonte autorevole. Ma il giorno seguente fu pubblicata la correzione, richiamando anche il comunicato stampa di Ricci contro l’errore del giornale. Quanto all’espressione “Barone rosso”, usata in un articolo, non penso possa esser considerata obiettivamente di per sé altro che un gioco di parole intriso di ironia, e rientra in modo pacifico tra quelle consentite ad un giornale”, ha rimarcato l’avvocato Vaira. “Peraltro, quanto più una persona è in vista tanto più può essere oggetto di critica. Rispetto all’altra frase, “le menzogne del rettore Ricci”, ci dobbiamo riferire ancora una volta al comunicato stampa diffuso dall’addetto stampa (Davide Grittani) su incarico di Ricci, inviato a tutte le testate dicendo “si tratta di un episodio molto grave, in quanto questo foglio spregiudicato e sensazionalistico sta sostanzialmente tentando di sostituirsi alla magistratura” e di “naturale predisposizione della testata alla diffamazione nei confronti delle pubbliche istituzioni dello Stato”. Questa è, sì, una frase diffamatoria nei confronti del giornale, perché presuppone un accertamento giudiziale della condotta. Non c’è alcun precedente di condanna del direttore de l’Attacco Piero Paciello per diffamazione nei confronti di una pubblica istituzione, bensì solo verso soggetti privati, soprattutto politici, che si sono sentiti lesi”, ha aggiunto Vaira. “Quanto Ricci ha affermato in quel comunicato è dunque non corrispondente al vero e chi – tra l’altro - lo pubblica sullo stesso giornale bersagliato, ha il diritto di smentirlo. E’ questo che il giornale rivendica: non si tratta di un’offesa gratuita al rettore ma di una difesa della propria onorabilità”.
L’avvocato ha poi ricordato che la vicenda non colpiva l’Università in quanto tale e nel suo complesso ma riguardava singole persone e che Ricci difese gli indagati dagli accusatori interni alla stessa Unifg. Si trattava, in altri termini di una diatriba che vedeva contrapposti due gruppi di docenti all’interno dell’Università, con il rettore che parteggiava per uno dei due gruppi. L’Attacco, invece, ha osservato che, come rettore uscente dell’istituzione – parte lesa - avrebbe dovuto essere quantomeno equidistante anziché definire i denuncianti in quel comunicato contro l’Attacco “artefici della incomprensibile campagna di odio da anni in atto contro l’Università di Foggia”.
Ma Vaira ha anche evidenziato che l’accusa di contradditorio negato su queste colonne era solo frutto del muro alzato da Ricci nei confronti della testata, come dimostrato dalle innumerevoli richieste di commenti rimaste sempre prive di qualsiasi risposta. Infine il penalista ha chiarito, con vari esempi e citazioni giurisprudenziali, la distinzione tra la presunta offesa all’onore della persona e quella all’istituzione rappresentata.
“La mia conclusione è che Ricci, sentendosi legittimamente diffamato, avrebbe potuto personalmente presentare querela. In questo caso giammai l’Università nel proprio complesso è stata offesa, oltraggiata, vilipesa da l’Attacco, tant’è che parte dell’Ateneo era contro altra parte della comunità accademica. Lo stesso rettore Limone ha detto, in udienza, di aver firmato la querela, come legale rappresentante di Unifg, perché il cda aveva assunto quella decisione”.
La considerazione ha conseguenze assai significative che si ripercuotono sulle numerose querele che il cda di Unifg ha ritenuto nel tempo di proporre: se, infatti, le presunte offese sono verso i singoli e non verso l’istituzione ci si deve chiedere se Unifg abbia indebitamente assunto oneri finanziari per le diatribe legali. Se poi questo avviene per prendere le parti di alcuni contro altri che appartengono alla medesima istituzione è ancora più grave. Non va dimenticato, infatti, che se un soggetto chiede che sia accertato se nell’istituzione cui appartiene qualcuno abbia commesso un crimine, sta cercando non di attaccare, ma di proteggere l’istituzione da chi al suo interno ha forse abusato dei suoi poteri.
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