Scioglimento, uniti a Bari e divisi su tutto a Foggia: anche sulla mafia. Cosa c’è dietro i due diversi esiti

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La facilissima previsione si è dunque avverata: è stato scongiurato lo scioglimento del consiglio comunale di Bari per infiltrazioni mafiose, che rappresentava l'esito più temuto dell'accesso agli atti voluto da Prefettura e Viminale dopo l'operazione Codice Interno. Il Ministero dell'interno, guidato da Matteo Piantedosi, non ha portato il provvedimento in Consiglio dei ministri. La decisione avrebbe fatto seguito all'invio della commissione prefettizia volta ad accertare eventuali condizionamenti mafiosi nell'amministrazione comunale dopo gli oltre 130 arresti eseguiti a febbraio 2024 nell'ambito dell'inchiesta tesa a svelare i presunti intrecci tra mafia e politica. Quello che in compenso si intende fare è adottare misure di controllo (se non il commissariamento vero e proprio) per altre due municipalizzate vale a dire Amiu Puglia spa e Multiservizi, in aggiunta ad Amtab che è già in amministrazione giudiziaria con un provvedimento della sezione per le misure di prevenzione del Tribunale di Bari, oltre a sanzionare alcuni dipendenti comunali. Le decisioni assunte per Bari hanno molteplici riflessi su Foggia, per due ordini di ragioni. Una è ovviamente legata al destino di Amiu, giacchè per il Comune daunio – socio al 21,87% - diventa di primaria importanza capire se la partecipata del servizio di igiene urbana sarà commissariata, con l’esautoramento di management e cda, il che vorrebbe dire che i soci – Comuni di Bari e Foggia – non avrebbero non solo più voce in capitolo ma nemmeno la possibilità di interloquire con chi guiderebbe la spa. Ma c’è anche un’altra ragione che anima il dibattito a Foggia e riguarda il diverso esito dei due iter di accesso agli atti. Il sospetto, manco a dirlo, è che la decisione infine politica di sciogliere o non sciogliere un consiglio comunale sia stata assunta sulla base di giudizi del tutto differenti.

E così il Comune di Foggia fu stato sciolto per mafia nel 2021 – dopo le dimissioni del sindaco di centrodestra Franco Landella – pur trattandosi di un capoluogo di provincia, il secondo a meritare tale nefasto verdetto dopo Reggio Calabria. Era già un’enormità, visto che i precedenti casi erano tutti relativi a città medio-piccole, come negli altri cinque casi di Capitanata (Monte Sant’Angelo nel 2015, Mattinata nel 2018, Manfredonia e Cerignola nel 2019, Orta Nova nel 2023).

Ma la scelta di commissariare per mafia addirittura un capoluogo di regione aveva tutt’altro peso e avrebbe, per taluni, provocato un danno d’immagine gravissimo all’intero Paese. Insomma, c’è chi ritiene che abbia infine – e fortunatamente – prevalso la ragion di Stato per cui, pure dopo i 130 arresti di Codice Interno, si è reputato improponibile sciogliere il consiglio comunale di Bari, con buona pace di Foggia dove “per molto meno” arrivarono i commissari per oltre due anni.

Un peso lo ha indubbiamente avuto quanto affermato sin da subito dal procuratore di Bari Riccardo Rossi, per cui non c’erano i presupposti per lo scioglimento del proprio Comune. La Procura di Foggia non ebbe lo stesso atteggiamento, per quanto l’ormai ex procuratore capo Ludovico Vaccaro abbia poi parlato di una “decisione dolorosa per la quale nessuno avrebbe dovuto gioire”.

Inoltre quanto è avvenuto negli ultimi mesi è la cartina tornasole di un chiarissimo elemento di differenza rispetto alle vicende foggiane di quel drammatico 2021 sul piano della qualità delle due classi politiche e degli atteggiamenti messi in campo dai partiti.

A Bari c’è stata da subito la sensazione che - al di là dell’azione elettoralistica del centrodestra condannato da troppo tempo all’opposizione - attorno all’ente municipale e all’amministrazione di Decaro prima e di Leccese poi, una gran parte della comunità fosse pronta alle barricate di fronte alla prospettiva del commissariamento.

A Foggia no: ci furono personalità politiche e della società civile che auspicarono quella decisione e la ritennero giusta e opportuna. Verrebbe da chieder loro se, ad anni di distanza e nella mutata consapevolezza che, anche grazie alle vicende foggiane e al caso Bari, si è fatta larga sui limiti dell’articolo 142 del Tuel, si siano pentiti di aver considerato quella decisione un fatto positivo. I più schierati su tale fronte furono sicuramente i parlamentari del M5S, come il senatore Marco Pellegrini che sedeva in Commissione antimafia. Oggi è deputato e alla richiesta di un commento rispetto al confronto Bari-Foggia si è trincerato dietro l’assoluto silenzio. Chi si fece ascoltare a Roma in audizione dalla Commissione antimafia fu Pippo Cavaliere, presidente della Fondazione antiusura Buon Samaritano ed ex leader della minoranza consiliare.

Ma nella stessa maggioranza di centrodestra che governava la città ci furono poche voci che difesero l’ente così come il centrosinistra ha fatto per Bari. Si assistette, piuttosto, a tanto fuoco amico contro l’odiato Landella, a rese di conto interne alla coalizione per modificarne gli equilibri e i rapporti di forza, come pure a tentativi di rigenerazione (o riverginazione) dei propri partiti. Il caso esemplare fu quello di Fratelli d’Italia: furono sempre assai nette le dichiarazioni dell’allora commissario provinciale dei meloniani, il parlamentare bolognese Galeazzo Bignami (ex viceministro ed attuale capogruppo alla Camera di FdI), vicinissimo alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Commenti così forti da disturbare i colleghi di coalizione, ma in quel momento ritenuti necessari ad un partito che doveva ricostruire la propria immagine e organizzazione dopo gli scandali che lo avevano interessato in quel 2021.

Non che le collaterali inchieste penali non abbiano un peso: presso il Tribunale di Foggia si stanno svolgendo i processi riguardanti gli episodi di presunta corruzione e di presunti reati nella gestione delle politiche abitative e nell’assegnazione discrezionale di alloggi di edilizia residenziale pubblica, mentre sono stati da poco rinviati a giudizio i Maffei ed altri nella terza inchiesta sul voto di scambio. Non solo i Landella e i loro difensori ma anche addetti ai lavori terzi rimarcano da anni come gli episodi di presunta corruzione e mercimonio della funzione pubblica che avrebbero travolto l’amministrazione di centrodestra siano da tener ben distinti rispetto al rischio di condizionamento sugli organi di governo ad opera della criminalità organizzata, ovvero da parte delle batterie della Società foggiana.

A rispondere a Landella, che ha parlato di decisione tutta politica, ci ha pensato l’eletto di maggioranza Francesco Strippoli, che segue da tempo le vicende della legislazione antimafia: “Non bisogna banalizzare. D'altronde, se fosse semplicemente l'opposto colore politico a determinare lo scioglimento per mafia, lo avremmo visto senz'altro anche per Bari dove la parte politica di centrodestra aveva chiesto a gran voce che avvenisse. Anzi l'iter è iniziato con gli atti portati a mano dal centrodestra barese a Roma. E di certo quale occasione più ghiotta per Meloni&Co. per azzoppare per sempre Decaro e il Pd pugliese, rendendo il primo addirittura incandidabile e fuori dalla partita imminente delle regionali? Quale occasione migliore per rompere l'incantesimo barese che dura da più di 20 anni? Eppure non è avvenuto. Quindi non è solo una questione di colore politico come dice Landella. Anzi abbiamo anche visto amministrazioni dello stesso colore politico dei governi essere sciolte. A volte anche stupidamente e senza importanti motivazioni. Nella nostra Foggia hanno inciso certamente le cose narrate nella relazione di scioglimento, ma ad aggiungere il carico da novanta sono state indubbiamente le inchieste parallele della Procura della Repubblica, per corruzione e tentata concussione, che hanno colpito il sindaco stesso ed altre persone con ruoli amministrativi apicali. Non centrano con la mafia ma hanno influito. Il sindaco non era forte né sostenuto dalla cittadinanza e dalle istituzioni. Nessuno sarebbe sceso in piazza per lui. Chiaramente saranno solo i processi in corso a darci una verità giudiziaria a riguardo, su questo il garantismo è d'obbligo. Per quanto riguarda le questioni sollevate dalla relazione di scioglimento, le cose che pesano di più sono la gestione inusuale e senza graduatoria delle case popolari con assegnazioni ambigue, la questione della videosorveglianza, alcuni affidamenti e le indagini sul voto di scambio. A Bari la relazione non è ancora stata pubblicata, quindi è prematuro parlarne. Le inchieste di Codice Interno, operazione della DDA, hanno di certo disvelato un quadro allucinante di infiltrazioni dei clan in Amtab, che infatti è già da tempo commissariata. Così come mi colpì molto lo scandalo delle vigilesse che si rivolsero al boss per avere giustizia da un affronto subito per strada. Un ultimo passaggio sulla legislazione antimafia: io non solo la trovo inefficace e fallace ma ho addirittura scritto e pubblicato delle mie concrete proposte per migliorarla. Essendo una misura preventiva e straordinaria” dovrebbe essere ad appannaggio dei Tribunali delle misure preventive, e non del prefetto. Quest'ultimo dovrebbe muovere la sua pubblica accusa e richiesta di scioglimento ma poi si dovrebbe andare davanti ad un giudice terzo, con la possibilità di difesa nel regolare processo della controparte, che possa dimostrare che gli atti non siano inquinati o i settori di sistema infiltrati. L'iter si dovrebbe così chiudere con una vera e propria sentenza, quindi motivata ed appellabile. L’eventuale condanna dovrà essere porzionata, quindi non solo la soluzione estrema dello scioglimento. Insomma, tutte le basi del nostro diritto occidentale. E poi di certo bisognerebbe evitare la stortura – anzi catastrofe - dei commissariamenti. Si affianchi l'amministrazione, si faccia il controllo giudiziario sugli atti, si indicano nuove elezioni in caso di accertamento di infiltrazioni. Ma si eviti a tutti i costi che tre alieni vengano in una città a loro sconosciuta a sbagliare tutte le procedure possibili ed immaginabili, non ascoltando nessuno e calpestando irreparabilmente la democrazia”, conclude Strippoli. 2}

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