Sono in Africa dal 2016, una terra meravigliosa, protagonista di una pace maturata nel 1992 e firmata a Roma. Già da giovane ho incontrato Gesù nei poveri. Qui ho scoperto tanta forza spirituale che mi ha cambiato la vita. Fratelli e sorelle, ancora non ci conosciamo. Ho ricevuto questa decisione da Papa Francesco".
"Lascio un popolo a me caro e sono chiamato da un popolo che desidero conoscere e amare. Nella vita non tutto è comprensibile ma almeno abbracciabile. Con voi cercherò di capire al meglio le vostre attese, speranze e dolori. Insieme percorreremo le vie del Vangelo. In questo tempo così martoriato dalla guerra vi invito a pregare insieme a me per la pace. Vi saluto con un abbraccio di pace e prego perché il Signore ci benedica tutti”.
Sono state queste, nel pieno spirito missionario in cui vive, le prime parole, in procinto di giungere in terra di Capitanata, rivolte ai foggiani dal nuovo vescovo dell’Arcidiocesi Foggia-Bovino monsignor Giorgio Ferretti, genovese, 57 anni, insediatosi nel capoluogo dauno da pochi mesi. Ma ormai già percepito come un vescovo del popolo, in un territorio segnato da anni di amministrazione della chiesa da parte di interpreti simulacro apparsi troppo introflessi, ingessati, a tratti quasi “incattiviti”, comuque distanti, tra le mura del palazzo vescovile.
Monsignor Giorgio Ferretti, in termini d’azione e comunicazione del cristianesimo, lui con anni da missionario in Africa alle spalle, appare dunque nettamente agli antipodi dei suoi predecessori, i monsignori Francesco Pio Tamburrino prima e Vincenzo Pelvi poi.
La città attendeva da tempo una svolta in termini di riavvicinamento della chiesa alla comunità. E questa svolta pare proprio essere arrivata. Don Giorgio Ferretti, come non disdegnerebbe di essere chiamato considerato il suo stile umano, semplice, affettuosamente vicino a tutti, è un vescovo, come detto, delle persone e tra i luoghi, specie le ultime e i più remoti.
E finora ha inanellato una serie di iniziative a dir poco sorprendenti se raffrontate con le modalità di divulgazione del Vangelo condotte dai due arcivescovi che lo avevano preceduto nella Diocesi foggiana. Le scelte di monsignor Ferretti, invece, stanno riscuotendo apprezzamenti trasversali in tutta la comunità, considerate dal valore più unico che raro.
Come quella di dare il via al suo insediamento nella Chiesa Madre di Bovino: un modo per dimostrare, ancora una volta, di voler mettere al primo posto chi appare ai margini, in questo caso geografici. Di una comunità che chissà da quanto tempo, allora, non ricordava più un evento di così grande portata ecclesiastica.
Fino ad allora missionario in Mozambico monsignor Ferretti non aveva mostrato alcuna preoccupazione per la sua missione nell’Arcidiocesi di Foggia: “Città difficile? Perché, da dove vengo io è facile? Qui trovo persone che mi stanno già accogliendo: questa missione per me sarà piuttosto dolce”, aveva risposto ai giornalisti.
“Direi che tutto il mondo è terra di missione”, aveva detto il neo vescovo, che vede nei giovani “la nostra priorità”, ritenendo la collaborazione tra Chiesa e istituzioni “importantissima per fare il bene”. Dopo la mattinata a Bovino, dove aveva incontrato la Sindaca Russo, Ferretti, nel pomeriggio, aveva fatto ingresso presso la fiera di Foggia, accolto dal saluto istituzionale della Sindaca Episcopo.
Dando inizio alla celebrazione eucaristica, al termine della quale, dopo la benedizione dei fedeli presenti, aveva raggiunto l'inizio di via Duomo per procedere a piedi verso la Cattedrale per la cerimonia religiosa. Recentemente, monsignor Ferretti ha voluto partecipare pure all’evento celebrativo dei dieci anni dalla morte di don Fausto Parisi (organizzati dal comitato a lui dedicato), tra i più ispirati costruttori di positivi pezzi di comunità che il capoluogo dauno abbia mai annoverato.
L’8 marzo scorso, poi, monsignor Ferretti - dopo averli incontrati in precedenza per coprogettare a favore di poveri e migranti - ha svolto un servizio serale con i volontari dei Fratelli della Stazione. Il vescovo, con un gruppo di seminaristi, ha dunque incontrato senza fissa dimora e migranti in stazione e all'ex Fabbrica del latte. Una serata di sorrisi donati, di pasta calda, di mani strette, di parole di conforto.
"Grazie per l'esempio, monsignor Ferretti – hanno poi commentato i Fratelli della Stazione -. La città e la Chiesa te ne sono grati. E noi, sinceramente, siamo felicissimi". Ulteriore attestato di stima - da un pezzo importante del volontariato foggiano – che fa comprendere quanto Ferretti sia già riuscito, e in così poco tempo, a entrare in connessione sentimentale con la città.
Come se non bastasse qualche giorno fa il neo vescovo dell’Arcidiocesi Foggia-Bovino ha inteso far visita alla comunità di recupero Art Labor, e ai suoi ospiti guidati dalla direttrice Rita Frigerio. Infine, in attesa di nuovi gesti di contagiosa umanità, in questa Domenica delle Palme, dopo aver presieduto la Santa Messa nella Basilica Cattedrale di Foggia, monsignor Ferretti è uscito per alcune strade del centro cittadino per portare un messaggio di pace e di amicizia con le palme. Un gesto che ha stupito tanti e che ha accompagnato l’apertura della Settimana Santa per la comunità diocesana di Foggia-Bovino.
“È questo un tempo unico nell’anno, il tempo della salvezza - recita l’incipit della sua omelia -. Gli anni della nostra vita si contano partendo dalla Pasqua, mistero di amore e di vita. In questi giorni, infatti, Gesù ci mostra fino a che punto ci ama. Sapeva ormai di essere minacciato di morte. I discepoli gli avevano sconsigliato di andare a Gerusalemme, perché lì lo avrebbero preso e poi ucciso".
"Gesù poteva fuggire, poteva restare in Galilea. Ma Gesù era venuto per salvare il suo popolo non sé stesso. Va quindi a Gerusalemme anche se questo gli sarebbe costato la vita. Ed entra nella città santa come mai aveva fatto prima. Si fece portare un puledro ed entrò come un re, come il vero pastore del suo popolo. La gente lo intuì e gli fece una grande festa. È quello che anche noi abbiamo fatto - prosegue Ferretti -, Gesù entra da re, ma il suo volto non è quello di un uomo potente che incute terrore o di un uomo forte che suscita timore";
"non è un potente di questo mondo, che spaventa, si fa temere, e premia con denaro o favori chi si prostra servilmente di fronte a lui. Non ha armi Gesù, non ha una organizzazione armata che lo sostiene. Quello del Signore Gesù è invece il volto di un uomo mite ed umile di cuore. È il volto di uno che non è venuto per salvare sé stesso o per imporsi sugli altri, ma per aiutare chiunque si trova nel bisogno. Gesù entra anche oggi dentro le nostre città, dentro questa nostra città. E vi entra perché anche noi abbiamo bisogno di essere liberati dal male”.
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