C'è stato un tempo in cui la divisione del sapere funzionava: il medico sapeva di medicina, il giurista di diritto, l'agronomo di terra e raccolti, mentre il cittadino comune delegava con una fiducia in larga misura ripagata. La specializzazione era un patto sociale - metto al tuo servizio quello che io so e tu non puoi sapere e funzionava perché lo specialista rispondeva a una comunità scientifica, a un'etica professionale, a un interesse collettivo. Oggi quel patto si è incrinato, non per un generico “complottismo”, ma per ragioni più concrete e inquietanti: la progressiva colonizzazione del sapere da parte degli interessi economici ha trasformato molti esperti in portavoce - più o meno consapevoli di sistemi che dalla loro autorevolezza traggono profitto. Non si tratta di demonizzare la competenza, ma di capire che essa, da sola, non è più garanzia sufficiente di verità.
Gli esempi abbondano: le audizioni davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare sul COVID stanno capovolgendo una narrazione blindata e rimettono in discussione protocolli terapeutici adottati su scala globale, mentre ricercatori indipendenti chiedono di leggere i dati originali e veri - non le sintesi elaborate da chi produce e vende farmaci. Sul fronte alimentare, anche la tanto celebrata dieta mediterranea si rivela, a uno sguardo attento, figlia di lobbying industriale più che di saggezza contadina. Sul clima, sulla giustizia, sulla salute dei bambini: in ogni ambito che conti, il cittadino che si fida ciecamente rischia di essere il primo a farne le spese. E allora? Il rifiuto pregiudiziale di ogni sapere costituito è un errore simmetrico e altrettanto pericoloso. La risposta è la cultura.
Come metodo, abitudine mentale e postura di fronte al mondo, più che come acritico accumulo di nozioni. E formarsi una cultura autonoma, nell'epoca del rumore informativo permanente, significa innanzitutto imparare a distinguere la fonte dal messaggio: chi parla? In nome di chi? Con quali finanziamenti alle spalle? Un articolo scientifico non vale per il fatto di essere pubblicato su una rivista prestigiosa, ma per la qualità della metodologia, per la trasparenza dei dati, per l'assenza di conflitti di interesse. Leggere criticamente è da adulti, non da negazionisti. In secondo luogo, significa coltivare la lentezza: la cultura richiede tempo, mentre il mainstream vive di velocità, di notizie che si sovrappongono, emergenze e scandali che si succedono e dissolvono prima di essere capiti. Richiede di tornare sulle cose, confrontare fonti diverse, dormirci sopra prima di concludere. Chi ha fretta di avere un'opinione normalmente accetta quella di qualcun altro.
Occorre poi coltivare l'interdisciplinarità: una questione di salute pubblica, per intenderci, è anche una questione economica, giuridica, etica, storica. Chi ragiona solo con le categorie della propria specializzazione – o del proprio schieramento – vede sempre solo una parte del quadro, mentre la cultura serve a tenere insieme i fili. Da ultimo, occorre ammettere e tollerare l'incertezza. La cultura insegna a stare nella complessità - senza cedere né all'ansia della certezza né alla paralisi dello scetticismo totale - e non dà risposte certe; per quelle c’è il dogma, che è un atto di fede ed è il contrario della scienza e della cultura. La cultura non è ornamento per anime belle, ma difesa da quelli che, là fuori, vogliono cittadini capaci di seguire il pensiero giusto, mentre invece c’è un disperato bisogno di pensare. Punto. Una posizione scomoda, ma l'unica onesta.
SpecularMente di Mariella Di Monte
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