C’è una Foggia spalle al muro, che è negletta sul fondo di tutte le classifiche. E ce n’è un’altra che prova a leccarsi le ferite e a rialzare la testa, perché almeno nel calcio non è ultima. Anzi.
Il piccolo capolavoro targato Zdenek Zeman che sta profilandosi all’orizzonte va in netta controtendenza con quanto esprime al momento il contesto di una provincia sempre più in crisi e piegata su se stessa.
Ma che se non altro regala uno dei pochi sorrisi di speranza. “In fondo se sono tornato è anche per provare a dare una mano a questa terra che deve necessariamente risollevarsi”, così il boemo solo qualche tempo fa, quando provava a dare un senso al suo ritorno da queste parti cavalcando l’intimo desiderio di fungere da volano per la ripresa.
Parole che tornano adesso di estrema attualità dopo l’ultima classifica del Sole 24 Ore che relega Foggia al 106esimo posto nella speciale graduatoria delle città italiane per qualità della vita, e che in netta antitesi a quanto la squadra di calcio sta invece esprimendo in campo.
Già, non ci fosse di mezzo quell’antipatico -4 che è un pugno allo stomaco alle ambizioni di una squadra che, se non sta entusiasmando per l’iridescenza del suo gioco, comunque si lascia apprezzare per la continuità nei risultati, il Foggia sarebbe lì a strizzare l’occhio alle posizioni di vertice coi suoi 31 punti.
Certo staccato dalla capolista Bari, ma comunque in lizza per la piazza d’onore.
Incollato, al momento, a Catanzaro ed Avellino, che sono partite per una stagione di vertice, e per tentare il salto di qualità. Al contrario dei rossoneri, che per stessa ammissione del suo patron Canonico devono solo migliorare la posizione dell’ultima stagione.
Il successo di sabato scorso contro la quadrata Virtus Francavilla ha ribadito una volta di più quanto il lavoro del boemo stia sortendo effetti sotto certi versi insperati.
A dispetto di un organico che è stato assemblato in estate praticamente ex novo, e che ha dovuto fare i conti con la politica dell’austerity imposta dai vertici societari.
Che hanno dato un colpo al cerchio e l’altra alla botte, nel senso che il vero investimento è stato fatto sull’area tecnica (scegliendo Pavone e Zeman), e poi optando per la politica del braccino corto sull’allestimento della rosa.
Con la metà degli elementi a disposizione a minimo federale, nell’ottica appunto del contenimento dei costi.
Già, anche se poi in realtà le scelte del ds hanno colto nel segno, perché pur trattandosi nella stragrande maggioranza dei casi di terze o quarte scelte, alla corte di Zeman sono arrivati puntelli funzionali al gioco del tecnico di Praga.
E’ il caso di Alastra e Volpe, anzichè di Garattoni e Nicoletti o Sciacca e Di Pasquale, per finire a Petermann e Ferrante.
Che con i sopravvissuti all’epurazione estiva Rocca e Curcio sono andati a costituire lo zoccolo duro di un organico che finora si è fatto rispettare su tutti i campi. E che, avesse avuto soltanto un pizzico di qualità in più, sarebbe ancora più su in classifica.
E’ questo forse l’unico vero cruccio di Zeman, che in questo gruppo ha sempre intravisto importanti valori, ma che sa avere degli evidenti limiti strutturali. Ma dalle parti di viale Ofanto bisogna fare di necessità virtù, per questa stagione occorre stringere i denti ed accontentarsi di quello che passa il convento, Canonico per il momento non pare intenzionato ad allargare i cordoni della borsa, anche il mercato di riparazione sarà condotto con parsimonia, arriveranno forse due-tre ritocchi che andranno ad irrobustire la rosa e a renderla più competitiva.
Ma con un occhio sempre attento al bilancio, perché il patron vuole tenere i conti a posto, e preferirebbe stringere la cinghia dopo che ha ereditato dalla precedente gestione una situazione che si è rivelata più pesante del previsto.
Riprova ne sia il fatto che è già finita la luna di miele con il socio di minoranza Maria Assunta Pintus, con la quale le interlocuzioni sono sempre meno frequenti.
In un quadro che non è proprio idilliaco, si staglia il lavoro di Zeman e del suo staff che in poco meno di 5 mesi è riuscito a trasferire alla squadra i cardini essenziali del suo gioco: il Foggia oggi non è una squadra bella a vedersi, ma sul piano dell’intensità e dell’equilibrio tattico ha già una sua precisa identità.
Bari, Palermo, Catanzaro ed Avellino per contenuti tecnici sopravanzano i rossoneri di una spanna, il gap per la stagione in corso sarà quasi impossibile colmarlo, e nemmeno la finestra di gennaio sarà in grado di dare nuovo slancio ad una classifica che per il Foggia, nel migliore dei casi si attesterà fra il quinto ed il sesto posto. Che sarebbe in ogni caso oro colato, rispetto a quelle che sono state le premesse di partenza.
Si guarda in prospettiva, e a gettare le basi per essere realmente competitivi per la prossima stagione, quella che nelle intenzioni potrebbe essere deputata per tentare il salto in B.
Zeman però il suo piccolo capolavoro lo ha già compiuto, il Foggia è sicuramente fra le più belle sorprese di stagione e, chissà, avesse i 31 punti conquistati sul campo, farebbe paura anche alle più autorevoli candidate alla promozione.
Indipendentemente da come andrà a finire, questi mesi che condurranno alla conclusione della stagione ed alla coda (assai probabile) dei play-off dovranno semmai servire al club per entrare in piena sintonia con il suo allenatore. Che qua e là, all’occorrenza, ha lamentato a ragione qualche scollamento di troppo.
La sensazione è che il boemo intenda proseguire la sua avventura in rossonero, a patto e condizione che venga però adeguatamente supportato con scelte di campo che lo portino a credere che valga davvero la pena di proseguire.
In questo senso i prossimi 4-5 mesi saranno decisivi per capire se alle buone intenzioni si faranno poi seguire i fatti.
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