Zeman, d’accordo. Dietro la recente riscossa del Foggia c’è tanto, di più del tecnico boemo.
Che è come Re Mida: tutto quello che tocca, lo trasforma in oro colato. Già, proprio così. Ma Peppino Pavone dove lo mettiamo? Quanto il ds ad oggi ha inciso nelle scelte e nelle valutazioni di mercato per mettere nella condizione il suo allenatore di assemblare una formazione che magari avrà pure stentato a decollare, ma che adesso sembra non volersi più fermare?
Sarebbe molto interessante in questo frangente chiedere al tecnico di Praga se il giudizio iniziale che aveva espresso a fine agosto e a bocce ferme sulla qualità complessiva dell’organico che gli era stato messo a disposizione resti sempre la stesso, o se nel frattempo qualcosa sia cambiato.
Fermo restando che di mezzo c’è stata la finestra del mercato di riparazione di gennaio, che se non altro è servita a tamponare l’emergenza, Zdenek Zeman, all'epoca e senza peli sulla lingua, si espresse in questi termini: “A Peppino dò un 6 di stima, vediamo poi se questo voto alla fine potrà diventare un bel 9...”.
Così sentenziò il tecnico dei rossoneri, che a più riprese non ha esitato a bacchettare il club in quanto a suo dire non avrebbe esaudito le sue richieste per via di quel braccino corto che non ha inciso più di tanto a livello di investimenti.
Sicuramente staranno ancora fischiando le orecchie a patron Canonico, che adesso strizza l’occhio al suo allenatore che da un mese a questa parte gli ha fatto ritrovare il sorriso.
E che pure a gennaio fu sul punto di interrompere un idillio che nelle premesse sembrava dovesse durare a lungo.
Per fortuna però il numero uno di Viale Ofanto ha desistito, un pò per non urtare la suscettibilità dell’ambiente, che anche nel momento di difficoltà si è schierata compatta attorno al suo tecnico. Ed un pò perché ha intuito per tempo che cestinare anzitempo quel progetto tecnico proiettato nel tempo poteva rivelarsi un pericoloso boomerang.
E così Pavone, che dopo la sconfitta interna con il Latina era finito sulla graticola e messo incredibilmente alla porta, è rimasto al suo posto. Per volere della piazza.
E di Zeman, in primis, che se aveva accettato per la quarta volta di rimettere piede a Foggia, lo aveva fatto solo e soltanto nel nome dell’amicizia che lo lega al direttore sportivo barlettano.
Che è stato il gancio attraverso il quale il nuovo corso societario ha potuto accreditarsi alla piazza senza passare per le inevitabili verifiche che sarebbero state fisiologiche. E che invece la rentrée del Maestro ha reso superflue.
Pavone è complementare a Zeman. E viceversa.
I due si conoscono a memoria, ad entrambi basta un cenno per intendersi.
Il ds, che non ha mai nascosto che se non fosse finito dietro la scrivania molto probabilmente si sarebbe cimentato con il ruolo di allenatore, conosce alla perfezione le caratteristiche che devono avere i giocatori per essere funzionali al modulo di gioco che predilige Sdengo: e così anche in una situazione di oggettiva difficoltà che si è paventata a monte, con Canonico che fissando un tetto-ingaggi ha di fatto ristretto notevolmente il raggio di azione e le scelte, Pavone è stato ugualmente abile a reperire elementi idonei al 4-3-3.
La famosa lista dei 72 calciatori in agenda che poi avrebbero preso una strada diversa da Foggia, è stato il paradosso utilizzato dal boemo non tanto per giustificarsi per i risultati che ad un certo punto tardavano ad arrivare, quanto per far comprendere a tutti che a quel gruppo, al quale nel frattempo si era legato a doppio filo, bisognava concedere il tempo necessario per entrare in sintonia con le sue idee.
E che la pazienza avrebbe dovuto essere anche superiore al previsto tenuto conto che la materia prima non è che fosse di primissima scelta.
Pavone ha fatto di necessità virtù, non si è scoraggiato. E comunque alla fine ha fatto del suo meglio: il suo piccolo capolavoro l’ha realizzato in economia, facendo leva sull’intuito del navigato talent-scout che alla non più venerabile età di 72 anni conosce ormai tutti i segreti del calcio, e che sa dove andare a pescare per fare quadrare il cerchio.
Di Pasquale, Sciacca, Garattoni e Petermann. E poi ancora Merola, Alastra e Vitali sono tutte sue felici intuizioni. Che Zeman ha poi saputo valorizzare in campo.
Senza dimenticare Nicoletti, ovviamente. Che ha già fruttato al club una plusvalenza superiore ai 300mila euro. Una rarità per un club di Serie C.
Pavone è questo, è uomo di campo. Che vede sempre lungo e che prima degli altri riesce a comprendere se un ragazzo è un brocco o se ha della stoffa. Sabato scorso, mentre la squadra si preparava alla sfida con il Campobasso, nel pomeriggio si è allungato a Lavello in compagnia di Zeman. Assieme sono andati a dare una sbirciatina alla sfida fra i lucani, che in panchina sono guidati dal figlio del boemo Karel, e l’Audace Cerignola.
Una partita di D come le altre, ma da seguire con la competenza e la passione di chi di veder rotolare un pallone non si stancherebbe mai. “Io senza calcio non sto bene. Fosse per me arriverei a morire in tuta, a 90 anni, all’aria aperta, a insegnare calcio a qualche ragazzo che avesse ancora voglia di starmi a sentire”, ha confessato il boemo solo qualche tempo fa. Peppino avrà gradito ed annuito, in fondo la pensa allo stesso modo del suo allenatore. Ecco perché non vedeva l’ora di ricongiungersi a lui.
Lunga vita a Pavone, allora. Possibilmente al fianco del Foggia.
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