I settori giovanili devono rappresentare il serbatoio delle prime squadre: un assioma da sempre annunciato ma poche volte messo in pratica. Perché, se è vero che esistono società che curano i vivai e si fondano su di essi (è il caso non solo dei top club di serie A, ma di diverse realtà che operano nelle categorie dilettantistiche), è altrettanto vero che la maggior parte dei club spesso guardano a tutto ciò che esiste al di sotto delle prime squadre quasi con un senso di ‘fastidio’. Un paradosso, se si considera che il futuro di ogni società è rappresentato proprio dai ‘suoi’ giovani. E’ ormai da tempo che il territorio di Capitanata non esprime un talento vero, capace di produrre plusvalenze. E dunque ricchezza: da circa un trentennio si brancola nel buio senza dare un senso compiuto all’attività giovanile.
Un caso emblematico è rappresentato proprio dal Foggia, che nel suo periodo d’oro coinciso con i fasti di Zemanlandia è stato all’avanguardia anche coi suoi giovani. Cresciuti e valorizzati nel settore giovanile, e che poi hanno fatto le fortune della prima squadra prima di spiccare il volo verso altri lidi. Oggi di quel patrimonio dal valore inestimabile non c’è più traccia, e quei tempi sembrano lontani anni luce.
Alle spalle della prima squadra il nulla, il vivaio è ridotto ai minimi termini, riprova ne sia il fatto che praticamente tutti i gruppi impegnati nei diversi campionati di appartenenza si ritrovano nelle retrovie, perché la qualità latita per l’improvvisazione ed il pressappochismo che regnano sovrani: ad eccezione dell’under 17 guidata dal tecnico Zingarelli (che attualmente è sesta a quota 31 punti, a ridosso dalla zona playoff), tutte le altre formazioni annaspano, con l’under 15 e soprattutto la Primavera 3 che navigano in cattive acque. Proprio la squadra allenata da Olivieri (tornato alla base dopo la brevissima esperienza con la prima squadra) rischia addirittura la retrocessione in Primavera 4.
D’accordo, il lavoro di un settore giovanile dovrebbe essere valutato non sulla scorta dei risultati conseguiti, ma della crescita dei singoli e sulla loro valorizzazione. A Foggia, purtroppo, non c’è traccia di tutto questo. Nè in termini di quantità (sono sempre più numerosi coloro che decidono di interrompere il loro percorso con le formazioni giovanili perché si sentono trascurati) che di qualità (e qui si fa davvero fatica ad individuare profili di prospettiva sui quali investire). C’è poi l’atavica mancanza di strutture adeguate, che non consentono ai ragazzi di prepararsi adeguatamente a livello tecnico e fisico, e che finiscono con l’essere dei deterrenti non di poco conto e che minano la credibilità del Foggia Calcio.
Che di prospetti interessanti qualcuno da metter in vetrina ce l’avrebbe pure: è il caso di Cristian Pignatelli, attaccante esterno classe ‘08 convocato stabilmente nella rappresentativa di Lega Pro, e che attualmente gioca nell’under 17 sotto età; oppure i centrocampisti Orazio Pazienza (‘06) e Gerardo Agnelli (‘06, figlio di Cristian, ex capitano rossonero) e soprattutto Giovanni Castaldi (difensore centrale classe ‘07 già enmtrwato nel mirino di qualche club prestigioso), tutti già in orbita prima squadra.
A confermarne le qualità è Franco Campaniello, uno che di giovani se ne intende. È stato infatti responsabile del settore giovanile del Foggia dal ‘92 al ‘00, periodo durante il quale sono arrivati ad esordire in prima squadra elementi del calibro di Domenico Botticella, Paolo Bianco (oggi alla guida del Modena), Giuseppe Colucci, Luca Amoruso, Alessandro Potenza, Michele Pazienza, Sergio Di Corcia, Giuseppe Perrone, Franco Brienza, Christian Agnelli, Marcello Quinto, Pino Agostinone (solo per citarne alcuni che poi hanno giocato in A o B) quando sulla panchina della prima squadra c’erano allenatori del calibro di Zeman, Delio Rossi o Burgnich: “Tutti tecnici che non esitavano a lanciare i giovani - ricorda Campaniello -. Ci vuole coraggio, ma fino ad un certo punto. Se non iniziano a sbagliare come fai a valorizzare un prospetto?”.
Domanda lecita quella dell’ex dirigente, che continua a strizzare l’occhio ai talenti del futuro: “A Foggia il settore giovanile ai miei tempi ha rappresentato sempre le fondamenta della società - dice con una punta di orgoglio -. Oggi, da foggiano, vedere tanto immobilismo dà fastidio, perché non è vero che in giro non ci sia qualità. Cudini non è improvvisamente impazzito per portarsi in prima squadra Pazienza, Castaldi e Agnelli: piuttosto, c’è il rischio concreto di perderli questi giocatori. La società si sta adoperando per trattenerli? Purtroppo, questo è un problema generale, sembra che in Italia i presidenti non sappiano svolgere il loro ruolo. Casillo era un vero imprenditore, aveva il senso del business. C’era unione d’intenti tra le varie componenti, il ds Pavone rinunciava ad ingaggiare un giocatore per investire sui giovani, si era lungimiranti”.
Ma perché oggi quell’epoca sembra così lontana? Campaniello replica: “Rispondo con un’altra domanda: cosa succederebbe se s’investisse realmente nel settore giovanile? È questo che bisogna chiedersi. Penso che se così fosse si emulerebbe quanto fatto in quegli anni. Il nostro non era un miracolo: avevamo formato un team solido, con una società che credeva nel nostro lavoro perché conscia delle nostre competenze. Noi di nostro, poi, ci abbiamo messo tanta passione. Senza la quale questa mission non è possibile. Io, ad esempio, ho trascurato la mia famiglia, i miei figli sono stati tutti i ragazzi tesserati del Foggia. E poi bisogna girare sui campi, farsi conoscere e farsi apprezzare per i propri comportamenti. Se lavori bene lascerai in loro sempre una buon ricordo”.
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