C’era una volta lo Zaccheria, ora pochi intimi: mai superati 1500 spettatori paganti in prime 5 casalinghe

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C’era una volta uno stadio dove il calcio rappresentava molto più di uno sport. Era lo Zaccheria, tempio del Foggia, dove ogni partita la si giocava in dodici. Perché lì, tra curve che vibravano e cuori che pulsavano all’unisono, il pubblico non era spettatore, ma protagonista. Con la maglia rossonera appiccicata addosso come una seconda pelle. Ed una città intera a fremere per la sua squadra.

Lo Zac non è mai stato un semplice impianto sportivo. È un motore capace di spingere la squadra oltre i propri limiti. Non è un caso se Paolo Maldini, leggenda del Milan, confessò: “Quando gioco allo Zaccheria sono terrorizzato, sono 20.000 ma sembrano 100.000”. Parole che raccontano più di mille cronache. 

Lo sapeva bene anche Roberto Rambaudi, uno degli eroi di Zemanlandia: “Lo stadio ti trascinava, noi lo riempivamo sempre, tu trascinavi loro e loro ti trascinavano. Tremava, e in campo andavi più forte. La gente ti trasportava verso la porta avversaria. Quando saltavano tutti, si sentiva vibrare il terreno”. Non è poesia, è cronaca di chi ha vissuto quel fuoco. 

Il pubblico rossonero è il primo a entrare e l’ultimo a uscire. È quello che canta sotto la pioggia, che non molla nemmeno in Serie D, che trasforma ogni gol in un boato da Champions. Non si stanca mai, non tradisce, non dimentica. Accadeva un tempo, ora non più. 

La nuova stagione è iniziata con il piede sbagliato: risultati deludenti, entusiasmo smarrito, e quella sensazione amara che qualcosa si sia incrinato nel legame tra il club ed il popolo rossonero. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’impennata dei prezzi dei biglietti. Una scelta che ha acceso la miccia di una protesta senza precedenti: cori di dissenso fuori dallo stadio, manifestazioni di piazza, appelli caduti nel nulla. Una contestazione ad oltranza che ha coinvolto anche le istituzioni locali, chiamate a rispondere al malcontento di una tifoseria ferita. 

Il risultato? Uno Zaccheria irriconoscibile, ridotto ai minimi termini. Dove un tempo cantavano 20.000 cuori, oggi regna un silenzio assordante. Nelle prime cinque giornate di campionato, la media spettatori si è fermata a 1.368 presenze: un dato che fa male. Il picco si è registrato contro il Latina, con appena 1.484 spettatori sugli spalti; il punto più basso contro la Casertana con 1.264 anime. Nell’ultima sconfitta casalinga contro la Team Altamura lo scenario era desolante: ad occhio sembravano esserci meno di mille spettatori. Il dato ufficiale parla invece di 1.346 presenze, lo stesso registrato nella gara interna contro il Crotone. 

A rendere ancora più teso il clima attorno al club, pesa l’assenza della campagna abbonamenti, che nelle quattro stagioni precedenti aveva garantito un discreto sostegno economico alle casse del patron Canonico, oltre che la spinta delle curve durante la partita. 

Alla fine, questa rischia di essere un’annata da dimenticare, soprattutto se paragonata alla scorsa, quando lo Zaccheria era tornato a ripopolarsi: le quasi 7000 presenze registrate nella gara d’esordio contro il Trapani, terminata 2-2, ne sono la testimonianza. Il picco è stato raggiunto nella gara contro il Catania che registrò 9400 spettatori presenti. La media spettatori si è attestata invece a 6717, segno di un entusiasmo ritrovato. A rafforzare quel clima di fiducia, il record di abbonamenti dell’era Canonico: ben 4248 tessere sottoscritte, nel segno di un feeling ritrovato. 

Sembrava l’inizio di una stagione da protagonista, alimentata da un calciomercato ambizioso. Ma la luna di miele è durata poco: le prestazioni altalenanti e le promesse disattese hanno raffreddato gli entusiasmi e gli spettatori pian piano hanno cominciato a disertare lo stadio. E così a fine campionato la media è scesa fino a 5540 spettatori, per circa 1300 paganti a partita. 

Negli ultimi dieci anni di Serie C, il miglior avvio stagionale allo Zaccheria si è registrato nel campionato 2015/16, con Roberto De Zerbi alla guida tecnica. E con un Foggia brillante e ambizioso, capace di infiammare la piazza sin dalle prime giornate: la media spettatori si attestò sulle 8.602 presenze, con il picco toccato nella sfida contro il Messina, quando ben 11.850 tifosi gremirono gli spalti. La media spettatori a fine regular season fu di 9077 spettatori, a fronte di 2629 abbonamenti venduti. 

Dal conteggio va esclusa la stagione ‘16/17, segnata dalla squalifica inflitta allo Zaccheria dal giudice sportivo: le prime quattro gare casalinghe furono disputate a porte chiuse, conseguenza dei disordini nella finale playoff persa contro il Pisa e del celebre episodio della bottiglietta che colpì Gennaro Gattuso. Alla prima interna vinta per 4-1 contro il Monopoli c’erano 10424 spettatori. 

I numeri parlano chiaro. Lo Zaccheria, cuore pulsante della passione rossonera, oggi fatica a riempirsi. Eppure la ricetta per riaccendere l’entusiasmo è a portata di mano: società seria e competente, programmazione tecnica e un bomber che faccia sognare. 

A Nicola Canonico non sono bastate cinque stagioni per riuscire a costruire un legame solido e duraturo con la piazza. Tra promesse disattese, scelte impopolari e una gestione spesso percepita come distante, il rapporto con la tifoseria si è progressivamente incrinato. E oggi quello stadio desolatamente vuoto è il riflesso più amaro di un progetto che non ha mai acceso la miccia dell’entusiasmo.
(Gianni Gliatta - l’Attacco)

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