Foggia, la salvezza resta un miraggio: i timidi segnali evidenziati con la Cavese non autorizzano a voli pindarici

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Settantanove giorni senza vittoria allo Zaccheria e 391’ senza gol: sono i due dati che mettono spalle al muro il Foggia, e che inchiodano il club di fronte alle proprie responsabilità. Non c’è modulo o allenatore che tengano di fronte a questo trend che conduce dritto al baratro ed alla inevitabile retrocessione in D. Che sia 3-5-2 o 4-3-3, o che si chiami Delio Rossi o Enrico Barilari, la sostanza non cambia. E l’insipido 0-0 maturato lunedì sera con la Cavese, che se non altro interrompe l’emorragia di sconfitte consecutive, conferma quanto già si sapeva da tempo: fatte salve la buona volontà e la predisposizione al sacrificio, questa squadra così com’è non si salva, al di là delle alchimie tattiche di chi dovesse alternarsi in panchina. D’altro canto se lo stesso Barilari ha ammesso che il percorso è lungo per venire a capo di una situazione che già da ora è quasi disperata, vuol dire che il tecnico ligure pur senza mettere le mani avanti ha ben chiaro in che ginepraio si è andato ad infilare. Una squadra che con il punticino raccolto con la Cavese è adesso penultima in classifica dopo 14 turni, non può che considerarsi inadeguata per l’obiettivo fissato ad inizio stagione: la salvezza. Sarebbe infatti irrispettoso verso le formazioni di metà classifica considerare il Foggia una squadra mediocre. Perché ad oggi la formazione rossonera non ha ancora mostrato né di avere un gioco, né di avere una sua identità precisa. In più evidenzia una sterilità offensiva disarmante (la miseria di 7 gol in 14 gare, segna cioè ogni 180’, ndr) e, fatte rare eccezioni, non dispone in rosa di giocatori esperti per la categoria che ne elevino il tasso tecnico. Occorrerebbe dunque da subito correre ai ripari, e individuare fra gli svincolati almeno un paio di puntelli che diano incendiatamene sostanza all’organico. Ma il patron la pensa diversamente, e ha già detto di attendere fine novembre (e quindi almeno altre due gare) per tracciare un primo bilancio della gestione Barilari prima di regolarsi sul da fare. Proposito che pare avallato anche dal ds Carlo Musa.

Che non solo non si è opposto all’allontanamento di Delio Rossi, ma pare ne abbia condiviso la separazione senza muovere dito, probabilmente anche per difendere alcune personali scelte di mercato estive. Ma questo organico, anche se solo parzialmente concepito dal dirigente romano, sta evidenziando sempre più tutti i suoi limiti strutturali. Il Foggia è stato rattoppato all'ultimo minuto, non ha svolto preparazione estiva, e non è stato concepito secondo una idea tattica precisa: avrebbe dovuto essere assemblato secondo il 4-3-3 caro al suo allenatore, ma poi ha virato sul 3-5-2. È stato sempre un continuo rincorrere, ed i risultati di così tanto pressappochismo ora sono sotto gli occhi di tutti. Il penultimo posto in classifica è il naturale epilogo del caos che ha contrassegnato questi ultimi mesi di gestione Canonico. Sfociati in un imprevedibile avvicendamento tecnico che non si capisce bene quali vantaggi potrà apportare. A Barilari il compito di smentire quanti non hanno gradito il cambio in panchina, che sa tanto di scaricabarile. I timidi segnali di ripresa evidenziati con la Cavese nel frattempo non autorizzano a pensare che il peggio sia alle spalle, e che d’ora in avanti, toccato il fondo, il Foggia possa finalmente risalire la china. Sono tanti i tasselli da rimettere in ordine, c’è un equilibrio tattico ancora tutto da ricercare, così come c’è da stabilire su quali uomini fare affidamento per aggrapparsi alla speranza che la salvezza possa essere effettivamente alla portata. Tutto però inevitabilmente finirà ruota attraverso il mercato-bis di gennaio: è lì che si dovranno concentrare tutti gli sforzi del club per uscire dall’impasse del momento. E per avviare nel girone di ritorno la rincorsa verso la permeanza in C. La cartina di tornasole, in tal senso, sarà la strategia che Canonico & co. metteranno in campo: se si tergiverserà troppo e ci si ridurrà agli ultimissimi giorni di gennaio per chiudere il cerchio (come insegna un recente passato), si sarà persa l’ennesima occasione. Per dare un senso ad una stagione che per ora un senso, oggettivamente, non ce l’ha.

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