Fiorucci sa come si fa, l’ex allenatore rossonero riuscì a raddrizzare una stagione nata sotto cattiva stella

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Lui sì che sa come si fa. Silvano Fiorucci, attualmente direttore tecnico del Città di Castello, 20 anni fa alla guida del Foggia riprese per i capelli una stagione che agli esordi con Massimo Morgia prima e Giorgio Rumignani poi pareva prendere una brutta piega.

Il tecnico umbro, oggi 68 anni, in quella annata visse una situazione assai simile a quella attuale: anche allora, infatti c’era una nuova proprietà locale (composta da 8 imprenditori locali) che ad un certo punto decise di subentrare al buio a Coccimiglio, spinti dall’allora presidente della Provincia Stallone, per risollevare le sorti del calcio locale. Gli inizi furono tribolati, e al Tamba (come lo chiamano gli amici) va ascritto il grande merito di aver incanalato nel verso giusto un campionato nato sotto una cattiva stella.

Recentemente Fiorucci è tornato a Foggia per presentare il suo libro Contromano. Ha trovato una città diversa da quella che aveva lasciato. Soprattutto una tifoseria depressa. Domani i rossoneri sono attesi dal derby col Casarano, la squadra che calcisticamente gli è rimasta nel cuore, e dove da calciatore ha lasciato il segno. Per Fiorucci non sarà una gara come le altre.

Fiorucci lei a inizi di gennaio ha fatto tappa a Casarano prima, e Foggia poi. È tornato nei luoghi che più le sono cari e familiari. Che clima ha trovato?

Esattamente agli antipodi: in Salento c’è entusiasmo, la squadra è appena tornata in C dopo diversi anni, ed anche se ultimamente i risultati non sono stati eccellenti, si guarda al futuro con ottimismo. A Foggia, invece, ho notato in giro depressione: tutt’altra aria rispetto ai miei tempi. Ho colto tanta sfiducia per l’andamento della squadra, c’era malcontento e disaffezione. Non nascondo di essere rimasto molto sorpreso. Ma nel frattempo per fortuna è accaduto l’imponderabile, l’ingresso di una nuova proprietà ha riacceso gli entusiasmi. Anche se dal campo i risultati tardano ad arrivare.

Secondo lei perché?

Perché non è mai facile subentrare in corsa quando oltretutto la situazione di classifica è deficitaria. Nessuno ha la bacchetta magica per cancellare gli ultimi anni di grande sofferenza, e poi ritengo tutto quello che è accaduto finora con i frequenti cambi in panchina ha influito sicuramente in maniera negativa sulla testa dei giocatori. Il compito è tutt’altro che agevole, ma c’è spazio e tempo per rimediare. Oltretutto i due giovani proprietari che hanno deciso di prendersi questa patata bollente mi sembrano audaci e fortemente motivati. Questa loro passione li aiuterà molto in questo percorso tutto in salita.

Situazione, dunque, ancora rimediabile?

Direi proprio di sì, anche se poi è ovvio che serve una svolta. In questo momento solo un successo può allontanare la crisi e ridare qualche certezza in più. Questa squadra non mi sembra, oltretutto da buttar via…

Il Foggia lo ha visto all’opera in questa stagione?

Diverse volte, anche se solo attraverso spezzoni di gara o gli highlights: dico che in un’altra situazione ambientale e senza tutte le oggettive avversità che strada facendo ha dovuto far fronte, potrebbe tranquillamente stazionare a centro-classifica.

Quale fu la ricetta di Fiorucci nel ‘06 per centrare la salvezza?

Beh, ricordo che inizialmente in panchina avrei dovuto avere vita breve, ero il secondo di Rumignani e subentrai dopo l’eliminazione in Coppa allo Zaccheria con il Napoli. Mi affidai all’argentino Cantoro in avanti e a Stefani consegnai le chiavi del centrocampo. La squadra mutò pelle ed atteggiamento da subito, arrivarono un paio di risultati positivi e la società decise di proseguire con me fino in fondo. Quel Foggia nella seconda parte di stagione avrebbe potuto anche ambire alla qualificazione ai play-off, ma a gennaio vennero meno un paio di uomini-chiave. Nel frattempo avevano fatto gruppo e si era creato un bell’ambiente. Prima del mercato di ripara zione dissi ad uno dei soci, Matteo La Torre, che non volevo alcun rinforzo, mi bastava che la squadra rimanesse inalterata. E invece mi vendettero Moro, e poi persi anche per squalifica Scarpa. Con loro in campo si poteva puntare ad altro.

Rimpianti?

Nessuno, Foggia mi è rimasta nel cuore, professionalmente era e rimane la tappa più significativa della mia carriera. Da voi sono stato trattato da tutti come un re, impossibile dimenticarvi.

Anche a Casarano hanno bei ricordi di Fiorucci…

In effetti da calciatore qualcosa lì ho fatto, Kawasaki (il suo soprannome, ndr) se lo ricordano in tanti per le mie sgroppate sulla fascia. Ma Foggia è un’altra cosa…

Domani il derby allo Zaccheria. Come finisce?

Il Casarano potrà giocare sul velluto, la salvezza ormai è in tasca anche se manca ancora il conforto della matematica. Chi ha tutto da perdere è il Foggia. Ma credo che Pazienza porterà a termine la sua mission. Spero con tutto il cuore che vinca il Foggia, a Casarano sono certo non me ne vorranno...

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