Luigi Fontana era un barone. Un ricco e tirchio produttore di vini e presidente della squadra di calcio dilettantistico del Cerignola, prossima alla promozione in C. Il barone non vuole spendere soldi per i giocatori e l’allenatore è difficoltà.
Arriva allora un ricco industriale milanese, che si offre di dare al barone i soldi necessari per acquistare i due giocatori che l’allenatore vuole comprare. Così arriva il giorno della vittoria, quando la nazionale italiana viene a Cerignola per un’amichevole e la squadra oltre a vincere convincerà i due giocatori a restare qui. Era Totò gambe d’oro, poco fortunato film girato fra Cerignola e Foggia, che non ebbe il successo che ci si aspettava ma che qui, a Cerignola, è ancora ricordato con affetto. Un barone tirchio che si interessa al calcio e un ricco industriale milanese che arriva con i suoi soldi a comprare la felicità.
Uno stereotipo? Forse sì. O forse una vecchia e scolorita foto passata di una realtà non troppo lontana. Non baroni e nemmeno nobili, ma di certo ricchi. Latifondisti in passato, proprietari di immobili e terreni oggi, o al più imprenditori. Produttori agricoli o produttori di vini. Ricchi e tirchi come il barone Fontana? Chissà… ma di certo come lui attenti e appassionati di sport.
Che sia calcio oppure basket, da queste parti, lo sport è business quanto la politica e anche il malaffare. Come si sa che spesso il ricco industriale del nord, quel Renzoni milanese che salva Totò gambe d’oro a mettere i soldi per far continuare a girare la palla. Restare in partita. Le gambe e le menti migliori: “Qui avete i migliori imprenditori e i migliori delinquenti”, scherza qualcuno, riferendosi ai numerosi luoghi comuni e stereotipi che accompagnano la storia di questa città.
Una di quelle in cui, si dice o si diceva che uno su tre – di abitanti – è delinquente. Si diceva anche che nel Settecento, anzi, che dal Settecento, è stata una colonia penale, dove prigionieri venivano portati a bonificare i terreni paludosi che si stendevano fino al mare, da Ippocampo fino a Manfredonia. L’ultima bonifica risale a trent’anni fa circa. E pare che qualcuno, qui, ci sia rimasto…
Da Giuseppe Di Vittorio a Giuseppe Pavoncelli, passando per Pietro Mascagni, fino a don Antonio Palladino, solo per citarne alcuni.
Nomi illustri che hanno reso questa terra, grande e nota. Terra ricca di cultura e di tradizioni, come quella religiosa. Nella venerazione per la protettrice, Maria Santissima di Ripalta, si riconoscono quasi tutti. Che sia per fede o per cultura, o anche solo per tradizione, la bellissima icona bizantina che tiene in grembo il bambin Gesù resta il simbolo per eccellenza di questa città, accanto a un’altra bella, quella di Cerignola.
Quell’oliva grossa e polposa che ha fatto grandi le aziende agricole e di conservazione e che ha portato il nome della città del Tavoliere in giro per il mondo. Il terzo comune più esteso d’Italia e di sicuro il piò esteso del Mezzogiorno. E poi? Poi cosa resta oggi, fuori dai confini più prossimi di questa terra?
Difficile carpire tutte le identità e riconoscere ogni volto. Andriesi e cerignolani, famosi nei dintorni soprattutto per furti d’auto e assalti a portavalori, sono l’esemplificazione di quella separazione così netta fra il bene e il male. La Madonna e la mala. La nobiltà e la delinquenza. La città e le periferie. La parola che tiene insieme tutto è separazione. In una terra di contrasti, non poteva che esser così.
“Siamo all’anno zero, alla vigilia di un cambiamento e quella che attraversiamo è la prima parte di una rinascita”, dice l’imprenditore Rosario Di Donna, di sicuro uno dei volti noti di questi tempi moderni cerignolani. Imprenditore, ambasciatore del gusto, un tempo barzellettiere, oggi, nel tempio del piacere, riceve la città. E’ lì, a tavola, che la società si mischia, si incontra da lontano, guardandosi senza salutarsi.
Dalla sua hostaria chic ‘u Vulesce, fino a La Volpe e l’Uva, che sia a pranzo, a cena o solo per un aperitivo, dopo il teatro o il cinema, o una riunione di lavoro, tutti si fermano a mangiare. E mangiare non è mai solo nutrirsi. Ormai è lì, più che altrove, che si fa sfoggio di cultura e di ricchezza. Ed è lì che ricchi vecchi e nuovi si incrociano, in una tentazione, quella verso il luxury life style, che non risparmia nessuno.
Dai nobili ai delinquenti, dalla classe media alla nuova classe alta. Quelli che ricchi, anzi ricchissimi, lo sono diventati. E se a tavola sembrano tutti uguali – tutti attratti dall’estremo calore del piacere – in questa città, più che altrove, è il civico a fare la differenza. Dimmi dove vivi e ti dirò chi sei. Qui, dove l’edilizia è il modo più usato per spendere soldi, dalle zone in cui si trovano e dalle facciate delle case, puoi capire con chi hai a che fare.
Cerignola è una città che si è estesa. Una città che ha avuto da subito l’intuizione di non abbattere palazzi gentilizi per fare condomini, né di litigare per permessi e sopraelevazioni. L’agro allora si può espandere in lunghezza e larghezza. E così sono nati agglomerati urbani e periferie. Luoghi in cui si sono collocate le persone. Le classi sociali. E’ brutto e non si dice? Le classi sociali non esistono più? Non esistono più? Provate a fare un giro. Noi lo abbiamo fatto. E ci siamo fatti accompagnare da chi è del posto e questa città e le sue tante identità le conosce tutte, perché le ha vissute e attraversate.
Michele Lapollo, in questa città faceva lo scugnizzo a Terravecchia e poi, quando aveva circa dieci anni, se n’è andato in seminario perché, dice, “non sopportavo tutta quella violenza che era presente a Cerignola a quei tempi”. Lui oggi guarda con lucido distacco tutto questo. Come con lucidità la guarda chi la città l’ha amministrata e ha provato a domarla.
Chiedete a loro se non esistono più le classi sociali, qui, a Cerignola. Il racconto è diretto. Sono tre le periferie nette. Torricelli. San Samuele. La zona Fornaci. Tre città oltre la città. E poi nel tempo si sono determinate altri due nuovi agglomerati urbani. La zona Montagnola. E ancora lo Scarafone. E siamo a cinque.
Il sesto luogo identitario, volto e anima perduta, è la Terravecchia. Quella zona centrale che arriva fino ai quartieri settecenteschi e ottocenteschi che è stata la prima enclave scelta dalla delinquenza. “Lì non entrava nessuno senza permesso”, dice il nostro ex-scugnizzo. “Io portavo il caffè o le sigarette, ma solo se mi davano il permesso. Altrimenti erano botte”.
Ora in questi luoghi, in queste case di colloca la città. Ed è lì che si insedia e vive. Il più delle volte, senza interazioni reciproche. Ognuno vive nella sua zona. Nel suo spazio. In quell’equilibrio precario che solo la prossimità e la contingenza rispettate possono garantire. Spazi talmente netti che difficilmente si riescono a mettere uno accanto all’altro.
“Accade solo a scuola. Nelle scuole – dice Attilio Manfrini, marchigiano ma indiscusso protagonista per anni delle vicende cerignolane a più livelli, oggi padre di tre figli e nonno di otto nipoti – coabitano senza nessuna difficoltà situazioni diverse. Bambini e ragazzi, sia cerignolani che stranieri, in una inclusività naturale”.
Nella scuola e nella Chiesa. Una Chiesa che nel tempo ha preso posizione netta anche nelle vicende amministrative, con una lista addirittura che si chiamava I Cattolici ma che oggi, dopo periodi di assordante silenzio, di nuovo prova ad entrare nella vita della città. Oggi, alla soglia di quell’anno zero, il vescovo, monsignor Luigi Renna inizia a dire qualcosa. Lancia timidi messaggi. Che la timidezza possa essere una caratteristica per questo popolo, famoso per altro, non lo avrebbe detto nessuno.
Eppure timidi sono stati alle urne. Timidi al voto, timidi al cambiamento. Una maggioranza - poco più numerosa della minoranza - che prova e esprimere l’idea di un cambiamento e che per farlo si guarda indietro. “Una classe politica che esprime figure over, settantenni già avvezzi alla pratica. E partiti, nella terra di Di Vittorio e Tatarella, che non fanno più opinione. Che non attraggono più i giovani. i giovani”, dice l’avvocato Antonio Grillo.
Ma questi ragazzi chi sono e dove sono? I quarantenni e i cinquantenni hanno pensato ai fatti loro, hanno pensato a impresa e carriera, e se hanno potuto, lo hanno fatto qui, altrimenti se ne sono andati. Quelli ancora più giovani sono figli di quella classe benestante, antichi nobili a cui non par strano che un trentenne dorma con mamma, né che i propri figli frequentino solo i figli dei loro amici, che vadano a cena negli stessi locali e che comprino i vestiti negli stessi negozi e magari si sposino fra loro.
Una upper class che si riconosce e che si frequenta, tenendo a distanza gli altri. E gli altri sono quelli per cui sono nati centri sociali e ricreativi. Quelli a cui nelle loro periferie hanno provato a dare uno spazio pubblico e sociale per evitare che possano delinquere. Ma forse solo loro, nel loro mondo, sono cambiati davvero. Mentre la classe imprenditoriale si è fatta le sue imprese, ha combattuto le sue battaglie, come quella dell’ospedale e dell’interporto, loro si sono evoluti. E dall’usare pistole e andare a volto coperto, sono passati all’usare la tecnologia e hanno cominciato a mostrarsi.
Hanno smesso di corteggiare e minacciare la politica e sono diventati la politica. E hanno avuto l’ambizione di governare o di entrare nelle stanze del controllo. Le stesse menti raffinate, piegate al richiamo non più solo dell’utile, dei soldi, ma ora del potere. Della capacità di gestire tutto. Ma serve sempre un piano. Sia per governare che per rapinare.
Il punto è che qui un piano non si trova ancora. Le anime numerose e i volti differenti di questa città non comunicano. La pandemia e il commissariamento hanno sia involontariamente che volontariamente spezzato questo equilibrio. E oggi allo stesso tavolo si ritrovano tutti a voler mangiare cibo costoso e raffinato e a voler bere bene. Soldi e risorse, anche tanti, sono in arrivo. Ma chi ci metterà le mani sopra?
Come verranno utilizzate queste risorse? Non sembra esistere un progetto a medio e lungo termine. E questa è la vera scommessa. Perché una volta perso l’equilibrio, o si trova stabilità in un appoggio o si cade definitivamente.
(prima puntata)
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