“Non sono cambiati i ragazzi, loro sono sempre gli stessi. Sono le famiglie ad essere diverse”. E’ così che il dirigente dell’istituto agrario Pio Mirra ci accoglie di buon mattino, in quella che è difficile dire se sia una scuola o una azienda.
L’Agrario, a Cerignola, è una parte della città. Una parte incastrata dentro il tessuto sociale ed economico. Fu Marianna Manfredi Pignatari, ricca latifondista, che lasciò con un testamento nel 1868 tutti i suoi beni al Comune di Cerignola, per istruire, scrisse, i giovincelli di questa città. E i terreni su cui si trova la scuola fanno parte proprio di quel lascito. Quello che forse un tempo era un ospedale da campo, oggi vive e porta avanti la sua missione, schiacciato da una parte da un palazzetto dello sport, dall’altra da un supermercato. In virtù infatti di quel lascito al Comune, molti terreni, numerosi ettari negli ultimi due o tre anni, sono stati espropriati alla scuola.
Le vicende giudiziarie e le polemiche sono numerose e intricate. Battaglie di volta in volta politiche diventano spesso strumento di propaganda. Ma resta l’idea che il dirigente scolastico ha ben chiara: “La scuola deve essere messa a servizio del territorio”. I terreni sembrano della scuola, ma in realtà fanno bene alla città. E anche oltre. A patto che anche la scuola non perda la sua identità. “La formazione agraria il più delle volte è a servizio delle aziende e non presuppone necessariamente sbocchi universitari. Oggi tutti cercano figure specializzate, come gli enotecnici”. L’esempio del dirigente è esemplificativo. E infatti tutti gli studenti che hanno terminato il loro percorso di studi, hanno trovato occupazione nelle cantine del territorio.
Un tempo questo territorio produceva una spaventosa quantità di mosto in una circonferenza che abbraccia Cerignola, San Ferdinando e Orta Nova. Ormai oggi quasi tutti imbottigliano. La scuola deve essere attenta ad aspetti come questo. “Qui abbiamo circa 770 alunni che devono studiare e specializzarsi in attività utili a loro e alla loro terra. Può sembrare una scuola piccola, ma ha un alto indice di complessità, che ancora tanto può fare. Pensiamo per esempio a figure come il tecnico del verde. O alla progettazione di giardini privati, o ancora alla manutenzione del verde pubblico. Le sale per ricevimenti che hanno un verde importante a servizio delle loro attività necessitano di figure specializzate e chiedono sempre più spesso studenti preparati adeguatamente a fare questo mestiere”.
Un altro settore, in cui il territorio richiede figure specializzate, è quello meccanico. “Ci sono piccole realtà che hanno bisogno di questo genere di specialisti di nicchia. E invece la scuola, a mio parere, dal 2000 in poi si è troppo licealizzata. Mi spiego: ha puntato a dare a tutti un tipo di cultura più adatta a un futuro percorso universitario senza invece preparare al mestiere quelli che non avevano intenzione di proseguire negli studi. Piani di studio fra istituti tecnici e licei troppo equiparati hanno snaturato la natura degli istituti tecnici e hanno reso meno specifica quella dei licei”.
Ora anche il Pnrr punta a spingere questo genere di competenze. A destinare risorse alle scuole professionali e favorire gli Its che sono diventati quella sorta di valvola di sfogo a percorsi come le lauree triennali”. Dal tecnologo alimentare. Per esempio, richiestissimo nelle aziende conserviere. “L’agricoltura 4.0 è lontana anni luce dall’idea del contadino con la zappa e le scarpe sporche. Ci si sporca, certo, ma è cambiato completamente il mestiere. L’agricoltura è digitale. E questo significa che la crescita del territorio deve passare attraverso una spinta che attraversa la scuola e arriva fino al mondo produttivo. Vedere geometri e ingegneri gestire il verde pubblico e fare danni e sprecare risorse, è triste. Etichettatori, controllori delle macchine che pesano o che incapsulano, graffatrici. Insomma, le figure son tante. Senza considerare che siamo nel pieno di una transizione ecologica, nel bel mezzo di cambiamenti climatici che incidono notevolmente sulla nostra vita. Le alberature stradali, ad esempio. Facciamole in modo che oltre ad essere belle siano utili, che servano a depurare l’aria. Come abbiamo fatto qui, sperimentando questa piantagione di paulonia. Produce un legno leggero, per mobili economici come quelli di Ikea, o quelli per la cantieristica navale, o il pellet. Oppure usiamola per depurare l’aria, vista la capacità delle sue larghe foglie di assorbire l’inquinamento. Progettiamo un verde urbano funzionale. Non abbandoniamolo in mano a chi non ha le competenze necessarie perché renda al meglio”.
Dal suo osservatorio privilegiato, Mirra ha un occhio attento anche al cambiamento che ha investito le famiglie. “Prima c’era un rapporto educativo fra genitori e figli. Ora è diventato un rapporto affettivo. Il genitore sente che ha il dovere non di educare ma di far stare bene, di far sentire felice il proprio figlio. Attraverso i questionari somministrati a scuola periodicamente, quelle domande solite su quanti giornali vengono acquistati, sulla presenza di libri o sulla partecipazione a eventi culturali, emerge il contesto. E il contesto che emerge non è confortante, anche fra gli educatori. L’alto tasso di delinquenza genera insicurezza. Noi vediamo spesso famiglie che hanno difficoltà o che fanno resistenza a far partecipare i ragazzi ad eventi che finiscono tardi proprio per questo motivo. La deriva sociale c’è. L’unica possibilità che abbiamo è quella di formare una generazione con delle skill migliori”.
La scuola prova a mandare dei segnali, come l’organizzazione dei corsi serali anche per adulti. Sono circa 40 studenti divisi in due classi che vi prendono parte. Ma è una costante che dalla Val d’Aosta fino a Monreale le scuole vengono espropriate, non comprendendo a pieno le potenzialità di queste attività, visto che i ragazzi-studenti qui seguono l’intera filiera, dalla coltivazione, alla produzione, fino alla commercializzazione e alla vendita del prodotto. Come era per i ceci che c’erano al posto del palazzetto dello sport. O per il prezioso archivio in terra di piante selvatiche che non esistono più. Una sorta di banca vivente del genoma, che conserva specie rare o estinte come l’oliva bianca che veniva usata dai greci per un olio sacro.
(seconda puntata)
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