Bcc, l’ultima banca del territorio che prova a costruire sistemi di alleanze più ambiziosi

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Non accentrare, ma amministrare le opportunità e gli strumenti di crescita. Ha le idee molto chiare Giuseppe Palladino, il presidente di questo impero del territorio che è la Banca di Credito Cooperativo, che sta entrando sempre di più nelle città che cambiano. Anzi. Va proprio lì, dove il cambiamento è annunciato o già netto.

La sua forza è – oltre alla lungimiranza – una aderenza ai bisogni delle comunità. Un abito quasi sartoriale per la realtà su cui opera, con sportelli presenti laddove ci sono già clienti che reclamano una presenza più costante, una assistenza sinergica.

Perché quello che fa una banca del territorio è costruire sviluppo, progettualità. Gli imprenditori di piccole e medie imprese fanno redditi. La banca trasforma redditi in patrimoni. Con la pianificazione, ascoltando e inserendo le esigenze dell’imprenditoria e delle amministrazioni nei piani triennali di sviluppo e mettendo in cantiere nelle proprie sedi, opportunità anche formative, per aiutare le imprese a stare sul mercato. Se tutto questo ha funzionato per la banca - ovvero uscire dai confini e creare sviluppo - ora tocca a San Giovanni accodarsi.

Presidente, la Bcc si sta caratterizzando come una banca sempre più presente, sempre più vicina al territorio. Recentissima l’apertura di due nuove filiali. Lucera e Torremaggiore, nell’ambito di un più ampio piano di sviluppo.

Sì, un piano programmato e studiato nel 2019. Poi il Covid, come in altri ambiti, ha bloccato anche per noi le varie attività. Poi finalmente nel 2021 questo piano ha visto la luce. Avevamo programmato di aprire 4 filiali. Vieste, Lucera, Torremaggiore e Cerignola. A luglio dello scorso anno abbiamo aperto a Vieste, dove eravamo però già presenti con nostri clienti in appoggio su quella di Carpino. Oggi Vieste ha la sua. A fine febbraio inizi marzo siamo arrivati a Lucere e a Torremaggiore, ora stiamo lavorando e mi dicono che le risposte e le attese ci sono, verso fine anni stiamo programmando l’apertura della filiale su Cerignola. Un’idea di sviluppo per assicurare il supporto della banca all’intero territorio di Capitanata. Siamo l’unica banca di credito cooperativo presente in provincia di Foggia e questo ruolo ce lo volgiamo conservare, non fosse altro perché abbiamo un’eredità importante da mantenere. La banca nel 2019 ha scavallato i 100 anni e quindi la responsabilità per noi è quella di traghettarla verso un nuovo centenario, per l’intero territorio. E’ una sfida importante.

La banca va dove ci sono centri che si sviluppano. Accompagna il cambiamento. Nasce però e parte da qui, da San Giovanni Rotondo. Qui a San Giovanni che cambiamento c’è stato?

Sicuramente la svolta c’è stata con lo sviluppo dell’Ospedale, ma anche con la beatificazione santificazione di San Pio da Pietrelcina. Che ha dato un’opportunità ai proprietari di locali di offrire servizi ai pellegrini che venivano. Oggi però devo dire che viviamo anche lo scotto di una non corretta programmazione dello sviluppo dell’offerta turistica, che non è quella classica estiva, ma è turismo religioso. Il turista religioso, come il pellegrino, ha delle esigenze particolari. E in alcuni momenti probabilmente non si è fatta una corretta programmazione. Capisco anche che chi era ad amministrare all’epoca non poteva dire ad alcuni sì e ad altri no e allora ha dato l’opportunità a tutti. Poi, come in tutti i mercati, i più capaci restano a galla, ma anche persone che hanno le competenze per poter svolgere il proprio servizio.

La risposta positiva più netta la città l’ha espressa con i giovani, che si stanno strutturando sempre più. Stanno diventando realmente imprese. Bisogna investire sui giovani?

E’ anche il nostro obiettivo. Perché se i giovani vanno via, da qua ai prossimi 20-30 anni, il territorio si invecchia e si spopola.

San Giovanni è in controtendenza. Resta stabile sui dati della popolazione.

Tornano, rientrano, perché ci sono delle opportunità che possono essere colte. Ma non possiamo affidarci solo ai giovani. Penso anche alla classe dirigente di questa comunità, che deve necessariamente fare autocritica e pensare a uno sviluppo programmato e sostenibile. E non mi riferisco solo al lato ambientale, ma a quello economico. Senza strafare. Perché la nostra capacità di impresa non può esprimere realtà imprenditoriali importanti in termini di numeri, ma le piccole imprese le può tranquillamente esprimere. Imprese associate ai settori nostri di riferimento. Agricoltura, turismo e i servizi ad essa connessi. Devo dire che ultimamente si stanno sviluppando anche i servizi alla persona. Sono diverse le realtà imprenditoriali nate, per offrire servizi alle persone. Dopotutto in un contesto familiare in cui marito e moglie generalmente lavorano, probabilmente si è resa necessaria questa esigenza di avere servizi alla persona, sia per la famiglia stessa, sia per i nonni che vanno accuditi.

La banca è anche un osservatorio importante su come cambia la società. Come sono gli imprenditori del territorio?

Il nostro è un imprenditore che si è fatto da solo e che non ha molto spesso le basi per costruire patrimoni. E’ bravo a costruire redditi, ma non patrimoni.

Ed ecco che interviene la banca.

Sì, noi supportiamo e aiutiamo, ma poi vediamo che molto spesso si è poco propensi ad essere formica. Si è più cicala. E spesso anche nella gestione dell’azienda si notano comportamenti legittimi, ma che non puntano a strutturare le imprese. E così abbiamo pensato di fare noi stessi formazione per accompagnare le imprese all’accesso al credito. Poi dopo la situazione patrimoniale e reddituale si va a riverberare sulla capacità di accedere al credito. La normativa cambia in continuazione, i regolamenti richiedono rigore. E visto che a brevissimo andrà in porto una normativa nuova, noi abbiamo organizzato una serie di eventi informativi. Siamo partiti da fine febbraio con i consulenti delle imprese. Quindi in collaborazione con l’Ordine dei Commercialisti abbiamo realizzato degli eventi formativi con i commercialisti, quindi con i consulenti delle imprese. Questa settimana inizia una sessione in banca dove chiamiamo i nostri client, soci imprenditori e li mettiamo in aula.

Non è una pratica usuale?

Non è inusuale. L’abbiamo sempre fatto, ma in maniera meno incisiva, perché per noi avere delle imprese sane è importante. Se vogliamo costruire qualcosa di duraturo, dobbiamo iniziare a prepararci oggi, forse per trovarci bene domani o dopodomani. Gli spiegheremo come bisogna mettere a posto le aziende. Quindi com’è la struttura che devono avere per continuare ad avere credito dalla banca. Ma lo sforzo è ancora più grande. Vogliamo che le nostre imprese possano cogliere le opportunità che il Pnrr ci sta mettendo a disposizione, che sono tante, ma se non si hanno strutture solide e determinati requisiti, si farà fatica ad accedere. Noi ci proponiamo di essere dei consulenti delle imprese. E il gruppo bancario ha creato una convenzione con una società per delle consulenze alle imprese. Adesso li portiamo in aula e spieghiamo che vestito dobbiamo cucire addosso alle nostre imprese. Ma un vestito non su un manichino di paglia, ma su una struttura solida, economica, che sia rispondente a quella burocratica. Bilanci parlanti, che mettano in evidenza qual è la capacità economica e la struttura patrimoniale dell’azienda. Tutto questo lo vogliamo fare, nel nostro territorio abbiamo poi anche l’opportunità del prossimo Giubileo che sta arrivando.

Sarà un’opportunità o una delusione?

Sarà un’occasione se partiamo adesso. Pensiamo già a garantire e offrire opportunità per il 2025. Ma penso bisogna partire subito per poterle realizzare. Gli strumenti ci sono. Il Pnrr ci può venire incontro in alcuni ambiti. In altri ambiti le imprese stesse devono arrotolarsi le maniche e offrire un servizio strutturato. Un servizio strutturato che, perché non diventi illusione- necessita che si lavori tutti insieme, senza pensare a quelle opere faraoniche che lasciano il tempo che trovano e che già non hanno funzionato in passato. Strutturiamo invece qualcosa di duraturo.

Il territorio saprà rispondere a questa sollecitazione?

Io mi auguro che il territorio sappia rispondere. Noi ci crediamo. Lo scorso anno abbiamo – a spese nostre, della banca – sottoscritto un documento per preparare uno strumento di marketing territoriale. Uno strumento in cui metteremo tutto il nostro territorio, sviluppato con tecnologia digitale, per conoscere a tutti il nostro territorio in maniera interattiva, con sistemi di realtà virtuale e aumentata, in cui racconteremo il territorio. Ma questo è un primo passo. Di fianco ci metteremo tutte le opportunità, le realtà produttive e le attrazioni che insistono su questo territorio. Coinvolgeremo i nostri clienti e soci e li inviteremo a popolare questo strumento informativo, che è la nostra vetrina per attrarre chi vuole venire.

La sensazione è che mentre la banca riesce ad essere attrattiva, si ramifica e fa sistema, la città fa fatica ad aprirsi al territorio circostante. E’ un limite da superare?

Io rilevo che è un limite territoriale che appartiene a ogni città. Anche perché fra una città e l’altra non c’è continuità abitativa e questo rompe il flusso e la connessione. Anzi, c’è un’interruzione. Gli amministratori devono cercare di trovare e avvicinare l’interesse dei Comuni limitrofi, forse farebbero bene a organizzarsi in una comunità di Comuni per ottimizzare servizi e altro – ma non spetta a me dirlo - e quindi come ogni cittadino del proprio paese tende a dare opportunità nel suo territorio e non a collaborare con terzi.

Si rischia l’implosione?

Si rischia la chiusura. E lo posso dire con i fatti. In questi dieci anni ho portato la banca fuori dal nostro territorio e la banca è cresciuta anche fuori dal nostro territorio.

Presidente come sono stati questi dieci anni?

Sono stati anni un po’ difficili, perché nel 2010-11 a San Giovanni era il momento in cui il settore turistico-alberghiero stava andando in crisi. Il Giubileo era finito e c’era questa massa di attività che non trovava risposta e un capitale umano non entusiasta. Dopo, nel 2012-2013 ci arrivano gli effetti della crisi immobiliare. Problemi a non finire. Ci proviamo e ci rimettiamo in sesto. La banca cresce, fa volumi importanti e quando siamo pronti per ripartire arriva il Covid. E altri problemi. Adesso è arrivata la guerra, che sta creando preoccupazione.

Che effetti avrà?

La ripresa dei consumi era un’opportunità. Ora c’è paura. Ma al tempo stesso, anche se in modo latente, ma incisivo, la guerra sta determinando aumenti dei costi che disincentivano all’azione.

Con che occhi guardiamo al futuro?

Putin ci ha tarpato le ali. Mi auguro che la ripresa post Covid ci sia. Noi per fortuna siamo un popolo di risparmiatori. Nel periodo del Covid non ci sono stati grossi investimenti, oggi anche con il boom legato alle ristrutturazioni, l’economia un po’ si è mossa. Nel nostro territorio, al di là del settore agricolo e alimentare che sta tirando e non dà nessun problema, l’edilizia è l’altro grande motore che sposta investimenti.

Il settore dell’edilizia ha avuto il suo impatto anche a San Giovanni Rotondo. Si continua ancora a costruire?

Si continua a costruire. Non si ristruttura tantissimo. Non si fa conservazione del vecchio. Però a San Giovanni di lottizzazioni ancora non complete ce ne sono tante.

La casa è ancora un investimento sicuro?

Dà certezza. Il mattone e anche l’abitudine di comprare la casa ai figli. Anche se poi questi figli sono andati via e ora ci sono case vuote. C’è qualche ritorno a vivere il centro storico, ma la parola definitiva spetta a chi amministra il territorio che deve creare servizi e opportunità nelle varie realtà.

L’augurio è che anche la classe politica accompagni un cambiamento più incisivo.

La classe politica deve accompagnare questo cambiamento. Se non c’è l’impegno della classe amministrativa che crea gli strumenti amministrativi per fare sviluppo, non si fa nulla. Prima del 2020 ogni volta che veniva stabilito un piano strategico triennale della banca, noi facevamo il giro dei Comuni per chiedere quali erano le esigenze. Per dire: noi ci siamo, fateci capire cosa vi occorre e come possiamo sostenervi. Noi chiediamo al territorio istanze e fabbisogni per fare in modo di poter creare opportunità. Il primo obiettivo è quello del mantenimento e poi dello sviluppo. Questa politica ci ha portato ottimi risultati. In dieci anni, quando ho iniziato, la anca gestiva seicento ottanta milioni di euro. A distanza di dieci anni stiamo gestendo un miliardo e mezzo. Quindi sono tutti capitali raccolti e reinvestiti sul territorio.

E’ un centro vero di potere anche questo?

Potere… In senso positivo però. Perché il potere va anche amministrato in maniera corretta, perché deve diventare opportunità. Perché se resta accentrato in chi lo detiene, automaticamente si fanno dei danni. Potere può essere anche sinonimo di forza e capacità di decidere, possibilità di decidere ed essere incisivi sullo sviluppo del territorio.

(seconda puntata)

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