Strage migranti in Calabria, è di Manfredonia il giudice che ha firmato l’ordinanza per gli arresti

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Mentre infuriano le polemiche politiche sulle dichiarazioni rese dal ministro Matteo Piantedosi al riguardo della strage di migranti avvenuta sulle coste di Cutro – in Calabria – e prosegue lo scaricabarile su chi avesse responsabilità nella catena di soccorso, l’attenzione mediatica si sta concentrando sul gip di Crotone. O meglio, sulle parole che ha usato nella ordinanza con cui ha convalidato gli arresti di due dei quattro presunti scafisti, definiti “aurighi di natanti”: il 25enne pachistano Khalid Arslan e il 50enne turco Fami Fuat. Un terzo è stato sentito ieri dal Tribunale per i Minorenni, un quarto e ultimo si è reso irreperibile.

“Ha trovato tragica epifania quanto già in tante occasioni sfiorato e preconizzato. Lungi dall’ergersi alla Cassandra di turno, chi scrive, gravato dagli orrori dell’ultima mareggiata pitagorica, si accinge a vagliare l’ultimo fermo disposto in materia di immigrazione clandestina – uno dei passaggi dell’ordinanza -. Diversamente dal consueto, il caso di specie registra decine di vittime, vittime di un destino sordo alle loro speranze e di uno stato di necessità non altrimenti fronteggiabile se non mercé disperati viaggi della speranza. Lo sbarco in questione non può essere ritenuto frutto di un epifenomenico accordo tra quattro amici al bar che, imbattutisi per caso fortuito in almeno 180 disperati, decidono di affrontare i perigli del mare per speculare sul desiderio di libertà dei disperati medesimi”.

Paragonato da Massimo Gramellini a Pietro Metastasio – considerato il riformatore del melodramma italiano -, accusato di aver fatto prosopopea, di cercare visibilità mediatica, di insensibilità e anche di ironia fuori luogo, il giudice in questione si chiama Michele Ciociola e proviene dal territorio di Capitanata. È nativo di Manfredonia, infatti, poi trasferitosi a Crotone per lavoro.

Non può rendersi disponibile per fornire la sua versione dei fatti, per via delle ferree regole che impongono che sia dapprima autorizzato. Romanticamente, si potrebbe parlare di ‘solitudine’ dei giudici, dal momento che godono come tutti del diritto di espressione ma non possono esercitarlo a loro volta. Non possono spiegare le loro ragioni al pubblico, piuttosto devono accettare silenziosamente critiche e insolenze altrui senza avere il diritto di replicare. Tuttavia l’Attacco ha sentito alcuni colleghi e persone che conoscono Ciociola nel contesto professionale.

Appare verosimile pensare che, visto il tam-tam mediatico sul lessico utilizzato per la convalida del fermo e l’accoglimento della custodia cautelare in carcere, la Presidente del Tribunale di Crotone Maria Vittoria Marchianò possa chiedere al gip una relazione sulle parole contenute nella sua recente ordinanza. Un atto dovuto a scopo cautelativo, non certo un richiamo.

Da una accurata verifica, vengono fuori più di 200 procedimenti – sui reati più disparati - dell’ufficio del gip Michele Ciociola negli ultimi 10 anni dei suoi 13 di attività a Crotone. Un arco temporale funestato da bare senza nome molto più spesso che dall’individuazione e condanna dei trafficanti di esseri umani.

Tenuto conto che l’ufficio è composto da due persone, va da sé che almeno un centinaio di provvedimenti portano la firma e lo stile di Ciociola. Però mai nessuno aveva fatto così tanto clamore.

Bisogna innanzitutto chiarire che la discussa ordinanza consta complessivamente di 47 pagine che, attraverso i migranti ascoltati, ricostruisce il loro dramma. Dalla vera e propria prigionia in abitazione messe a disposizione dei trafficanti a Istanbul al lungo spostamento per raggiungere la spiaggia da cui partire, dal pagamento di 8.000 euro per intraprendere il viaggio della speranza al trasbordo in mare a causa dei problemi al motore della prima imbarcazione, fino ad arrivare al momento in cui lil natante ha urtato qualcosa e ha iniziato a imbarcare acqua.

“Quello che è stato reso noto è assolutamente parziale, rispetto alle parole del gip”, commenta chi opera nella sede di Crotone. A suo avviso, “si è voluta spostare l’attenzione dalle parole che aveva detto il ministro Piantedosi sulla Turchia nella sua audizione in Parlamento e poi sui migranti a quelle di un giudice per le indagini preliminari che fa il suo lavoro in modo inappuntabile”. Il barcone naufragato era partito dalla città turca di Izmir, mentre Piantedosi era stato in Turchia il mese scorso e stretto un patto per maggiore controllo delle frontiere con l’omologo Suleyman Soylu.

C’è chi osserva che i provvedimenti devono essere asettici. Se ne può discostare un po' il pm – che è di parte - ma un giudice no. Una considerazione condivisa da un altro professionista del capoluogo calabrese che, però, appunta che “è certamente vero, come è altrettanto vero che il gip non è uscito dai binari né ha infranto questa regola. Le parole che hanno fatto scalpore non sono riferite ai soggetti indagati – spiega -, bensì ad un fenomeno che lascia sgomenti visto che si tratta comunque di tragedie annunciate”.

L’esistenza di “strutture per ospitare i migranti prima della partenza, il servizio di trasporto sino ai natanti, la suddivisione dei ruoli, la presenza di canali di pagamento coinvolgenti l’apporto di terzi soggetti, il servizio di assistenza marittima (un primo natante veniva sostituito con quello destinato all’inferno a seguito di avarie al motore) – rileva Ciociola nella sua ordinanza -, rappresentano indici sintomatici di un solo dato fattuale: l’imperversare di una organizzazione”.

L’allarme di chi è consapevole dei propri limitati poteri, interpretato come la faciloneria di un giudice eccentrico. Metastasio forse rispose anche a Gramellini quando scrisse: “Chi può vantarsi, senza difetti? Esaminando i sui, ciascuno impari a perdonar gli altrui”.

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