Leonardo Cisaria, di San Vito dei Normanni, era arrivato a pesare 145 chili, un’obesità che non gli permetteva più di portare avanti il suo lavoro, prima in qualità di dipendente di una ditta di pitturazioni e cartongessi poi di bracciante agricolo. Così, per perdere peso, decide di sottoporsi ad un intervento di sleeve gastrectomy, ovvero la riduzione chirurgica dello stomaco. Un’operazione la cui degenza necessiterà di 6 mesi di riposo, ma che lo porterà anche ad una serie di ripercussioni psico-fisiche che lo faranno stare molto male e gli causeranno anoressia, non permettendogli, dunque, di riprendere a lavorare come avrebbe voluto, se non parecchio tempo dopo, quando, cioè, un anno e mezzo fa l’uomo ha aperto una partita iva a suo nome mettendo su un’impresa nello stesso settore (sempre pitturazioni e cartongessi) in cui lavorava da dipendente. Precedentemente, però, secondo quanto racconta a l’Attacco la moglie di Cisaria, Angelica Caroli, “mio marito, ancora disoccupato nel lungo periodo post operatorio, per mantenere la nostra famiglia con tre figli minorenni a carico, fece alcune truffe, le cui denunce delle vittime lo hanno portato ad una condanna definitiva di 2 anni e 8 mesi di detenzione”. Così il 28 ottobre scorso Cisaria viene arrestato e tradotto prima nel carcere di Brindisi, successivamente trasferito nella casa circondariale di Lucera, dove è attualmente detenuto. Due mesi di carcerazione che Angelica Caroli racconta come un vero e proprio calvario per il marito, la cui salute sarebbe minacciata fino alla stessa sopravvivenza, ragion per la quale la donna, molto preoccupata, ha ora deciso di scrivere a l’Attacco per raccontare la situazione del congiunto detenuto.
“Da quell’intervento di sleeve gastrectomy mio marito presenta intolleranze alimentari e ha quindi bisogno di essere alimentato esclusivamente con cibi freschi, dunque non surgelati poiché contengono conservanti, e non troppo solidi, perché altrimenti non riesce a digerire. Alimentazione non rispettata né nel carcere di Brindisi né ultimamente a Lucera, dove è stato trasferito il 21 novembre scorso e dove si pensava potesse essere seguito meglio di quanto accadesse nel penitenziario brindisino”.
“Già nel momento in cui mio marito fu arrestato – racconta la donna - inviai al carcere di Brindisi la documentazione medica che sanciva le sue intolleranze e la dieta che doveva seguire, ma fu alimentato in modo inadatto e sì sentì male: così le guardie lo portarono al Pronto soccorso dell’Ospedale Perrino di Brindisi, dove il medico mise per iscritto che se avesse continuato a ingerire surgelati mio marito si sarebbe ritrovato in condizioni di imminente pericolo di vita, proprio perché non seguiva la giusta alimentazione. A nulla, però, è valsa quella cartella clinica, sottoposta all’attenzione della direzione carceraria di Brindisi, poiché, nonostante tutto, mio marito, lì, ha continuato ad essere alimentato in modo scorretto: addirittura gli venivano somministrati ansiolitici che gli si diceva essere integratori di vitamina B12 per sopperire a ciò che lui non riusciva a mangiare. Il suo primo mese di detenzione, in sostanza, è trascorso così”, chiosa la donna sul punto.
E se il trasferimento nel carcere di Lucera era apparso in prima battuta una speranza per la salute del detenuto, dal momento che, come continua a raccontare la moglie, “inizialmente lo hanno alimentato correttamente”; poi, però, “qualcosa è cambiato”. Angelica Caroli, infatti, nei giorni successivi al trasferimento del marito, aveva raccontato in un articolo pubblicato da Sbarre di Zucchero (associazione nazionale a tutela dei diritti dei detenuti) non solo di ciò che Cisaria era stato costretto a vivere nel carcere di Brindisi ma anche di alcune preoccupazioni rispetto al nuovo ambiente carcerario in provincia di Foggia.
“Temevo per la nuova detenzione – spiega la donna – perché on line mi ero informata sul carcere di Lucera e avevo letto e sentito di storie di maltrattamenti e di negazione dei diritti dei detenuti anche in quel penitenziario. Così – prosegue Caroli - dopo la pubblicazione del mio ‘annuncio’ su Sbarre di Zucchero, mi arriva una lettera di mio marito dal carcere di Lucera, il quale mi chiede di smentire tutto. Insieme a quella lettera, sotto, c’era anche un paragrafo firmato dalla comandante del carcere lucerino, in cui smentiva le criticità cui avevo alluso su Sbarre di Zucchero e assicurava che avrebbero aiutato mio marito somministrandogli la giusta alimentazione”.
“In sostanza, in quella lettera, si chiedeva una smentita sui media locali e nazionali del mio ‘annuncio’ pubblicato dall’associazione. La quale però non ritenne di pubblicare quella replica: da allora la situazione per mio marito è cambiata in peggio. Sono circa due settimane, infatti, che nel carcere di Lucera non gli vengono più somministrati i cibi freschi di cui ha bisogno. Quando la settimana scorsa sono andata a trovarlo con i nostri figli per il colloquio settimanale mi ha riferito di essere a digiuno da oltre due giorni perché gli proponevano cibi non adatti alle sue necessità, come, ad esempio, spinacine o funghi surgelati, nonostante lui dica espressamente al personale carcerario addetto di non poterli ingerire. Così, subito dopo, ho chiamato anche i carabinieri della Stazione di Lucera per rappresentare loro questa situazione e acquisire consigli su come muovermi per provare a risolverla: mi hanno detto che dovevo parlare con la comandante del carcere. Ci ho provato, chiamando al penitenziario e chiedendo di lei, ma si è rifiutata di darmi udienza, essendo io la moglie di un detenuto”.
“Chiedo solo – conclude la donna – che a mio marito vengano garantiti i suoi diritti e che gli venga dispensata un’alimentazione idonea alla sue necessità. Anche perché pure il medico del carcere di Lucera ha redatto un'istanza protocollata negli Uffici matricola in cui specificava che mio marito non sta bene perché ha questo tipo di intolleranze alimentari: solo che questo documento medico pare sia scomparso, nessuno sa dirmi dove sia finito. In una delle visite al carcere per incontrare mio marito ho chiesto, ad esempio, informazioni in merito all’ispettrice addetta alla supervisione dei colloqui: mi ha risposto ‘noi ne seppiamo nulla’. Ed ora, in questa situazione, continuo a temere per la vita di mio marito”.
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