Il giudice amministrativo barese, con collegio presieduto dal foggiano Orazio Ciliberti, ha dato ragione al prefetto di Foggia Maurizio Valiante rigettando il ricorso presentato dall’impresa apricenese Interambiente Radatti srl contro Ministero dell'Interno e Prefettura. Il primo ricorso fu depositato nel 2020 per l'annullamento dell’interdittiva antimafia del 19 ottobre di quell’anno, adottata dall’allora prefetto Raffaele Grassi. Risale, invece, al 21 aprile 2023 il provvedimento di conferma a firma di Valiante. Nel mirino dell’UTG a ottobre 2020 finirono imprese locali operanti nei settori della gestione dei rifiuti e nell’allevamento di bovini a caprini, con sedi aziendali situate ad Apricena ma i cui titolari erano di San Marco in Lamis: Interambiente Radatti srl (attiva nel settore dei rifiuti e dello smaltimento), le imprese individuali Antonio e Pasquale Radatti, la società agricola Ingarano. Interambiente Radatti srl ha sede ad Apricena in località Coppacchi ed esiste dal 2008. L’amministratore unico è il sammarchese Antonio Radatti. L’attività prevalente è data da autotrasporto merci per conto terzi, raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi prodotti da terzi. I soci sono tre: oltre ad Antonio Radatti, che controlla il 47,5%, ci sono il fratello Pasquale Radatti (anch’egli al 47,5%) e la loro madre Giacinta Franchino (5%). L’impresa esercitava dal 2018 attività di raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi, dopo la cessione in suo favore, a giugno 2016, del ramo d’azienda dalla foggiana MEA Manna Ecologia relativo all’appalto per il servizio di spazzamento, raccolta differenziata e trasporto dei rifiuti solidi urbani e assimilati nel territorio di Apricena per il biennio 2017-2019. Il motivo principale dell’interdittiva fu il legame familiare col parente Antonio Radatti, arrestato nel 2020 con l’accusa di avere aiutato i tre latitanti Francesco Scirpoli, Angelo Bonsanto e Pietro La Torre, mettendo loro a disposizione un casolare situato in una cava di Apricena.
Radatti, secondo gli inquirenti, favorì la latitanza dei tre ricercati, ritenuti elementi apicali del clan Romito-Lombardi-Ricucci-La Torre. Scirpoli e Bonsanto erano evasi il 9 marzo 2020 dal carcere di Foggia durante le violente proteste dei detenuti. Pietro La Torre era ricercato da maggio 2019.
Il clan ex Romito è da lungo tempo legato ad Apricena e San Marco in Lamis. Il boss Mario Luciano Romito – ucciso il 9 agosto 2017 nel quadruplo omicidio di mafia di San Marco in Lamis (ma in realtà in agro apricenese) – era solito frequentare quel territorio. Il nome della Interambiente Radatti spuntò nell’operazione antimafia Ariete, che svelò il piano d’assalto al portavalori IVRI tra Mattinata e Vieste, coordinato da Mario Luciano Romito e dal suo luogotenente a Mattinata, Scirpoli.
Ebbene, la sentenza pubblicata dal TAR lo scorso 15 febbraio afferma che quando Grassi adottò l’interdittiva nel 2020 lo fece in ragione del ritenuto pericolo di condizionamento da parte dell’allora clan, operante nella zona garganica, considerata la significatività della vicinanza dei soci al gruppo criminale.
Nell’atto di conferma dell’interdittiva Valiante ha ribadito che la società “rappresenta tuttora un’entità economica adiacente a organizzazioni mafiose, in quanto suscettibile di apprestare a soggetti appartenenti alla criminalità organizzata un contributo agevolatore diretto, anche nella specie del rafforzamento del nomen e della percezione collettiva di un potere qualificato del clan di riferimento in un determinato contesto territoriale, in cui è accertata la pervasività della mafia nell’economia legale, per di più di una mafia degli affari”. Inoltre, “la prognosi di pericolo di condizionamento criminale si fonda sui medesimi fatti indicati nell’interdittiva del 2020 nonché sull’accertamento “ex novo di elementi che aggravano l’impianto indiziario e confermano l’ipotesi del persolo di condizionamento stabile dell’attività dell’impresa da parte della criminalità organizzata”.
“Recentissime operazioni di polizia hanno fatto emergere la mai cessata operatività e, anzi, la crescente pervasività del gruppo criminale di riferimento nell’economia legale”, si legge ancora nella sentenza, che cita in particolare l’operazione Omnia Nostra, che ha coinvolto il clan Romito-Ricucci-Lombardi, di cui si dice che “intrattiene rapporti non solo con la Società foggiana ma anche con noti esponenti apicali delle ‘ndrine calabresi del Reggino e con soggetti ai vertici della criminalità partenopea”.
Per il TAR “l’Autorità prefettizia ha ritenuto che i rapporti e le circostanze non sono suscettibili di esaurirsi nel tempo: i titolari dell’impresa hanno tenuto una condotta agevolatoria nei confronti di esponenti di rilievo della mafia degli affari e sono inseriti in un contesto parentale e relazionale adiacente ai contesti stessi della mafia, come ha dimostrato il summit dell’aprile 2020, a cui parteciparono i vertici del gruppo mafioso di riferimento e a cui ha dato ospitalità il prozio dei fratelli Radatti, al quale sono legati anche frequentazioni oltre che da parentela”.
Il prefetto non ha ritenuto emendabile la società, giacchè “l’attuale contesto socio-ambientale e parentale in cui è inserita l’impresa rende attendibile la valutazione circa il fatto che il controllo giudiziario non abbia svolto una funzione bonificante”. Il TAR aggiunge che “peraltro, una realtà ritenuta adiacente alla criminalità organizzata in sede di riesame dopo la chiusura positiva del controllo giudiziario non può che essere destinataria d’interdittiva”. E’ stato dichiarato improcedibile, per sopravvenuta carenza d’interesse, il ricorso introduttivo; respinti i motivi aggiunti, spese compensate.
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