Per anni imputato di violenza sessuale su minori, assolto con formula piena. “Grazie ai giudici e al mio avvocato”

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Otto anni di processi presso il Tribunale di Foggia in due distinti procedimenti penali per altrettante denunce, effettuate a partire dai racconti di due minori che lo accusavano di violenze sessuali ai loro danni. Infine l’assoluzione piena da tutte le accuse e la riacquisizione della propria “dignità di uomo perbene”, come il protagonista di questa dolorosa vicenda ha scritto in una lettera a sua firma (inviata ai media) per ringraziare oltre che la giustizia anche il suo avvocato, Marcello Oreste Di Giuseppe, del Foro di Foggia, all’esito, recentissimo, del lungo iter processuale. E’ la storia - che nasce in ambito di difficili rapporti familiari - di un papà di Margherita di Savoia. l’Attacco ne ha sondato gli snodi proprio attraverso l’analisi dello stesso Di Giuseppe, come detto legale difensore dell’imputato assolto.

“La complessità di vicende del genere – premette Di Giuseppe - deriva dalla gravità, sia a livello penale che morale, delle contestazioni in essere. Dal momento che sul versante emotivo è difficile reggere quando le accuse di minori attengono alla violenza sessuale: in tal caso possono agire un certo effetto sia sul pm, sia sul difensore, sia sulla parte giudicante. La verifica processuale delle denunce – entra nel merito tecnico – viene allora effettuata anche sulla base di un esame del minore che annovera un aiuto psicologico fornito da assistenti addetti: si tratta di un esame molto ben calibrato sulle accuse lanciate. In questo contesto, la difficoltà del mio compito difensivo si è sostanziata nel dover scindere le posizioni, ovvero quella in cui si indossa una toga e si deve cercare la verità processuale, e quella in cui, invece, ci si immedesima nella figura genitoriale che vede un minore in stato di fragilità che piange e lancia accuse, da circoscrivere in una storia di cui vanno sondati tutti i contorni per poterla ancorare a verità. Non basta, in sostanza, asserire che si è stati violentati o toccati da un adulto: quelle dichiarazioni vanno supportate da fatti reali perché non si può sapere se attengano a un racconto di verità o invece di fantasia. La figura dell’avvocato difensore, in vicende che annoverano l’ulteriore difficoltà di non apparire crudi, deve cercare - prosegue - verità processuali, contestualizzando la contestazione del reato nella ricerca di elementi che corroborino o meno il racconto della presunta violenza”, chiosa sul punto Di Giuseppe, che poi prosegue nel racconto del processo. 

“In entrambe le vicende che hanno riguardato il mio assistito tutti gli elementi che avrebbero dovuto avvalorare i racconti delle minori mancavano completamente. Si raccontava, ad esempio, che c’era stato un palpeggiamento notturno ma non ci si ricordava in che giorno della settimana fosse avvenuto l’episodio, in quale orario, in che stagione dell’anno, se si indossasse un pigiamino invernale o estivo, se si indossasse una coperta, se nella stanza affianco ci fossero parenti. Tutto ciò, insieme all'indagine psicologica condotta sulle minori, faceva propendere per la tesi che si trattasse di racconti di fantasia, di invenzioni, probabilmente frutto di un’orchestrazione. Racconti che purtroppo lasciano strascichi negativi, derivanti da 8 anni di udienze, non solo in chi viene ingiustamente accusato ma anche nei minori sottoposti allo stress di essere ascoltati nelle aule di tribunale”.

Poi il passaggio sullo stigma sociale amaramente vissuto dall’imputato durante il processo. “Anche per il mio assistito c’è stato eccome – conferma il legale –. Il discorso è sempre lo stesso: nella comunità c'è sempre chi punta il dito contro l’accusato, credendo che se qualcuno subisce un processo, per di più per un reato così grave, qualche elemento reale a supporto dell’accusa debba esserci per forza. Quell'ombra, anche mediatica, di ‘approfittatore di minori’ percuote e circonda costantemente il malcapitato. A scanso di equivoci va precisato che è sufficiente la parola della persona offesa per avviare un processo penale per violenza sessuale: l’accertamento della verità giudiziaria, dunque, sta tutto nell'esame delle persone offese e delle circostanze che possano avvalorare o meno il loro racconto, come d’altronde accaduto nelle due vicende che hanno coinvolto il mio assistito”.

Ha causato ulteriori danni collaterali all’imputato una simile vicenda giudiziaria? “Oggi il mio assistito - riflette Di Giuseppe - ne esce assolto e recupera la dignità persa in 8 anni di processi, periodo in cui, con un carico pendente così grave, non ha potuto, per legge, partecipare a concorsi pubblici, a maggior ragione a quelli destinati all'insegnamento nelle scuole. Danni che al mio assistito nessuno può risarcire, seppur gli 8 anni di cumulo processuale per accertare la verità abbiano rappresentato un tempo congruo”.    

Ma l’assoluzione dell’imputato non dovrebbe fisiologicamente portare all’accertamento giudiziario sulle responsabilità di chi ha lanciato accuse infine rivelatesi false? “In queste vicende – spiega il legale - non è contemplata una vera e propria calunnia: la premessa è che il minore che racconta un accaduto è convinto di dire la verità, talvolta non riuscendo a cogliere quanto ci sia di vero dietro a quel suo racconto. Nell’inconscio del minore anche un ‘no’ ricevuto da un adulto può trasformarsi in una violenza subita ed essere raccontato come tale. Nei nostri casi sicuramente si annoverava un'antipatia in ambito familiare, una sorta di volontà di allontanamento della figura maschile adulta, tanto che chi accusava il mio assistito è arrivato a usare toni spregiativi nei suoi confronti. Toni che, a mio parere, hanno poi rappresentato il veicolo per costruire intorno alla vicenda qualcosa che non è mai accaduto, ma che, probabilmente, nell’inconscio si è vissuto in maniera apparente, per dar far sfogo all’impossibilità di costruire un rapporto familiare con quella figura adulta”.

Per quanto spiega l’avvocato, non è stato possibile aprire alcun fascicolo neppure in merito a eventuali strumentalizzazioni delle minori da parte di figure terze. “Sono state ritenute capaci di intendere e di volere, c'è un giudizio secondo cui ciò che loro hanno raccontato non può essere attribuito ad altri, in sostanza ne viene escluso il plagio. Come detto, può capitare che i ragazzi riempiano le loro descrizioni di contorni spesso veicolati da film e serie tv. Fortunatamente, nel controesame e nel contraltare con l'avvocato a difesa dell’imputato, ovvero il sottoscritto, simili racconti non hanno trovato riscontri”.

Poi, la considerazione conclusiva di Di Giuseppe: “Ciò che dovrebbe emergere da simili vicende è che molto spesso i relativi processi, che fanno tanto male alle persone che li vivono, non devono diventare una gogna. Il mio assistito non deve essere considerato un colpevole che ce l'ha fatta; è, invece, un soggetto che ha affrontato due procedimenti penali a testa alta, uscendone assolto grazie all’emersione della verità processuale, che ne ha attestato, come spesso capita quando si è innocenti, la totale estraneità ai fatti contestatigli”. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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