E’ stato in forse fino all’ultimo momento l’evento organizzato dalla Fondazione Pasquale e Angelo Soccio in collaborazione con il Comune di San Severo in programma ieri mattina al teatro Verdi che ha visto come protagonista la giornalista del Tg1, inviata di guerra Stefania Battistini, volto televisivo che dal 2022 racconta il conflitto russo ucraino dal fronte. E proprio per i recentissimi sviluppi collegati alla sua professione l’iniziativa sarebbe potuta saltare. Poche ore prima infatti è stata resa nota la notizia che un tribunale russo ha ordinato l'arresto e l'estradizione della giornalista della Rai e del suo operatore Simone Traini, accusati di aver attraversato illegalmente il confine dall'Ucraina mentre facevano reportage nella regione di Kursk, una parte della quale è occupata dalle forze ucraine. I primi giornalisti internazionali a documentare l’invasione russa. Alla fine sono state approntate le necessarie misure di sicurezza e l’iniziativa dedicata principalmente agli studenti delle classi IV e V delle scuole secondarie di secondo grado della città di San Severo, di San Marco in Lamis e Torremaggiore si è tenuta.
“Ci accusano di avere attraversato illegalmente i confini – ha ribadito Battistini a l’Attacco -. Ma noi abbiamo fatto quello che fa qualsiasi cronista di guerra. Da quando i giornalisti seguono le guerre, si seguono le truppe. Sia che esse invadano, come è successo con la Russia, sia che si liberino i territori: è una cosa che è prevista dalle Convenzioni di Ginevra. Abbiamo rispettato tutte quelle che erano le regole, cioè vestirci in modo diverso dai militari con la scritta press in vista. Ovviamente non abbiamo partecipato a nessun tipo di azione che potesse confonderci coi militari. E abbiamo poi documentato quella che è stata la prima incursione in territorio russo da parte degli ucraini in due anni e mezzo di guerra. Ci sembrava la notizia, ci sembrava importante che cittadini lo sapessero ed era impossibile rinunciarvi solo perché dall'altra parte c'è un Paese che non rispetta la libertà di stampa. Io questo lo voglio dire molto forte: sono felice di vivere in un Paese, l’Italia, che rispetta la libertà di stampa, nell’Unione europea che ne fa un pilastro della democrazia. E noi continueremo a fare il nostro lavoro, non ci facciamo intimidire. Un giornalista va dove c'è la notizia, questo è quanto: non ci possono essere dei limiti”.
Presenti all’incontro la Sindaca Lidya Colangelo e la vicesindaca Anna Paola Giuliani, insieme al presidente della fondazione Claudio Lecci.
Numerose le domande degli studenti in platea che hanno animato il dibattito e hanno consentito a Stefania Battistini di mettere in luce aspetti poco noti del mestiere di reporter di guerra. “Questo per me è bellissimo. Sono i momenti più belli di questa professione dopo quelli sul campo: restituire il dolore che tu incontri nelle persone, che incontri in guerra, restituirlo ai ragazzi e vedere il riflesso nei loro occhi, vedere che sono capaci di immedesimarsi e di provare empatia per le persone meno fortunate di noi penso che sia importante per loro, ma importante anche per me, perché dà senso al nostro mestiere”, ha tenuto a precisare la giornalista. In partenza per l’Ucraina in quell’ormai famoso febbraio di quasi 3 anni fa nessuno credeva che si fosse alla vigilia di un conflitto: “Nella stessa Kiev era tutto tranquillissimo, abbiamo trovato ristoranti aperti e gente per strada”, ha ricordato Battistini.
Salvo poi documentare quanto invece oggi è storia recente. E come in tutti gli scenari di guerra per quanto cruenti e dolorosi, il mestiere di chi racconta è messo a dura prova. “Tanto più se lo si fa da giornalista tv, bisogna scegliere cosa raccontare in un minuto e mezzo di servizio da tg: io preferisco raccogliere le testimonianze della gente che oggi vive negli scantinati per provare a proteggersi dai razzi che piovono dal cielo e che piange i morti vittime della guerra”. L’onere di mediare proprio del giornalista si ricollega al tema di ciò che è giusto documentare e quello che va protetto: “In passato il giornalismo era più selvaggio, penso al delitto del Circeo e alle immagini della ragazza sopravvissuta estratta dal cofano della macchina le cui foto finirono su tutti i giornali, oggi si tutela maggiormente una vittima, la sua famiglia e chi può essere in pericolo di vita dal racconto di un fatto ai giornalisti. Tentiamo di oscurare il sangue, i morti per rispettare anche la libertà di chi non vuole vedere quelle scene ma penso che alla fine anche quell’orrore vada raccontato, soprattutto nei conflitti altrimenti finisce per passare il messaggio che la guerra sia bella e non può essere così”.
Un dilemma che ha riguardato la giornalista quando si trovò di fronte a una delle scene che ha definito tra le più dure vissute dall’inizio del conflitto in Ucraina: “Eravamo insieme ai militari della brigata che impedì ai russi l’invasione di Odessa, tre di loro erano finiti nelle mani del nemico. Speravano di poterli salvare con uno scambio di prigionieri ma non fu così, i corpi vennero ritrovati con i chiari segni della tortura: uno aveva la cosiddetta cravatta colombiana, una tortura che consiste nel tagliare la gola da un orecchio all'altro per poi srotolare la lingua attraverso il taglio, finché non cade sul petto a mo' di cravatta. Un altro non aveva più mezza faccia, strappata via da un colpo d’arma da fuoco e il terzo aveva le ossa polverizzate. Il primo aveva il cellulare nella tasca che ancora gli suonava. Ho pensato all’angoscia di chi sperava di avere notizie di quel ragazzo che invece era lì sfigurato”. Alla fine anche quell’episodio venne raccontato, seppure con le dovute accortezze.
Perché è questo quello che fa un giornalista: racconta e dà voce a chi non ne ha.
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