La strada da fare è ancora lunga per far sì che cambi davvero la forma mentis, l’approccio e il linguaggio con cui si parla di violenza contro le donne. Una (piccola) dimostrazione la si è avuta anche nella cerimonia che si è svolta ieri mattina a Manfredonia, nell’occasione dell’installazione di una targa che ricorda Giusy Potenza e sua madre Grazia Rignanese. Senza attribuire dolo quanto piuttosto buona fede, le parole usate in un proprio componimento - da uno dei ragazzi degli istituti superiori che hanno preso parte alla cerimonia - hanno purtroppo ripreso concetti che, invece, sono del tutto fuorvianti. Il sempre troppo inflazionato “amore malato” e il sostantivo “colpevole” associato ad una ragazza di quindici anni che ha perso violentemente la vita lasciano intendere che, probabilmente, il cambio di prospettiva non può prescindere dal linguaggio, perché è espressione del pensiero. Il merito dell’iniziativa che si è tenuta nella tarda mattinata di ieri - all’altezza del civico 122 della trafficata via Gargano, dove Giusy era stata vista per l’ultima volta – è da attribuire alla richiesta avanzata dal movimento cittadino di Donne, Vita, Libertà che è stata avallata dall’Amministrazione comunale.
Gli assessori c’erano tutti, insieme al presidente del Consiglio comunale Michele Iacoviello, con la vicesindaca Cecilia Simone a fare le veci del primo cittadino Domenico la Marca. “Dobbiamo ascoltare il grido di allarme e ribellione delle donne – ha fatto sapere la professoressa Rosa Porcu, responsabile di Casa della Salute e dell'Ambiente e componente del movimento Donna, Vita e Libertà -. Quello che è accaduto a Giusy è stato dovuto alla mancanza di ascolto delle ragazze, che erano un universo sconosciuto. Manfredonia, seguendo questa via di luce che viene da noi adulti, aveva bisogno di un segno e questo segno sarà la piazza in cui mamma e figlia saranno unite in questa cerimonia. In nome di Giusy e Grazia, non vogliamo fare silenzio sulle tante donne uccise ma vogliamo gridare il nostro scandalo”.
Fare memoria è una responsabilità comune perché “se è vero che continuiamo a vivere un periodo storico ancora contraddistinto da tanti eventi delittuosi – annotano le operatrici del Centro antiviolenza Rinascita Donna - è pur vero che ciascuna donna può trovare la forza per uscire da una situazione di violenza. Non occorre attendere di aver paura di morire ma bisogna avere la forza di affermare il proprio bisogno di avere una vita diversa e migliore”.
“In memoria di Giusy Potenza e di sua madre Grazia Rignanese – è scritto nella targa -. La comunità di Manfredonia ricorda tutte le donne morte per mano violenta perché le loro storie non affondino nel silenzio”. La vicesindaca Simone l’ha scoperta insieme al nonno di Giusy, un uomo che continua a non darsi pace nella convinzione che non sia stata resa piena giustizia a sua nipote.
Un tema – quello dell’omicidio della ragazza – che l’avvocata Innocenza Starace ha affrontato ai microfoni de l’Attacco, a margine della cerimonia, in un’intervista che si può ascoltare nella sua versione integrale sul sito e i canali social di questa testata. In buona sostanza, la legale che difendeva e ancora oggi tutela la famiglia di Giusy alimenta la speranza che il caso possa essere riaperto, in virtù di elementi che farebbero ritenere che Giovanni Potenza – condannato a 30 anni per il femminicidio – non fosse solo.
“Oggigiorno ci sono unità speciali che si dedicano ai cosiddetti ‘cold case’ – la sua riflessione -, perciò mi aspetto che possano analizzare anche questo caso, magari avvalendosi di qualche collaboratore di giustizia che potrebbe venire utile affinché gli inquirenti possano fare piena chiarezza”.
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