Le macchie di sangue sono rimaste sul selciato per diversi giorni in Viale Canova, nei pressi del cantiere del rondò della zona 167, prima di essere lavate dalla pioggia e asciugate dal vento e dal forte sole estivo. Erano l’unica traccia visibile di una vicenda che per mesi è rimasta nel silenzio di un coma farmacologico durato dodici giorni e poi seguito da una lunga e delicata riabilitazione non ancora completata da parte di Pierluigi Esposito, operatore ecologico di 59 anni che la mattina del 15 luglio dell’anno scorso è stato pestato in pieno giorno e in un luogo pubblico. La storia era ancora tutta da scrivere sebbene molti dettagli e tanti identikit fossero girati in maniera non ufficiale sulla bocca e nelle chat di tanti lucerini, ma ora la polizia di Stato ritiene di aver messo parecchi punti fermi che si leggono in un’ordinanza di custodia cautelare, eseguita venerdì pomeriggio dopo un’indagine durata mesi a cui ha collaborato anche la polizia locale di Lucera. I poliziotti del commissario di Via Po e i vigili di Viale Libertà avevano avviato sin da subito una serrata ricerca di elementi che potessero far risalire agli autori di un gesto che ha portato la vittima quasi alla morte, visto che per mesi non ha potuto parlare e raccontare cosa fosse accaduto, direttamente dal letto di una struttura che è rimasta per diverso tempo segreta, taciuta dai più stretti familiari che temevano ancora per l’incolumità del proprio congiunto, continuando nel frattempo a chiedere giustizia.
In carcere a Foggia è finito Francesco Checchia di 29 anni, accusato di tentato omicidio, ma secondo il pubblico ministero Antonella Giampetruzzi e il gip Maria Luisa Bencivenga che poi ha firmato il provvedimento, assieme a lui c’era sicuramente un’altra persona che perlomeno ha assistito all’aggressione, avvenuta intercettando e bloccando il furgone che l’uomo stava conducendo durante il servizio per conto dell’azienda Tecneco.
Le motivazioni dell’accaduto sarebbero associate a dissidi sul posto di lavoro già fissati in alcune denunce presentate in precedenza da Esposito per presunti atti persecutori di alcuni parenti di Checchia, con uno di questi che era stato licenziato dall’azienda qualche giorno prima.
L’indagato avrebbe colpito la vittima con almeno due pugni in faccia, talmente violenti da provocare diverse ecchimosi e la frattura di buona parte delle ossa del volto, come il naso e tutta la parte sinistra, cioè arcata sopraccigliare, mandibola e zigomo. Ma la conseguenza più pericolosa per la sua sopravvivenza si era rivelata un ematoma celebrale che è stato trattato nell’immediatezza con un intervento chirurgico subìto al reparto di Neurologia del Policlinico di Foggia dove è rimasto ricoverato un mese e mezzo.
Gli inquirenti hanno ricostruito la vicenda nella quale sarebbe stata determinante anche la prontezza dell’uomo nel chiamare per sé i soccorsi con una telefonata al 118, pochi secondi prima di perdere conoscenza, perché l’intervento dell’ambulanza e il successivo trasporto in ospedale gli avrebbero salvato la vita, tesi confermata anche dal medico legale che non ha ravvisato la gravità dei due colpi ricevuti tale da provocare la morte, quanto le conseguenze successive riscontrate sul sistema nervoso.
Esposito ha potuto riferire, alla presenza anche di una psicologa, buona parte ma non tutto quello che gli sarebbe accaduto e comunque a distanza di oltre tre mesi dai fatti, e solo per iscritto, perché non aveva ancora recuperato la capacità di esposizione verbale. Ha indicato proprio Checchia come l’autore del pestaggio nei suoi confronti, riconoscendolo anche in una fotografia che gli è stata mostrata, non sapendo però fornire l’identità di chi fosse con lui, limitandosi a una descrizione fisica che si è fermata a un giovane alto e magro, con una barbetta rossiccia incolta.
Checchia viene assistito dall’avvocato Giacomo Grasso e martedì sera nell’interrogatorio di convalida del fermo davanti al gip si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il legale ha preannunciato ricorso al tribunale del Riesame.
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